La proposta di un politologo sulla scelta del governo
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Un Consiglio federale
senza scrutinio segreto
HALUK HAKSAL, RICERCATORE UNIVERSITÀ DI GINEVRA


Il problema è vecchio: come garantire a tutte le anime linguistiche una giusta rappresentanza ai vertici della Confederazione. Dunque nel Consiglio federale. Un concetto, anzi un valore, previsto dalla Costituzione ma dimenticato per lunghi anni. Tanto è vero che, come spiega il politologo e ricercatore dell’Università di Ginevra Haluk Haksal (vedi articolo sotto), ci sono voluti 18 anni per rivedere un ministro federale italofono. E allora, suggerisce Haksal, bisogna modificare il meccanismo dell’elezione. Abolendo lo scrutinio segreto in modo che con il voto palese il Parlamento abbia la possibilità di correggere il tiro e garantire i necessari equilibri del federalismo, fatto di un intreccio di culture, lingue e storie diverse che meritano una uguale dignità istituzionale. Il politologo Nenad Stojanovic, analizzando la proposta del suo collega, spiega che il dibattito su questo tema è aperto da tempo. Ma sin qui non è arrivata alcuna soluzione condivisa.

Per ben diciotto anni, dal 1999 (le dimissioni di Flavio Cotti) al 2017 (l’elezione di Ignazio Cassis), gli italofoni non sono stati rappresentati nel governo svizzero, benché proprio dal 1999 nella Costituzione (articolo 175) possiamo leggere che "le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate nel Consiglio federale".
Perché un’assenza italofona così lunga? Un motivo è che tale norma costituzionale è meno vincolante rispetto alla vecchia "clausola cantonale", abolita nel 1999, che impediva l’elezione di più di un consigliere federale dallo stesso cantone. In questo articolo vorrei però suggerire un’altra spiegazione: per potere essere applicata e rispettata, la nuova norma costituzionale avrebbe dovuto prevedere lo scrutinio palese invece dello scrutinio segreto.
La norma presuppone infatti implicitamente che il Parlamento, proprio in quanto organo che elegge il Consiglio federale, debba far sì che nel governo siano rappresentate in modo equo le varie regioni e le lingue del Paese. Ma ciò significa che i singoli membri dell’Assemblea dovrebbero sapere come votano i loro colleghi e le loro colleghe per correggere eventualmente il tiro se qualcuno, per esempio, nei primi turni sostenesse i candidati che provengono dalle regioni linguistiche già sovrarappresentate nell’esecutivo. Anche lo stesso Consiglio federale, d’altronde, nomina gli alti dirigenti dell’Amministrazione federale con scrutinio palese. Perché, allora, il Parlamento dovrebbe usare lo scrutinio segreto per eleggere i consiglieri federali?
Una spiegazione è che il Consiglio federale vota a porte chiuse, lontano dagli occhi del pubblico. Una volta presa la decisione tutti i consiglieri federali sono tenuti a rispettarla. È chiaro che è più facile rispettare la collegialità in un organo di sette persone che in un organo di 246 persone. Tuttavia, sono dell’avviso che non sia questo il motivo principale per cui il Parlamento vota a scrutinio segreto nelle elezioni al Consiglio federale. Il vero motivo è che si vuole consentire ai parlamentari di essere liberi nella loro scelta, di non temere la pressione dell’opinione pubblica.
Ma anche per questa preoccupazione, legittima, c’è una soluzione. Viene dal filosofo inglese Jeremy Bentham, attivo nella prima metà dell’Ottocento e uno dei principali teorici dell’"utilitarismo".  Secondo Bentham, le assemblee legislative dovrebbero utilizzare un sistema di voto misto pubblico-segreto, o meglio la segretezza ex ante combinata con la trasparenza ex post. In altre parole, durante la votazione nessuno saprebbe come hanno votato gli altri (segretezza ex ante). Ma una volta terminata la votazione, tutti saprebbero come hanno votato gli altri (trasparenza ex post).
Se applicato nelle elezioni al Consiglio federale, questo meccanismo lascerebbe ai parlamentari la libertà di scelta e li proteggerebbe dalle pressioni prima e durante l’elezione. Ma li obbligherebbe a tenere maggiormente conto della norma costituzionale in favore delle regioni e lingue minoritarie, siccome i loro voti diventerebbero pubblici una volta concluso lo spoglio finale delle schede. In conclusione, questa soluzione aumenterebbe le chance che il Parlamento rispetti la norma linguistica-regionale prevista dalla Costituzione.
28.01.2018


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