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Il partito di centro alla ricerca di un complicato rilancio
Immagini articolo
il Ppd è finito dentro
la tagliola elettorale
LIBERO D'AGOSTINO


È stato il "Kingmaker" della congiunzione Ppd-Plrt. Il grande ispiratore di quella che si è, poi, rivelata una temibile tagliola elettorale tranciando di netto la carriera politica di Filippo Lombardi e di Giovanni Merlini. Eppure, tra i popolari democratici non si è levata una sola voce critica verso il presidente Fiorenzo Dadò. Nessuno si è fatto avanti per sollecitarne le dimissioni. Appena qualche sommesso rimprovero per "non essere stato tanto presente nella campagna elettorale". Nonostante in tre anni di presidenza abbia infilato altrettanti flop, nonostante il partito stia affondando, Dadò resta saldo al comando.
Da quando, nel 2016, a furor di congresso Dadò è stato eletto alla presidenza, il Ppd ha perso la guida del municipio di Mendrisio che deteneva da quasi mezzo secolo e un deputato in parlamento. Nelle ultime elezioni federali ha salvato sì un seggio al Consiglio nazionale, ma ha sacrificato un pezzo da novanta come Lombardi, lasciando vuota agli Stati la poltrona faticosamente riconquistata nel ’95, dopo la bruciante estromissione quattro anni prima di Camillo Jelmini.
A differenza dei liberali radicali, nel Ppd non si sono registrate posizioni critiche, o semplicemente dissonanti, contro Dadò e la congiunzione con il Plrt. Sarà, forse, l’istinto di sopravvivenza, ma anche dopo questa ultima batosta elettorale, l’alleanza di centro con i vecchi rivali storici viene vista dai popolari democratici come l’unica strada possibile "per non restare stritolati tra i due poli di destra e sinistra" e scongiurare il tracollo definitivo del partito. Nessuno, almeno ufficialmente, contesta la linea del presidente. Si lamenta al più la "mancanza di una comunicazione ottimale tra il vertice e la base". Del resto, non è certo Dadò la causa del declino del Ppd.
Lui è soltanto l’esecutore testamentario di un partito in lenta agonia dal 1971, quando al massimo del suo splendore e dell’orgoglio popolare democratico, contava 31 deputati in parlamento, quasi il doppio di quelli di oggi, uno strazio acuito poi dalla perdita di un seggio in governo. Vani i tentativi di rianimare il Ppd. Dal rapporto Jauch, a metà degli Anni ‘80, al rapporto Grassi, dalle ricorrenti analisi ai gruppi operativi e ai ripetuti sondaggi, per capire cosa volesse la base, non si è mai riusciti ad invertire la rotta con un vero processo di rinnovamento, sorretto da un progetto politico di lungo respiro.
Anche la svolta "socialconservatrice" impressa al Ppd da Dadò non ha arrestato quella che sembra ormai una crisi irreversibile. Ha reso sicuramente più vivace e visibile il partito sulla scena parlamentare, ma senza una prospettiva strategica, capace di coniugare i valori cristiani con le profonde trasformazioni sociali e culturali di questi ultimi decenni, non è bastata a bloccare la progressiva erosione di consensi. Né, tantomeno, a plasmare una nuova identità politica e offrire all’area cattolica una visione politica forte in cui riconoscersi e alla società un punto di riferimento affidabile per orientarsi nelle turbolenze di una modernizzazione che ha scardinato le certezze del passato.
Il socialconservatorismo dei popolari democratici si è mosso rasentando pericolosamente il populismo primanostrista e il rivendicazionismo redistributivo e assistenzialistico dei socialisti. Su un terreno, dunque, già saldamente presidiato dalla destra e dalla sinistra, come ha ben dimostrato il voto per le elezioni federali.
l.d.a.


2 / Intervista a FIORENZO DADÒ, presidente del partito dal 2016
"Se non sapremo cambiare insieme il Centro non avrà un grande futuro"

"Bisogna essere al passo coi tempi. Occorre avere il coraggio per quei cambiamenti che la società ci chiede. Se continuassimo come se nulla fosse successo, non avremmo una storia molto lunga". Il presidente del Ppd, Fiorenzo Dadò, guarda oltre al risultato elettorale, che pur conservando i due seggi popolardemocratici al Nazionale, ha messo fuori gioco Filippo Lombardi agli Stati.
La congiunzione è stata un abbraccio mortale con il Plrt?
"Ha certamente causato dei problemi in casa del Plrt, dove ci sono stati dei notabili che hanno manifestato pubblicamente un forte scetticismo, cosa che non ha certo creato entusiasmo. Non entro nel merito, perché toccherà al Plrt farlo. Dobbiamo solo prenderne atto".
In che senso? Che di accordi con il Plrt non se ne parlerà più?
"È prematura oggi una valutazione. Ma è sicuro che i partiti del centro, che contano anche sui Verdi liberali, dovranno pensare a qualche forma di collaborazione se vorranno essere ancora rilevanti, se vorranno mantenere il peso, la capacità di incidere sulle scelte politiche come in passato. Rammento però che il centro politico è tutt’altro che scomparso. Fra Ppd e Plrt, il Centro rappresenta ancora più del 40% nel parlamento ticinese".
E che risponde a chi dice che bisogna fare un salto ulteriore, pensare ad un partito unico fra di voi, fra Ppd e Plrt?
"L’evoluzione in atto è radicale e molto veloce. Ritengo, però, che se i partiti del Centro non sapranno mettere in campo una strategia seria, sia politica che di comunicazione, non avranno un grande futuro. Oddio, non è che il Ps stia benissimo, visto che è reduce da una delle peggiori elezioni della sua storia".
E lei personalmente che ne dice di un partito unico fra Plrt e Ppd?
"Che per il momento è una ipotesi da escludere. Non sarò sicuramente io il presidente che creerà questo partito unico".
Ma ha ancora un futuro il Ppd?
"Certo che ce l’ha! Ne sono sicuro. Ma bisogna essere capaci di fare quelle trasformazioni che gli eventi, la storia ci chiedono. Se si pensa di rimanere statici, fermi, di restare come si è sempre stati, si è destinati a scomparire. Ma per il cambiamento bisogna avere coraggio. Non è che lo decide solo il presidente. Io posso fare delle proposte."
Dunque?
"Dunque son convinto che il Ppd avrà ancora una sua storia, un futuro. È un partito che ha contribuito a creare questo Paese, a determinarne il  suo sviluppo. Magari si trasformerà, cambierà il nome, cambierà la veste, la formula… vedremo".
Nel Plrt hanno chiesto le dimissioni del presidente Bixio Caprara. Da voi?
"Nel Ppd nessuno ha chiesto le dimissioni di Dadò e Dadò non ha nessuna intenzione di darle. La strategia elettorale è stata discussa e approvata dalla direzione, dai nostri tre rappresentanti a Berna. È stata una strada che ha portato un successo a metà. Ha confermato i 4 seggi del Centro, nostri e del Plrt. Ma non ha dato, purtroppo, lo stesso esito agli Stati. Però adesso c’è solo da andare avanti. Impegnarsi e continuare.
c.m.
24.11.2019


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