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Il futuro che sta arrivando visto da ogni angolo del Ticino
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Ecco quello che ci aspetta
tra dieci o venti anni
MAURO SPIGNESI


La domanda che tutti si pongono oggi è quanto tempo servirà per smaltire le scorie di questa pandemia. Cosa resterà nel tessuto industriale, in quello finanziario, nel sociale? Ma, soprattutto, che effetto-frenata avrà il virus, anche nei conti pubblici e dunque negli investimenti? Da qui, da questo ragionamento, riparte anche il Ticino che ha appena approvato in Gran consiglio il suo preventivo con un disavanzo di 230 milioni e un fardello pesante da portarsi dietro, come il debito pubblico lievitato sino a 2,2 miliardi di franchi.
C’è da dire che nonostante tutto l’economia nazionale - e in parte quella cantonale - restano vivaci. Acciaccate certo, ma pronte alla ripartenza. D’altronde dopo la prima ondata di pandemia, in primavera e in estate c’era stato un timido segnale di rilancio che aveva fatto ben sperare. Ora si tratta di riorganizzarsi e riprendere la strada. Non sarà facile, come spiegano gli esperti ai quali il Caffè in queste pagine ha chiesto di raccontare come vedono il futuro tra cinque, dieci o quindici anni. C’è la piazza finanziaria che attende da anni ormai una intesa con l’Italia, una intesa che potrebbe ridare fiato, riportare capitali da gestire. È una scommessa che viaggia parallelamente con le novità in campo finanziario a cominciare dalla digitalizzazione, come spiega il presidente dell’Associazione bancaria ticinese, Alberto Petruzzella. E ci sono settori sensibili ma strategici come l’istruzione, che guardano al domani con nuove offerte formative più aderenti ai mutamenti e alla ricerca. In questo ambito si innesta il discorso della cultura vista non solo come arricchimento ma anche come area di sviluppo, di traino di altre attività come il turismo che, spiega Lorenzo Pianezzi, presidente degli albergatori, non se la passa affatto bene.
E poi c’è l’informazione, attraversata dalla rivoluzione digitale, confrontata con nuovi canali informativi che hanno riflessi non sono sulla professione e sui lettori, ma sulla libertà di stampa. Oggi più che mai irrinunciabile.
(2. fine)


L’università
"Saremo più coesi e avremo rafforzato il polo accademico"
Boas Erez, rettore dell’Università della Svizzera italiana
Il futuro dell’Università della Svizzera italiana (Usi) non è semplicemente determinato dalla sua situazione attuale: se da un lato è vero che sarà scritto dall’Usi stessa, e in quanto Rettore assumo pienamente questa responsabilità, dall’altro non è possibile realizzare grandi progetti senza una forte volontà collettiva, che va al di là di quella di coloro che fanno l’Università in prima persona. L’Usi ha precisato una sua pianificazione per i prossimi quattro anni e ha elaborato una visione a più lungo termine: entrambe mettono al centro il contesto che ci accoglie e grazie al quale esistiamo, cioè la Svizzera italiana. Occorre stare all’erta, non adagiarsi e continuare ad avere fiducia nel potenziale dei progetti universitari. Le basi sono buone: abbiamo appena stilato il nostro bilancio annuale e abbiamo potuto comunicare i migliori dati di sempre in termini di numero di studenti iscritti (3.350) e di fondi di ricerca competitiva ottenuti (26 milioni nel 2020). Anche secondo i nostri ultimi risultati nei ranking universitari, nel confronto svizzero e internazionale la nostra Università si sta dimostrando all'altezza della fiducia di chi decide di studiare nella Svizzera italiana e di chi la sceglie come partner di ricerca. E l’anno scorso abbiamo anche inaugurato il Master in medicina, uno dei progetti accademici più attesi e importanti per l’Usi e per la Svizzera italiana.
Se la stessa fiducia che ripongono in noi attualmente le studentesse e gli studenti, gli enti finanziatori e la Confederazione evolverà in una fiducia collettiva, ecco cosa potrebbe essere il futuro dell’Usi tra un decennio. Tra 10 anni avremo consolidato quanto raggiunto finora e rafforzato considerevolmente il polo accademico ticinese nel suo insieme, con maggiore convergenza e sinergia tra le istituzioni del territorio. Saremo più coesi sia dal punto di vista organizzativo, che dal punto di vista scientifico avendo esplorato a fondo uno dei tratti distintivi dell’Usi, l’interdisciplinarità. In terzo luogo l’Università offrirà un indispensabile servizio alla sua regione: l’Usi farà ancora di più trasferimento delle conoscenze dall’ambito scientifico a quello culturale ed economico, potenziando tutte quelle attività che creano ponti tra la società e il sapere accademico. In generale l’Usi sarà diventata la scelta naturale per coloro che vogliono crescere intellettualmente, umanamente in modo responsabile e sarà una vera e propria "via per il futuro" per tutto il suo territorio.


