Il confronto tra due protagonisti della storia americana
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Trump con i tassi bassi
sogna d'essere Reagan
LORETTA NAPOLEONI


Tutti i presidenti repubblicani hanno usato come metro di misura del loro successo il raffronto con Ronald Reagan, considerato il più grande presidente di questo partito. E naturalmente a Donald Trump piace molto l’idea di essere la reincarnazione moderna di Reagan e di prenderne il posto nell’Olimpo presidenziale alla fine del suo secondo mandato.

Due Presidenti Sui Generis con simpatie democratiche
Come Ronald Reagan la carriera politica di Donald Trump segue un tracciato particolare. Entrambi sono entrati in politica dopo aver lavorato nel mondo dello spettacolo. Inizialmente appartenevano al partito democratico ma hanno cambiato bandiera per essere eletti. Prima di Trump, Reagan è stato il presidente più anziano mai eletto, il primo divorziato - Trump ha due divorzi alle spalle - e quello che ha abbracciato apertamente la comunità evangelica, punto di riferimento importante anche per Donald Trump. Infine, mentre era alla Casa Bianca la famiglia di Reagan era alquanto disfunzionale, lo stesso si può dire di quella di Trump.

Performance Politica ma con stili differenti
Nonostante all’indomani della sua elezione Reagan venne criticato per il suo passato di attore, il 40esimo presidente degli Stati Uniti era un vero politico. Si era fatto le ossa nel sindacato dello spettacolo ed era stato governatore della California per due mandati. Lo stesso non si può dire del 45esimo presidente, la sua partecipazione politica prima di essere eletto è stata limitata a sostenere finanziariamente la candidatura di politici che gli facevano comodo per i propri affari. Da buon politico, Reagan conosceva bene i protocolli di etichetta e quelli della capitale americana, che sono piuttosto rigidi. Sapeva leggere con scioltezza da un teleprompter e recitare i discorsi con pathos, usava le parole di chi gli scriveva i discorsi come le perle di un rosario. Trump, invece, ignora volutamente tutti i protocolli, improvvisa e parla a braccio usando un linguaggio semplice, non presidenziale, e con eccessivi superlativi.

Il protezionismo nella Politica Estera
Ronald Reagan aveva una visione chiara della Guerra Fredda che ha comunicato magistralmente all’elettorato. Per lui l’Unione Sovietica era un sistema malefico perché privava i cittadini dei diritti umani fondamentali, quelli legati alla libertà. Usando la leva delle comunità evangeliche, Reagan convinse gli americani a non liquidare la corsa agli armamenti ed a non abbandonare la lotta tra il bene ed il male. Durante la sua presidenza spiegò continuamente l’importanza strategica della difesa americana per la sicurezza a prescindere dalla Guerra fredda. Fu grazie a questa retorica, che quando l’Urss implose tutti pensarono che il crollo fosse dovuto a Reagan che incessantemente ne aveva picconato le fondamenta.
La politica estera di Trump al massimo può essere definita una sorta di neo-tribalismo. La società non è costituita da individui legati insieme da un sistema di leggi, ma da gruppi sociali definiti da legami di sangue e cultura che interagiscono l’uno con l’altro in un’arena globale. Come nelle famiglie amori ed odi si susseguono. Ed ecco spiegato perché Kim Jong-un da nemico acerrimo diventa il miglior amico di Trump. A livello nazionale la regola è il protezionismo poichè il sistema è altamente competitivo. Il motto diventa "ogni Paese per sé". E dato che gli Usa sono l’economia più grande al mondo ed hanno un distinto vantaggio sulle altre nazioni è giusto che siano loro a predominare. Una sorta di politica estera dei prepotenti, insomma.

L’Economia diventa uno strumento politico
L’economia è uno strumento politico, è quanto pensava Reagan e certamente è quello che pensa Trump. Ma il primo aveva un maggior margine di manovra. In un nuovo libro di memorie l’ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, ha raccontato le intense pressioni del presidente Ronald Reagan. A Volker fu letteralmente ordinato di non alzare i tassi d’interesse prima delle elezioni del 1984. Anche se Donald Trump ha duramente criticato la Fed per i recenti aumenti dei tassi d’interesse, gli attacchi sono stati facilmente respinti dall’attuale presidente della Fed, Jerome Powell che ha mantenuto l’autonomia ed l’indipendenza dell’istituzione sotto la sua guida.
04.11.2018


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