La sensibilità per il nostro pianeta sta mutando ovunque
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Roma, Berlino, Usa...
sempre più verdi
R.C.


Una contaminazione progressiva, come un virus che si estende e che contagia un po’ tutti i Paesi. Dall’Europa agli Stati Uniti. Ma sarebbe semplicistico dire che la politica verde, le tante sfumature di verde che stanno caratterizzando la politica un po’ ovunque, è  solo una risposta ai cambiamenti climatici. È solo una reazione all’inquinamento delle città, ai veleni che hanno strappato via interi territorio, allo sfruttamento delle risorse compiuto senza mai preoccuparsi delle conseguenze. È vero però, come si può leggere in queste pagine dove si fa il punto del movimento ambientalista nelle sue diverse versioni, nazionali o regionali, che è nata una nuova sensibilità, che oggi esiste la consapevolezza che bisogna agire. Che certe politiche, certi interventi urbanistici o di programmazione del territorio non si possono più fare come in passato, quando le voci contro erano isolate o, peggio, viste come guastatori di uno sviluppo economico che doveva comunque andare avanti. Oggi non è più così. Un po’ dappertutto. Ma per crescere, i Verdi devono anche trovare alleanze.

IN ITALIA
Una corrente di pensiero trasversale a tutti i partiti inglobata dalla sinistra
Francesco Anfossi da Roma
In Italia i Verdi non sfondano. Restano un partitino che non supera le varie soglie di sbarramento previste dalla legge elettorale. Alle ultime consultazioni europee di maggio ha ottenuto il 2,32 per cento. Alle politiche del 2018 il risultato era stato qualcosina di più ma non sufficiente a far entrare loro rappresentanti in Parlamento (l’ultimo è stato nel 2013). Percentuali lontanissime dagli omologhi partiti tedeschi e francesi, che vantano performance a due cifre. I motivi sono molteplici. In primo luogo, molti altri partiti sembrano aver assorbito nei loro programmi le istanze ambientaliste, a cominciare dal Movimento 5 Stelle fondato da Beppe Grillo.
Tanto è vero all’interno del governo di Giuseppe Conte, di cui fanno parte, i grillini sono contrari ad opere pubbliche e infrastrutturali che ritengono invasive per il territorio, a cominciare dalla Tav, la linea ferroviaria di merci e passeggeri che doveva collegare Torino con Lione. Ma anche negli altri partiti del Parlamento italiano le istanze ambientaliste, di per sè un valore né di destra né di sinistra, sono presenti. Le idee dei Verdi sono confluiti in tutte le formazioni, un po’ come gli ideali cattolici. Perfino Forza Italia di Berlusconi non disdegna questo tipo di tematiche, molto popolari soprattutto tra i giovani come dimostra il successo delle manifestazioni "Friday for future" e la popolarità della giovane attivista Greta Thumberg (ricevuta anche dal Papa) in questo Paese.
Ma vi sono altre ragioni che spiegano la debolezza di questo partito, fondato 29 anni fa. Non hanno mai avuto un leader. La maggior parte dei voti verdi sono stati fatti propri dalla sinistra, ancora molto forte in Italia a differenza del socialismo tedesco e francese. Inoltre i Verdi non hanno mai investito in organizzazione, formazione e strutture. Non c’è mai stata una rete sul territorio. Il paradosso è che l’Italia, con i suoi dissesti ambientali, con il suo patrimonio forestale deturpato, con l’emergenza rifiuti, è il Paese che ne avrebbe più bisogno.