La finanza
La tecnologia sarà sempre più determinante
Alberto Petruzzella, presidente Associazione bancaria ticinese
Fare previsioni a 10-15 anni era difficile anche in passato, quando il mondo evolveva piano. Adesso diventa quasi impossibile, perché tutto cambia molto velocemente. Cosa cambierà? Certamente la tecnologia continuerà la sua corsa frenetica e giocherà un ruolo ancora più determinante nella nostra vita in generale come nella nostra vita professionale e quindi anche per la piazza finanziaria. Molte attività ripetitive saranno automatizzate e il computer sostituirà l’uomo in questo ambito. Per le attività con più valore aggiunto, l’intelligenza artificiale sarà al servizio del professionista. L’informazione si moltiplica ogni giorno, siamo sommersi dai dati: l’uomo non può più districarsi da solo in questa marea di numeri e parole. Le migliaia di notizie, mischiate alle fake news, rendono paradossalmente più difficile informarsi nonostante la sovrabbondanza di comunicazione. La macchina ci aiuterà a prendere decisioni migliori e comunque per le scelte importanti saremo ancora noi ad avere l’ultima parola.
Due cose invece non cambieranno.
In primo luogo, il rapporto fra persone rimarrà centrale. Parlarsi, guardarsi negli occhi, capire le esigenze del cliente, saper spiegare in parole semplici un concetto magari complesso, rassicurare. Soprattutto per le decisioni importanti (comperare una casa, investire i propri risparmi, ottenere un finanziamento per la propria azienda) bisogna saper andare aldilà dei dati oggettivi e capire realmente chi è la persona che mi sta di fronte, cosa realmente vuole (e a volte non è esattamente quello che racconta in prima battuta). Tatto, empatia, savoir faire, sensibilità: su questo piano non dobbiamo temere la concorrenza dei microprocessori.
In secondo luogo, la formazione acquisirà ancora più importanza. Perché se è vero che le operazioni ripetitive saranno appannaggio dei computer, è vero anche che tutto cambia velocemente e in permanenza e quindi per poter fare cose sempre più complesse e in continua evoluzione, devo continuamente aggiornarmi.
E quindi fra 15 anni tutto sarà diverso ma alla base le caratteristiche di un buon bancario saranno sempre le stesse. Grande competenza tecnica e sociale, acquisita grazie ad una solida formazione di base, all’aggiornamento professionale permanente e all’esperienza acquisita sul posto di lavoro, nel confronto con colleghi e clienti.


L’ambiente
L’aria migliorerà ma lo sviluppo creerà altri problemi
Francesco Maggi, responsabile Wwf Svizzera italiana
Le problematiche legate all’ambiente non sono destinate a risolversi nel medio-lungo termine, malgrado la maggiore consapevolezza sviluppata dalla popolazione in questi ultimi anni. L’attenzione per la salute e per il clima porterà verosimilmente a un importante miglioramento ambientale, penso in particolare alla qualità dell’aria (auto elettriche e abitazioni ecologiche), alla riduzione dell’uso di pesticidi in agricoltura oppure della presenza di plastiche nell’acqua. Tuttavia, il rapido sviluppo di nuove tecnologie e di migliaia di nuove sostanze immesse sul mercato continueranno a generare pericoli per l’uomo e l’ambiente. La storia insegna che in campo ambientale si vincono delle battaglie, anche importanti, ma la guerra non è mai finita. Tra le battaglie più difficili da vincere ne cito tre: il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e lo sfruttamento massiccio delle risorse da parte di una popolazione terrestre sempre più votata al consumismo.
Clima: dopo l’accordo di Parigi, i governi hanno sprecato anni preziosi per intervenire sulla crescita delle emissioni di gas serra. L’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature entro i  1.5°C è fallito, quindi in futuro si dovranno prevedere importanti danni all’ambiente, all’economia e all’uomo. Gli scenari di Meteosvizzera dimostrano che il Ticino dovrà abituarsi a periodi di siccità e ondate di calore sempre più frequenti. Biodiversità: a mio avviso continuerà il trend negativo, anche nelle regioni di montagna sinora risparmiate a causa del cambiamento climatico. Alle basse quote, le specie animali e vegetali continueranno a perdere spazi preziosi a causa delle attività dell’uomo. Sfruttamento delle risorse: anche in Ticino lo sfruttamento intensivo delle risorse genera importanti conflitti con la natura e il paesaggio, ad esempio lo sfruttamento delle acque per la produzione di energia o le pratiche agricole intensive in serra.
Le previsioni non sono certo tinte di rosa, i corsi d’acqua saranno ulteriormente sotto pressione a causa della siccità e della scomparsa dei ghiacciai, le aree agricole aperte dalla crescente richiesta di prodotti agricoli locali in serra. In conclusione, se per l’uomo la situazione potrà migliorare, anche se i cambiamenti climatici costituiranno una pesante ipoteca, per la natura la strada sarà tutta in salita.


