Fotoreportage da Teheran sulla condizione femminile
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La lotta delle donne
per "sfilarsi" il velo
MATTIA MARZORATI DA TEHERAN


Le donne di Teheran che non dovessero rispettare le regole di abbigliamento imposte dalla legge islamica non saranno più processate ed arrestate". L’annuncio del capo della polizia Hossein Rahimi, datato 28 dicembre 2017, aveva trovato spazio sulle pagine della stampa internazionale come uno di quegli eventi destinati a lasciare il segno. Ma proprio nella capitale iraniana, in quei giorni, il silenzio assoluto. Nessun commento, nessuna discussione nelle strade o nei locali. E infatti il 2 di febbraio 2018 è un’altra la notizia riportata dai media esteri: "Ventinove donne arrestate a Teheran per essersi tolte l’hijab in pubblico".
Trentacinque giorni, tanto è bastato a condensare la schizofrenia di un Paese imprevedibile. La condizione femminile è, oggi più che mai, il simbolo delle esigenze di un’intera popolazione, la cui età media si aggira sui 27 anni.
La lotta quotidiana contro il regime, instauratosi nel 1979 dopo la cosiddetta rivoluzione islamica, è sempre più evidente, in particolare a partire dal 2009. Le rivolte di piazza, organizzate sui social network dalla classe medio-alta, hanno avuto la conseguenza di creare una coscienza sociale del tutto nuova, ma anche un inasprimento del controllo del governo sulla popolazione.
Attraverso i social vengono organizzati movimenti come quello dei mercoledì bianchi durante i quali si riuniscono piccoli gruppi, perlopiù composti da giovani ragazze, per protestare contro l’obbligo del velo. Qualcuna, nella metropolitana, viola la regola dei vagoni separati e non è raro vedere coppie di ragazzi e ragazze mano nella mano correndo il rischio di essere fermati dalla polizia.
Proprio per questa serie di discriminazioni ancora vigenti, il Global Gender Gap Index indica l’Iran al 140esimo posto al mondo nel 2017. Nonostante questo dato, non certo confortante, oggi la presenza delle donne in vari settori della società è in crescita: circa il 70% degli iscritti all’università sono ragazze, l’80% dei docenti sono donne e un terzo dei medici è di sesso femminile. C’è però chi rimane escluso dal sistema educativo. Nel quartiere di Darvazeh Ghar, uno dei più antichi della città, a causa della disoccupazione, i consumatori di oppio e di eroina affollano le strade. A farne le spese sono le donne e i bambini lasciati soli, che spesso entrano in giri di sfruttamento e prostituzione per potersi mantenere. Esistono delle Ong, impegnate sul territorio, che lottano per migliorare la situazione di queste famiglie. Una delle attività che più ha riscosso successo è stato il corso femminile di taekwondo, con lo scopo di fornire uno strumento di difesa personale e di rendere le alunne più consapevoli delle proprie capacità e del proprio ruolo nella società.
Consapevolezza che non manca a M., ex giornalista, radiata per sei anni per aver scritto articoli non in linea con la propaganda del governo. Per le donne accedere ad incarichi di un certo livello è molto complesso e sono soggette a controlli e restrizioni maggiori, come conferma un report datato 2015 di Amnesty International: "L’unica speranza è quella di andare in Turchia. Qui le nuove generazioni vogliono un cambio radicale, ma chi sa quando avverrà davvero", dice. L’imponente celebrazione dell’11 febbraio, in occasione del 39esimo anniversario della rivoluzione islamica, sembra darle ragione. Migliaia di persone sfilano in sostegno della teocrazia, e fra loro moltissime donne. Si dice che provengano per la maggior parte da altre città, che non siano cittadini di Teheran.
La frattura fra le diverse generazioni è netta. C’è chi ha vissuto l’occidentalizzazione forzata dello Scià e la repressione islamica post-rivoluzione e chi, attraverso lo schermo dello smartphone, è cresciuto nella consapevolezza che un’altra libertà esiste, fuori dai confini.
Quel che rimane è dunque l’imprevedibilità di un Paese frammentato e controverso. Nessuno riesce a prevedere se e quando si farà il passo decisivo. L’unica certezza è che le prime a saperlo saranno le donne di Teheran.
11.03.2018


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