IN GERMANIA
I "Grünen" aumentano soprattutto nelle europee ma anche nelle nazionali
Stefano Vastano da Berlino
Partiamo dalle due ultime elezioni regionali in Germania, quelle in Sassonia e nel Brandenburgo del settembre scorso. Anche in questi due test regionali, in cui sia la Cdu della Merkel che la Spd hanno incassato sonore batoste, i Grünen sono aumentati di peso. In Sassonia, dove i Verdi s‘erano fermati nel 2014 al 5,7 per cento dei voti, a settembre sono giunti all‘8,6. Superando una Spd crollata nella regione di Dresda al 7,7 per cento dei consensi. Nel Brandeburgo invece la Spd ha tenuto (con il 26 per cento), ma l‘estrema destra di Afd ha spuntato il 23 per cento.
Mentre i Grünen dal 6 sono saliti all’11 per cento. Certo, per gli ambientalisti l’est del Paese resta ancora ostico. Per arginare l’Afd però ora anche in Sassonia, come già in Sassonia-Anhalt, si sta dando vita ad una "Kenia-Koalition", all’alleanza fra la Cdu, la Spd e i Verdi. "In Germania, dice orgoglioso Robert Habeck, dal 2018 leader dei Verdi, stiamo crescendo a livello regionale, europeo e nazionale". Il 50enne non esagera. Alle Europee dello scorso maggio il 21 per cento dei tedeschi ha votato per il suo partito, il 10 per cento in più delle precedenti europee. Ma è a livello nazionale che i Grünen, proprio come in Svizzera, stanno più che raddoppiando le prestazioni. Alle ultime politiche infatti i Verdi avevano raccolto l‘8,9 dei consensi. Ma se domenica prossima i tedeschi andassero alle urne oltre il 22 per cento, avvertono i sondaggi, voterebbe per loro. Non è solo la drammatica crisi della Spd - crollata oggi al di sotto del 15 per cento - a far lievitare i Verdi. Anche il fenomeno "Greta Thunberg" e le proteste del "Friday for Future" spingono sempre più giovani verso i Grünen.
In Germania da tempo loro hanno dimostrato di saper governare regioni High-Tech come il Baden-Württemberg, dove dal 2011 è il premier verde Winfried Kretschmann a guidare il Land delle Porsche e Mercedes. Non è un caso quindi se Habeck si ritrova da mesi accanto o persino prima della Merkel.

IN GRAN BRETAGNA
"Green Party", ovvero... vera sinistra libertaria radicale e anti monarchica
Alessandro Carlini da Londra
Rappresentano la sinistra libertaria e radicale, sono pro Europa, anti-monarchici e quindi repubblicani, fieramente difensori dell’ambiente in Gran Bretagna. I Verdi, meglio noti come "Green Party", nella declinazione territoriale di Inghilterra e Galles, sono una compagine partitica in rapida ascesa e, nonostante i numeri ancora ridotti di rappresentanti eletti, occupano la scena mediatica e politica del Paese. Ora più che mai col tema dell’ambiente che è diventato cruciale per milioni di cittadini europei e non solo, mentre proseguono le proteste di piazza, in particolare quella Extinction Rebellion che ha riguardato soprattutto Londra, coi manifestanti impegnati a bloccare strade e trasporti pubblici della capitale. Ci sono stati centinaia di arresti e fra loro è finito in stato di fermo perfino il co-leader del partito verde, il 48enne Jonathan Bartley, che guida il movimento ambientalista insieme alla 45enne Sian Berry.
Un tandem giovane e coraggioso che sta ottenendo successi elettorali impensabili fino a qualche anno fa. Nelle elezioni locali di quest’anno hanno conquistato il miglior risultato di sempre, più che raddoppiando i loro seggi di consiglieri municipali, passati da 178 a 372. Questo successo è stato seguito dalle elezioni europee in cui i Verdi (inclusi i colleghi dei Green Party in Scozia e Irlanda del Nord) hanno conquistato oltre due milioni di voti, per la prima volta dal 1989, ottenendo 7 eurodeputati, rispetto ai 3 precedenti. Possono contare su un seggio alla Camera dei Comuni, occupato dalla ex leader del partito Caroline Lucas, nota per i suoi durissimi attacchi contro la compagine di governo Tory: è arrivata anche a proporre un governo di unità nazionale formato da sole donne per fronteggiare la prospettiva di una Brexit no-deal. Ci sono anche due esponenti verdi alla Camera dei Lord. Si tratta di un partito destinato a crescere ancora se sarà in grado di rappresentare i molti gruppi ambientalisti che compongono la galassia "green" britannica.

