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Le battaglie dell'Associazione del servizio pubblico
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Vent'anni controvento
per uno Stato solidale
CLEMENTE MAZZETTA


Deregulation, riduzione delle spese sociali, privatizzazioni. L’onda lunga delle politiche neoliberiste, che negli anni 80/90 ha avuto i suoi leader in Ronald Reagan negli Usa, Margaret Thatcher in Gran Bretagna,  e che in Ticino  a cavallo della fine del millennio portò alla ribalta Marina Masoni, ha spazzato via molto di quello che era allora lo stato sociale e il ruolo del pubblico nell’economia.
L’idea vincente di quell’onda era che i privati sono più efficienti dello Stato. E che di conseguenza i servizi pubblici sono da privatizzare. Meno Stato, più libertà, più mercato. Privato è bello. Cosa che successe anche in Svizzera con la privatizzazione delle poste, delle ferrovie e delle telecomunicazioni. In Ticino quell’onda portò alla riduzione delle imposte e alla richiesta di finanziare le scuole private. L’iniziativa lanciata nel 1997 divise il cantone, e fu respinta in votazione con il 74% dei no.
Ed è proprio da quella battaglia che si coagulò in Ticino un gruppo di persone sostenitrici di un’idea dello Stato diversa. In difesa del servizio pubblico, vuoi dell’Azienda elettrica, di Banca Stato, dell’Ente ospedaliero cantonale. Un movimento di poche persone, una dozzina, trasversale ai partiti politici, che ebbe come primo presidente Argante Righetti (Plrt). Vicepresidente Werner Carobbio (Ps) Giovanni Jelmini (Ppd) e segretario Graziano Pestoni (sindacalista, Ps).
Ora, vent’anni dopo, quel movimento si ritrova a fare il punto (incontro domani, lunedi 17, a Bellinzona alla Scuola di commercio). Fra battaglie perse e vittorie ottenute. Aspettando  con l’ottimismo della volontà, che il vento giri dalla parte giusta.
"Siamo andati controvento per vent’anni", ricorda Pestoni che elenca le battaglie passate. La prima contro la liberalizzazione dell’energia elettrica, in difesa dell’Azienda elettrica ticinese (Aet) che costrinse il governo ticinese a ritirare la proposta di privatizzare l’Aet. Vinta questa, ma perse altre a livello locale, con la privatizzazione delle aziende elettriche di Lugano (che dispone della diga della Verzasca) e di Chiasso. Poi quella contro la privatizzazione di Banca Stato. Anche in questo caso Marina Masoni, che voleva trasformarla in società anonima, fu costretta a fare dietro front. Ma non si ebbe la stessa fortuna contro la modifica di legge che ha permesso, a partire dal 2009, a Banca Stato di acquistare banche private.
L’Associazione del servizio pubblico è stata è in prima fila anche nella questione ospedaliera, contro la privatizzazione dell’ospedale Civico di Lugano e della Carità di Locarno nel 2016 ai tempi del consigliere di Stato Paolo Beltraminelli (Ppd). Così come era stata contraria alla privatizzazione del centro abitativo (Carl) dell’ospedale sociopsichiatrico nel 2003, ai tempi di Patrizia Pesenti (Ps).
Vinte queste, ma perse le battaglie per una cassa malati pubblica, persa quella per una scuola che verrà, persa quella contro la parziale privatizzazione della Ssr. "La nostra associazione prese vita, nel 2000, per la difesa di fondamentali diritti dei cittadini non tanto contro lo Stato (sia esso federale o cantonale), ma contro coloro che volevano combattere lo Stato, togliendogli competenze e compiti, a detrimento di buona parte della cittadinanza", spiega Diego Scacchi, attuale presidente, che in questi vent’anni ha maturato una crisi politica personale distaccandosi dal partito liberale, colpevole di essere diventato uno dei più accesi sostenitori del ridimensionamento di quello Stato che pure aveva contribuito ad edificare: "Lo scopo del servizio pubblico non è il profitto, ma l’interesse della cittadinanza".
cmazzetta@caffe.ch


Cosa si intende oggi per servizio pubblico. È giusto ritenere tale solo quello fornito dallo Stato o dagli enti parastatali?