Il turismo
"Più eventi, sinergia e complementarietà fra Enti e istituzioni"
Lorenzo Pianezzi, presidente degli albergatori ticinesi
Il turismo congressuale e quello familiare devono diventare complementari. Offrire la possibilità di soggiornare da Airolo a Chiasso superando i regionalismi e sfruttando le possibilità date dall’apertura della galleria ferroviaria del Monte Ceneri. Imparare a ragionare come Città-Ticino, che non è solo un concetto, ma è realtà grazie alla nuova galleria del Ceneri. Un turista che segue un congresso a Lugano dovrebbe essere facilitato a soggiornare ad esempio nel Locarnese. Così come a un frequentatore del Film Festival di Locarno deve diventare automatico sapere che può tranquillamente alloggiare anche a Lugano.
Nei prossimi 20 anni avremo inoltre sempre più bisogno di un Ticino turistico ricco di eventi, animazioni e manifestazioni capaci di attirare non soltanto il pubblico della Svizzera tedesca, ma anche quello internazionale. Sempre più alberghi vogliono rimanere aperti tutto l’anno e non soltanto durante le migliori stagioni. Dobbiamo superare la divisione tra un turismo più stagionale nel Locarnese e un turismo più annuale nel Sottoceneri, arrivando alla destagionalizzazione.
Inoltre, bisogna creare ragioni nuove per visitare il cantone Ticino. Lago, fiumi, montagne e palme non basteranno più. Dovremo essere capaci di creare una vera e propria esperienza, mettendo insieme i vari tasselli del turismo regionale, riuscendo a unire, ad esempio, le possibilità di fare shopping in via Nassa a Lugano e mezz’ora dopo di salire con la funivia a Cardada e ammirare il suo panorama mozzafiato. In questo senso la carta Ticino Ticket per i turisti deve continuare ad essere un aiuto al turismo, non deve diventare il pretesto per fomentare le solite rivalità regionali. Da qui al 2030 o al 2040 vedo inoltre l’opportunità per le quattro organizzazioni turistiche regionali (Otr) di creare da sole il prodotto turistico, giacché conoscono meglio di chiunque altro il loro territorio, con l’Agenzia turistica ticinese (Att) che operi nella promozione e nel marketing unificati a livello cantonale a favore di questi vari prodotti regionali.
Oggi, assieme alle quattro Otr, abbiamo inoltre anche i quattro Enti regionali di sviluppo (Ers). Perché non proviamo a unire tra loro queste otto entità? Così facendo, la promozione economica cantonale potrebbe operare maggiormente con un occhio di riguardo verso il turismo.