IN SPAGNA
Non avranno un simbolo ma gli attivisti di "Equo" saranno con "Mas Pais"
Giacomo Bassi da Madrid
Il 10 novembre si terranno le elezioni per nominare i nuovi membri del parlamento, dopo che i tentativi di formazione di un governo da parte del premier incaricato, il socialista Pedro Sanchez, sono sfumati. Ancora una volta, però, tra le liste che gli spagnoli troveranno mancherà quella di Equo, il partito verde fondato nel 2011 da Juan López de Uralde (che fino a quel momento era stato il direttore esecutivo di Greenpeace) insieme con altri ambientalisti.
Nonostante questo Equo si presenterà alle elezioni grazie all’alleanza elettorale siglata poche settimane fa con Más País, la compagine politica nata nel 2018 su iniziativa di Íñigo Herrejón, un giovane economista, ex membro di Unidos Podemos, che lo scorso gennaio ha abbandonato il partito. Alleanza che ha creato un vero e proprio terremoto in Equo, con le dimissioni del suo fondatore, di quattro nomi di peso della direzione e con ruggenti polemiche tra gli iscritti. La ragione del malumore? Il partito verde conta su una buona rappresentanza tanto nel Parlamento uscente (con tre deputati, incluso López de Uralde) quanto nelle amministrazioni locali, con oltre un centinaio di eletti nei consigli comunali e provinciali, tra i quali quelli di Madrid, Bilbao e Pamplona.
Un successo elettorale che era stato reso possibile grazie all’alleanza a suo tempo firmata proprio con Podemos, partito usato come un "blablacar per arrivare fino al Parlamento". Il passaggio per il Congresso è servito, ma lo scotto che i Verdi hanno dovuto pagare è stato quello di essere messi in ombra dal partito di Iglesias. Da qui la decisione di divorziare e di unirsi a Más País, con cui Equo si presenterà almeno in 17 circoscrizioni elettorali (su 52 totali), tra le quali spiccano quelle di Madrid, Barcellona e Valencia. Se l’obiettivo di entrare in Parlamento dovesse fallire, c’è da aspettarsi una probabile scissione, anche a causa della presenza, nello scenario politico iberico, di un altro soggetto politico capace di attirare le simpatie degli ambientalisti: Pacma, il partito animalista.

IN FRANCIA
E ora il voto ecologista rischia di ritornare solo una scelta di ripiego
Luisa Pace da Parigi
La Francia è probabilmente il Paese dove il pensiero verde impedisce la creazione di un vero e proprio movimento politico forte. Non lasciamoci fuorviare dal sucesso del partito Eelv - Europe Ecologie Les Verts - arrivato terzo alle scorse elezioni europee. Il Paese è già in campagna per le prossime minicipali e i Verdi di Yannick Jadot non cadono nella tentazione di alleanze nonostante le avance di ex socialisti come Hamon. I movimenti ecologici nacquero dalla sinistra ai tempi in cui parlare di ambiente era ancora sovversivo ma negli Anni ’80, con Brice Lalonde, la natura entrò anche negli ambienti liberali.
In questi decenni i principi fondamentali dell’ecologia sono entrati a far parte dei programmi di tutti i partiti francesi con una trasversalità che inevitabilmente mette in difficoltà movimenti e partiti come Eelv che fanno fatica a crearsi uno spazio definito.
Il voto ecologista in Francia, dopo il boom delle elezioni europee, rischia di tornare ad essere un voto di ripiego quando una maggiore coesione ed un ampliamento delle realtà inserite nei programmi dei Verdi potrebbero mantenere l’ecologia e la salvaguardia del pianeta  ad un livello più alto. Non va dimenticata la Cop21 con l’Accordo di Parigi che deve essere protetto e metto in atto. Negli ultimi anni i Verdi hanno conosciuto alti e bassi anche in base all’attualità rispetto alla quale hanno pensato di posizionarsi. L’errore verde francese sta nel non riuscire a restare omogeneo e nel cavalcare una realtà e un onda europea, anzi, mondiale, che tira verso l’ecologicamente corretto.
In dieci anni i grandi nomi dell’ambientalismo francese si sono divisi e hanno raggiunto partiti come Lrem di Macron al partito di destra la France Insoumise. Resta Yannick Jadot, il vincente delle Europee che intende presentare alle presidenziali del 2022 un programma allargato anche alla sicurezza, all’economia, all’immigrazione.

