La metamorfosi socialista tra movimentismo e nostalgie
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Il Ps cerca consensi
con il "celodurismo"
LIBERO D'AGOSTINO


L’unità del partito va rafforzata, serve un Ps solidale e compatto, evitando spaccature", aveva detto Igor Righini dalla tribuna del congresso socialista che lo aveva appena eletto presidente. Era il 23 gennaio 2016. Due anni dopo, Righini si ritrova con un partito spaccato, dove alla dialettica delle "diverse sensibilità" si è sostituito il "celodurismo" con uno scontro senza esclusione di colpi. "Un tiro al piccione", l’ha definito il deputato Bruno Storni che ha invitato i compagni ad evitare certi metodi e abbassare i toni. Una lacerazione di cui Righini, il volto nuovo della politica cantonale, è stato uno dei protagonisti, inebriato dalla mistica di una base popolare che non c’è più e dalla malia di un nostalgico movimentismo che la storia ha già archiviato mezzo secolo fa.
A centodiciotto anni dalla sua nascita, nel Dna del socialismo ticinese ci sono sempre le tare del dissidio cronico tra massimalismo e riformismo, tra idealismo e pragmatismo, che spesso si coagulano in beghe personali nella lotta per qualche poltrona, più che per le grandi visioni politiche. Mali comuni alla sinistra di mezza Europa, ma che nel Pst sono acuiti dall’incapacità "di fare i conti con la politica delle cose", come diceva Ezio Canonica, un socialista d’altri tempi. Un’inettitudine esibita senza pudori nell’ultima conferenza cantonale. Con il sì al referendum contro la riforma fiscale e sociale e gli attacchi al ministro Manuele Bertoli a cui alcuni vecchi marpioni del Pst vorrebbero sbarrare la strada verso le prossime elezioni cantonali, manovrando dietro le quinte e muovendogli contro le truppe d’assalto della Giso, la Gioventù socialista. Sta prevalendo il "celodurismo", ha avvertito Davide Dosi, municipale socialista di Chiasso, ricordando che l’intesa con le altre forze politiche su questa riforma non è un "patto scellerato" con la destra, che "non ha nulla a che fare con gli inciuci e che rientra invece nella dinamica della democrazia consociativa".
Per il presidente Righini, "il Ps oggi vive del suo intenso rapporto con la base del partito". Ma quale base? Quella popolare  se l’è mangiucchiata pezzo dopo pezzo la Lega, la base più autenticamente operaia e antagonista s’identifica con il Movimento per il socialismo di Pino Sergi e Matteo Pronzini, capace di mobilitare il popolo della sinistra con un’opposizione permanente e non a corrente alternata come quella dei socialisti. Difficilmente il Pst recupererà spazio sulla sua sinistra, su un terreno già monopolizzato dall’Mps, dal Pc e dalla Lega.
Oggi, come evidenziato dalle ricerche dell’Osservatorio della politica regionale, la base elettorale del Pst è rappresentata soprattutto dai dipendenti pubblici. Uno snaturamento del partito di classe e un impoverimento politico, che il vertice del Pst cerca di compensare con un confuso movimentismo d’ispirazione sessantottina che privilegia più la lotta che non le responsabilità di governo. Sperando di compattare in un fronte comune quel che resta dei Verdi e le frange della sinistra radicale. È il ritorno di fiamma del massimalismo che sul versante sindacale è interpretato da Unia, fucina della militanza socialista più pura e dura, e su quello politico dalla Giso, l’ala più chiassosa del partito che nel suo programma ostenta ancora l’obiettivo "di superare l’ordine economico capitalista e il trasferimento dei mezzi di produzione dalla proprietà privata a quella collettiva".
Un movimentismo posticcio che vorrebbe rilanciare le conflittualità sociale, ma dietro cui si cela l’assenza di un vero pensiero politico. Quello di un riformismo moderno capace di disancorarsi dal passato, per ripensare il Welfare State e le tutele del lavoro alla luce delle grandi trasformazioni che stanno cambiando l’economia e la società.

ldagostino@caffe.ch
(3. continua)
11.02.2018


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