Sergio Morisoli - Dobbiamo partire dal fatto che il concetto di servizio pubblico è cambiato nel tempo come è mutato il ruolo dello Stato. Se una volta in questo concetto rientravano  tutti quei servizi prodotti dallo Stato, oggi questo ruolo dell’ente pubblico è decisamente minoritario rispetto alla sua funzione distributiva. La sua attività principale è prendere da qualcuno per dare ad altri.  
Ma se il ruolo dello Stato in questo contesto va sfumando, ciò non toglie che il servizio pubblico sia ancora necessario per la nostra società. Solo che non è più obbligatorio che resti nelle mani dello Stato. Soprattutto non dve rimanervi per sempre.

Graziano Pestoni - Per servizio pubblico si intende quel servizio erogato dall’Ente pubblico, dallo Stato, che privilegia la qualità rispetto ai risultati finanziari. Si tratta, per essere concreti, di tutti quei servizi dall’Avs, ai servizi amministrativi, scolastici, alla banca dello Stato, all’azienda elettrica e così via, che sono stati oggetto della nostra difesa in questi vent’anni. In teoria tutti questi servizi possono essere forniti anche da altri, ma in pratica - considerata la necessità dei controlli che si rivelano sempre insufficienti - un vero servizio pubblico è solo quello pubblico. Deve essere un servizio universale, garantito a tutti i cittadini di un determinato territorio.


Pochi giorni fa il popolo ha approvato la proposta di iscrivere il principio di sussidiarietà nella Costituzione cantonale. Un rischio o un vantaggio?

Sergio Morisoli - Altro che rischio, l’introduzione del principio di sussidarietà nella Costituzione cantonale va a rafforzare il concetto di servizio pubblico, di bene comune. Nel senso che si indicano dei parametri precisi, fondamentali da tenere presente quando si andrà a legiferare per pratica attuazione dell’articolo costituzionale. Si tratta cioè il dare il giusto rilievo a quella zona intermedia relativa a tutte quelle attività, servizi, prestazioni che oggi fa lo Stato - in modo non sempre efficiente - che potrebbero fare in modo più efficace anche enti non statali. Con quell’articolo costituzionale si è introdotta una nuova regola del gioco che prima non c’era.

Graziano Pestoni - Il principio di sussidiarietà, recentemente approvato, è purtroppo un passo grande verso la direzione sbagliata. È una soluzione erronea perché parte dal presupposto che lo Stato non sia in grado di dare risposte efficaci ed efficienti alle esigenze della popolazione e che bisogna di conseguenza far ricorso ai privati. Sovvenzionando i privati (come succede per le cliniche private, ad esempio), anche se perseguono scopi di lucro, se ci guadagnano. Si tratta per altro di una soluzione vecchia, di una politica neoliberale che ha fallito ovunque. Tanto che in molti Stati si sta ripristinando il servizio pubblico che in precedenza era stato privatizzato.


Che servizio pubblico vorreste?

Sergio Morisoli - Se ci mettiamo nell’ottica dei nuovi cittadini, appare evidente - e lo sarà sempre di più in futuro - che per loro il servizio pubblico deve prima di tutto garantire delle prestazioni efficienti ed efficaci a buon prezzo, indipendentemente da chi li fornisce. Alle nuove generazioni non interessa mettere delle etichette sulle prestazioni per stabilire se un servizio lo garantisce lo Stato piuttosto che la tal fondazione, o la tal’altra associazione. Chiedono soltanto che le prestazioni siano corrispondenti ai loro bisogni e alle loro necessità. Il problema non è dunque applicare un’etichetta, ma è quello di trovare una formula più efficace fra Stato e società per rispondere alle domande dei cittadini.

Graziano Pestoni - Dobbiamo puntare ad un servizio pubblico che tenga conto dei bisogni dei cittadini, gestito in modo razionale, al minor costo possibile, efficace ed efficiente. E non è mettendolo in concorrenza con soluzioni private che lo si può migliorare. Lo insegna l’attuale situazione delle casse malati, dove abbiamo una cinquantina di soggetti messi in concorrenza gli uni contro gli altri, senza una vera concorrenza. Se avessimo una sola cassa avremmo meno costi amministrativi, gestionali, pubblicitari. La concorrenza peggiora la situazione.
16.02.2020


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