NEGLI STATI UNITI
Un movimento molto potente ma che ancora resta ai margini
Alessandra baldini da New York
Due settimane dopo un divieto analogo dello Stato della California, i grandi magazzini Macy’s hanno annunciato ufficialmente che a fine 2020 metteranno al bando la vendita delle pellicce. È l’ultimo esempio del potere del movimento Verde in America: non come partito, perchè come partito, a differenza di Germania, Francia e Gran Bretagna e delle ultime elezioni europee, i verdi restano ai margini della politica: il 2,7 del ticket guidato da Ralph Nader alle presidenziali del 2000 e’ sceso nel 2016 all’1,1% di Jill Stein. 
Le cose però stanno cambiando anche negli Usa: all’interno dei democratici il Green New Deal della deputata Alexandria Ocasio-Cortez, neo-sponsor del candidato alla nomination per la Casa Bianca Bernie Sanders, sta guadagnando trazione. Un mese fa le marce Friday for Futures hanno mandato a Washington il messaggio inequivocabile che un vasto movimento di opinione pubblica chiede azioni concrete. La dinamica è rispecchiata nei sondaggi che vedono le preoccupazioni per il clima in testa a quel che vogliono gli elettori delle primarie, soprattutto quelle democratiche. La pressione ha avuto il suo effetto spingendo i candidati democratici alla Casa Bianca a pubblicare tutti la loro versione di un piano ambizioso contro il climate change e inducendo molti repubblicani a mostrare, quantomeno a parole, che il clima sta loro a cuore.
Un movimento allargato e trasversale. Dana Fisher aveva studiato attivismo ambientale per decenni ma le folle di gente che hanno invaso le strade di Washington il 20 settembre per chiedere misure più aggressive contro il cambiamento climatico erano ben al di là di quel che aveva mai visto  Erano giovani, erano diversi ed erano in stragrande maggioranza ragazze. "Sta succedendo qualcosa di diverso, spiega la sociologa dell’università del Maryland. C’e un nuovo livello di attivismo nella società; di cui le donne sono portatrici. E il movimento giovanile del clima sta guidando questo cambio generazionale". A cui due settimane fa ha aderito, dall’alto dei suoi 81 anni, l’attrice Jane Fonda facendosi arrestare assieme a Sam Waterson di "Law and Order" durante una protesta sui gradini del Campidoglio. 
Onda verde e onda rosa. In un sondaggio tra oltre cento organizzatori dello sciopero del clima del 20 settembre e circa 200 partecipanti dell marcia di Washington, il 68 per cento erano donne, e un terzo persone di colore. Il rilevamento coincide con il risultato di un altro recente sondaggio tra teen-ager americani secondo cui per il 46 per cento delle adolescenti americane il clima è un tema "personalmente molto importante", contro il 23 per cento dei coetanei maschi. La leadership femminile segna un cambiamento radicale in un movimento finora dominato da maschi bianchi, ha detto la Fischer al Washington Post. Nel 2019 un sondaggio all’interno di organizzazioni ambientaliste ha scoperto che le donne sono il 52 per cento delle dirigenti e il 40 per cento delle componenti dei board contro circa un terzo rispetto a solo cinque anni fa. 
Oltre Greta dunque. A supportare il movimento sono i dati dell’economia a dispetto della controriforma imposta dalla Casa Bianca di Donald Trump. L’"economia verde": in America dà lavoro a oltre 9,5 milioni di persone e genera 1.300 miliardi di profitti secondo uno studio recente dei climatologi Mark Maslin e Lucien Georgeson per l’University College London basato su sottosezioni dell’economia, tra cui auto elettriche, gestione dei rifiuti e energie rinnovabili. La ricerca, pubblicata sulla rivista online Palgrave Communications, chiede agli Stati Uniti di attuare nuove politiche per restare competitivi.
27.10.2019


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