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Il ministro socialista traccia l'identikit del futuro leader
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"Il nuovo presidente?
Abbia molta esperienza"
LIBERO D'AGOSTINO


Alla presidenza del Ps? Vedrei un uomo o una donna di 40-50 anni con una buona esperienza politica alle spalle. Purtroppo, è una fascia di età poco rappresentata nel nostro partito" afferma Manuele Bertoli. Per il ministro della Cultura è comunque incoraggiante che dei giovani aspirino alla presidenza, visto l’impegno e le difficoltà che comporta la carica: "Ma l’attività dei partiti e il loro successo - aggiunge - non sono fatti solo dai presidenti, richiedono un lavoro di squadra".
Onorevole Bertoli, la sinistra unita alle elezioni federali ha ottenuto un ottimo risultato, ma ha clamorosamente fallito nella raccolta delle firme contro la riforma fiscale. Come lo spiega?
"Ci sono stati dei limiti oggettivi, come i weekend di maltempo, che hanno ostacolato la raccolta delle firme, inoltre si trattava di un tema non facile da spiegare. Ma è certo che chi ha lanciato il referendum non è riuscito a mobilitare l’elettorato di sinistra. Un chiaro insuccesso".
Con la sinistra unita i Verdi avanzano e i socialisti arretrano. Non vede il rischio che il Ps sia messo in ombra dagli ambientalisti?
"Ciò sta succedendo in buona parte d’Europa. Quello che è politicamente interessante non è il travaso di voti all’interno delle aree, ma la perdita e lo spostamento dei consensi che da noi investe soprattutto il centro con flussi che cambiano del tutto area. Oggi in Gran Consiglio c’è una consistente rappresentanza della sinistra di cui fanno parte a pieno titolo i Verdi che, politicamente, non sono più quelli dei tempi di Sergio Savoia. I partiti sono soltanto dei mezzi, determinanti sono gli obiettivi su cui lavorare assieme".
Questa è la sua ultima legislatura da consigliere di Stato, che impronta vorrebbe lasciare al Decs o qualcosa per cui vorrebbe essere ricordato?
"Le persone che ambiscono ad essere ricordate solitamente sono dei pessimi politici e non lavorano per obiettivi di interesse comune. Quello che vorrei è fare dei passi avanti con la scuola dell’obbligo, non per essere ricordato, ma perché è necessario. Finora l’ostruzionismo politico non ha permesso di fare molto, invece la scuola va aiutata per poter progredire"
Spesso la si rimprovera di essere troppo rigido o di avere una visione dirigista poco incline ai compromessi, cosa risponde a queste critiche?
"Compromessi e accordi ne ho fatti tanti e, a volte, mi viene rinfacciato proprio questo, ma non li rinnego perché erano finalizzati ad un interesse generale. Mi si rimprovera anche una scarsa propensione ad ascoltare le ragioni degli altri, il che non è vero. Quella che non mi piace è la retorica sull’ascolto, perché dai politici i cittadini vogliono delle decisioni o delle opzioni su cui decidere. Ascoltare è importante, ma non significa seguire l’onda del momento".
Sulla riduzione del numero massimo di allievi per classe, da 25 a 22, alle elementari e alle medie, alcuni Comuni hanno delle perplessità, perché ciò comporterebbe per loro dei costi maggiori. Il Prlt propone di lasciare ai Comuni la possibilità di avere un numero superiore di alunni, prevedendo in questo caso un docente di appoggio. È un compromesso possibile?
"Questa possibilità è già prevista nel messaggio sulla riforma, ma per un periodo limitato. Se il Plrt chiederà invece una deroga permanente per me non ci sono problemi. Sono convinto che alla fine i Comuni sceglieranno i 22 allievi".
Vietare o no i telefonini a scuola?
"Per me e per il governo un simile divieto è solo una scappatoia. Per il Decs sarebbe una fuga dalla sua missione educativa, poiché sarebbe troppo comodo solo vietare. Bisogna, invece, far capire ai ragazzi vantaggi, limiti e rischi nell’uso dei telefonini e degli altri dispositivi digitali. È anche in quest’ottica educativa che stiamo investendo nelle tecnologie informatiche per la scuola".
Come s’immagina la scuola di domani, diciamo nel 2030?
"Sicuramente più tecnologica, ma con la tecnologia in funzione ausiliaria, non dominante e al centro della scuola. Per il resto, spero che il Ticino continui con un’impostazione scolastica fortemente inclusiva, che tenga assieme gli allievi più deboli e quelli più bravi seguendoli tutti. Un modello che ha dato i risultati migliori. Questo per la scuola dell’obbligo. Per il passaggio al post-obbligatorio mi auguro che non ci siano dei rigidi filtri, perché a quell’età è arduo predeterminare le predisposizioni dei ragazzi, ma un sistema flessibile capace di promuovere le loro reali vocazioni e capacità".
Lei ha scritto che nel parlamento in questi ultimi anni ha dominato un ‘confuso senso di appartenenza identitaria’, con decisioni di pancia che si sono poi scontrate col diritto superiore. Fino a quando durerà questa confusione?
"Finché l’idea delle soluzioni semplici avrà un appeal elettorale. Ma alla fine saranno i cittadini a dire basta, ci vuole tempo. Qualche anno fa, come misura dissuasiva verso i frontalieri, si era addirittura proposto di spostare a Cevio l’ufficio per le loro notifiche, oggi una proposta simile farebbe sorridere, ma allora tenne banco per mesi e mesi in parlamento. Si sono dette e fatte cose, magari in buona fede, immaginando d’interpretare un sentimento comune, ma non di rado senza capo né coda".
Che fare dunque?
"I problemi del mercato del lavoro non possono essere affrontati con ‘soluzioni’ contrarie al diritto superiore. Non dobbiamo dimenticare che siamo un Paese esportatore che vive di scambi e commerci con l’estero. Servono misure d’accompagnamento incisive per compensare taluni effetti negativi della libera circolazione delle persone, che esistono e non vanno negati. Purtroppo, c’è una parte del mondo economico che vuole sfruttarne solo i vantaggi, senza tutele adeguate per i lavoratori".
ldagostino@caffe.ch
26.01.2020


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