La parabola di un movimento pressato da Udc e Mps
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"Ticino first" leghista
poi viene la Svizzera
LIBERO D'AGOSTINO


Orgogliosamente populisti. Sovranisti puri e duri: "Ticino first". Se è il caso anche prima della Svizzera. In principio era il "Verbo" di Giuliano Bignasca, espressione di un esasperato rivendicazionismo regionalista che tuonava contro "i balivi bernesi", invocava la "dogana ad Airolo" e insultava la partitocrazia locale in affari con i potentati d’oltre Gottardo. Se oggi la Lega sembra aver perso la sua forza propulsiva, a vantaggio di un’Udc che monopolizza l’eurofobia sovranista, mentre a sinistra è insidiata dal Mps, ha però affinato la camaleontica capacità dei movimenti populisti di adattarsi ad ogni circostanza. È al governo con due ministri, ma spara, a salve, sul "governicchio"; è all’opposizione ma insegue le poltrone del parastato, nel nome della nuova "responsabilità istituzionale".
Secondo Daniele Caverzasio, capo gruppo leghista in parlamento, la forza dell’Udc è a livello nazionale, in Ticino invece è ancora il suo movimento a trascinare nelle battaglie contro l’Europa e per il controllo delle frontiere. "L’Udc si dà molto da fare nell’attività parlamentare - dice -, noi ci muoviamo di più in governo con i nostri due ministri, Gobbi e Zali, che stanno rapidamente concretizzando quello che la Lega ha sempre voluto fare e che ha sempre rivendicato". Per Lorenzo Quadri, consigliere nazionale e direttore del Mattino, l’Udc è avvantaggiata sul piano nazionale, ma nel cantone se vuol vincere delle battaglie comuni non può fare a meno della Lega: "Lo si è visto col voto del 9 febbraio contro l’immigrazione di massa, siamo stati determinanti per la vittoria". Sul Mps, Quadri taglia corto: "È solo un deputato che spara a raffica, ma ciò non vuol dire ottenere dei risultati concreti".
La sua elevazione nazionalpopulista, il leghismo l’ha celebrata agli inizi degli Anni ‘90 con le prime campagne contro l’Ue. Qui, come negli altri Paesi, il sovranismo populista si è poi alimentato con gli errori dei partiti storici, Plr, Ppd e Ps, che hanno lasciato valori come nazione, identità e patria alla narrazione della destra nazionalista. Che non hanno saputo opporre al nazionalismo politico, l’idea democratica di nazione secondo la tradizione liberale, cattolica o socialista; che alla difesa etno-identitaria non sono stati capaci di contrapporre un concetto di cittadinanza partecipativa e non divisiva tra cittadini di serie A e serie B, e che, al di là delle celebrazioni del Primo agosto, non sono riusciti a formulare un discorso pubblico su un patriottismo costituzionale quale antidoto ad una patria chiusa e sigillata dalle frontiere.  
Valori che esprimono quella "sostanza primordiale" di ogni Paese come diceva Jünger, che il sovranismo è invece riuscito a manipolare con profitto. Usandoli come teste d’ariete per sfondare sulla scena elettorale nel momento in cui le crisi economiche, gli scompensi sociali indotti dalla globalizzazione e la delegittimazione dell’Ue, hanno seminato paure, rancori e incertezze nella popolazione. Per Caverzasio e Quadri, sono i temi che hanno contribuito in grande misura al successo della Lega, perché per i cittadini rappresentano sentimenti irrinunciabili. "Un demerito per i partiti storici che hanno imboccato una via senza ritorno - dicono - poiché è difficile recuperare sul terreno dei principi identitari. Irrisi, accusati di populismo e razzismo, è da trent’anni che noi insistiamo su patria, identità e nazione".
Svaporata l’originaria vocazione socio-libertaria, la Lega di oggi ha la sua unica ragione sociale nell’ossessiva retorica della difesa del Ticino dall’invasione degli stranieri, frontalieri, immigrati e richiedenti l’asilo, che snaturerebbero il Dna elvetico, e contro la Berna asservita a Bruxelles. Il sovranismo leghista del "padroni in casa nostra" ora si declina nelle due versioni dei suoi ministri: quella etno-territoriale di Claudio Zali, che piace anche ai Verdi, e quella etno-securitaria di Norman Gobbi.  
A far da collante del movimento c’è sempre il Mattino che si è aggiornato col lessico sovranista contro la casta, le élites e le oligarchie finanziarie, per cercare di rinnovare di domenica in domenica l’estenuata liturgia del "gentismo". La difesa della "nostra gente" vessata dai "camerieri di Berna al servizio dell’Ue", messa in ginocchio "dagli spalancatori di frontiere", deprivata delle sue tradizioni dalla dittatura "multikulti" e disprezzata dai "benpensanti da kebabberia".

ldagostino@caffe.ch
(2 - continua)
09.09.2018


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