L’informazione
"Saprà indagare i fatti fedele ai propri principi e con un abito nuovo"
Luca Allidi, membro del Consiglio svizzero della stampa
Il giornalismo tra 20 anni, se esisterà ancora, sarà un giornalismo di qualità. Per forza di cose. Nell’ultimo ventennio, il modo di fare e fruire informazione è cambiato radicalmente. In passato, per informare, per rivolgersi ad un pubblico più o meno vasto di persone, occorreva avere una competenza e una legittimazione professionale. Bisognava fare il mestiere del giornalista. Noialtri, comuni cittadini, per sperare di essere letti da un discreto numero di persone, eravamo costretti ad affidarci a muri e pareti pubbliche... Oggi la rete, i social, ecc. permettono più o meno a chiunque di rivolgersi al pubblico, senza alcun filtro critico (e senza quasi nessuna responsabilità).
Un tempo il problema era trovare le informazioni. Oggi è selezionarle. Distinguere la buona dalla cattiva informazione. E in questa babele tutte le notizie, persino le "fake news", finiscono per avere la stessa credibilità. Ma se gli strumenti della comunicazione moderna permettono a tutti di raccogliere e diffondere notizie, ha ancora un senso e un ruolo il giornalismo professionale? Certo che sì. E sempre di più. A patto che il giornalismo ritorni alle origini. E che il giornalista ritorni a fare semplicemente il suo mestiere. Che è quello del professionista dell’informazione, colui il quale - a differenza di noi dilettanti della rete - sa indagare i fatti, li sa sviscerare, sa porsi e porre le giuste domande, sa andare oltre l’apparenza per arrivare il più vicino possibile alla verità. E meglio di chiunque altro quella verità sa raccontarla e spiegarla al pubblico. Senza se e senza ma. Senza l’intento di dare lezioni, di educare o di "non allarmare troppo"... Dice proprio così, al punto uno, la Dichiarazione dei doveri del giornalista: "ricerca la verità e rispetta il diritto del pubblico di venirne a conoscenza, senza riguardo alle conseguenze che gliene potrebbero derivare".
Nel raccontare la realtà, il giornalismo di domani dovrà però sfruttare in modo intelligente le nuove tecnologie. Avere il coraggio di sperimentare nuove forme, nuove modalità, capaci anche di avvicinarlo sempre di più alla comunità dei lettori. Perché il "prodotto informativo" non sia soltanto interessante da leggere, ma anche bello da guardare, immediato e accattivante. Il giornalismo tra 20 anni lo vedo e lo spero così: serio, competente, affidabile, fedele a se stesso e ai propri principi. Ma con un bel vestito tutto nuovo.


La cultura
"Modello integrazione e la strada tracciata è quella da percorrere"
Giona A. Nazzaro, direttore Festival del film di Locarno
Frequento il Ticino da 11 anni attraverso il Locarno Film Festival e molto umilmente credo che il cantone debba continuare sulla strada tracciata, sul proprio modello culturale unico, virtuoso e sano. Il Ticino è composto da piccole realtà locali, lo dico in senso affettuoso, se paragonate a quelle americane o asiatiche, piccole realtà che però si affacciano sul mondo in un modo generoso, vitale, interessante. Un modo che è all’avanguardia, perché capace di mettere in relazione la dimensione del locale con le esperienze internazionali. Il dialogo che nasce da questa relazione è un valore, perché fa nascere uno scambio reale e genuino con l’altrove, con l’altro, con il diverso nel rispetto delle identità reciproche. La strada culturale e non solo percorsa dal Ticino nei fatti è quella dell’integrazione. Un’integrazione che fa parte della storia e della cultura del cantone, perché è la stessa storia del Ticino a essere intrecciata con altre storie. Questo modello è vincente ed è su questa base che a mio avviso si deve continuare anche nei prossimi anni nell’ambito della cultura.
Se penso al Locarno Film Festival, ma anche al Lac Lugano Arte e Cultura, mi sembra che entrambi adottino questo modello di integrazione virtuoso, sia a livello progettuale, ma anche a livello economico. Anche dal punto di vista del fare impresa il sistema ticinese della cultura ha il suo valore.
Le potenzialità culturali del Ticino sono quindi davvero importanti ed è insistendo su queste potenzialità che immagino il futuro della cultura ticinese. Una cultura che fra l’altro sembra essere già pronta a fare i conti con il dopo pandemia, integrando in maniera strategica le necessità delle grandi manifestazioni con le realtà e le dimensioni del territorio, lavorando già ora in maniera assolutamente sostenibile.
Tornando alla mia esperienza con il Ticino, ogni volta che ho interagito con gli ospiti del Locarno Film Festival mi sono imbattuto in situazioni di accoglienza e agio invidiabili e non presenti in altre parti del mondo. Qui c’è un’accoglienza fatta di piccoli dettagli, che solo un’intima comprensione di un luogo può generare. Qui sono ancora possibili piccole dolcezze che non sono state dimenticate o trascurate nel nome dell’efficienza.
19.12.2020


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