Il 12 maggio l'Iraq celebra le prime elezioni politiche
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Nel deserto di Nassiriya
si cerca un'oasi di pace
FRANCESCO ANFOSSI


Il fuoristrada avanza nelle strade di asfalto e fango, sulla riva Est dell’Eufrate. Ancora una volta una pattuglia ci ferma. In attesa che i profughi tornino a casa e nella speranza  di respirare una boccata di democrazia con le nuove elezioni, l’Iraq assomiglia sempre più a uno Stato di polizia. Nel percorso dall’aeroporto di Bassora a Nassiriya, 40 chilometri in mezzo al deserto, abbiamo contato quattro posti di blocco. E per visitare lo Ziggurat di Ur, l’antica città di 4mila e 500 anni fa, culla della Mesopotamia, dove sorge anche la casa di Abramo e dove vennero trovati resti di sacrifici di bambini durante gli scavi archeologici, dobbiamo attraversarne altrettanti.
Quest’anno si celebrano anche i 15 anni da quel marzo 2003, quando una coalizione multinazionale guidata dagli Usa di George W. Bush iniziava l’operazione "Iraqi Freedom" per abbattere il regime di Saddam Hussein, reo di avere armi di distruzione di massa che non aveva. Le immagini del 9 aprile 2003, con la statua di Saddam che veniva abbattuta dai soldati statunitensi, fecero il giro del mondo e sembravano preludere a un futuro luminoso di democrazia.
A 15 anni dall’intervento angloamericano che provocò un milione di morti e a pochi mesi dalla fine della guerra contro l’Isis, a parte alcune regioni a nord di Mosul, la Stalingrado irachena, l’Iraq è una regione totalmente destabilizzata. Ci vuole un permesso del governatorato in Iraq per muoversi da qualunque parte, anche per compiere pochi metri. L’antica cittadella di Ur uno dei luoghi più belli e misteriosi dell’umanità, potrebbe diventare un centro di attrazione turistica formidabile, capace di portare ingenti risorse economiche. E invece ci siamo solo noi, qui, in mezzo al deserto, nella luce del mattino che sale a picco sulla sabbia che circonda il palazzo templare che si è conservata nei millenni.
Il 12 maggio prossimo l’Iraq volta pagina, o almeno tenta di farlo con le nuove elezioni politiche. Ma formare un governo sarà come mettere insieme un puzzle.
Le liste in lizza sono centinaia, le coalizioni almeno 30 e poche hanno un peso determinante, capace di surclassare le altre. C’è anche una coalizione di milizie sciite che corre sotto il nome di al-Fatah, guidato da Hadi al-Amiri, già combattente delle forze militari a maggioranza sciita su cui pesa l’ombra di Teheran, molto interessato a queste elezioni.
Qui a Nassiriya, in quest’oasi nel deserto dell’Iraq meridionale attraversata dall’Eufrate, che gli italiani conoscono bene per aver versato il sangue dei suoi militari in nome della pace, la maggioranza della popolazione è sciita e molti voteranno per al-Fatih al Mubin (luminosa conquista), il partito degli ex comandanti delle milizie sciite. L’Iraq è conteso tra l’Iran, che negli anni scorsi ha aumentato la sua influenza nel Paese, e gli Stati Uniti, cui è molto vicino l’attuale premier  Haydar al-Abadi. Al-Abadi intende correre da solo con una lista denominata Nassr (Vittoria) per sfruttare la popolarità guadagnata con la sconfitta dello Stato islamico. Il suo predecessore, Nuri al-Maliki, rimarrà a capo della lista Stato di Diritto, fino a ora il più grande blocco sciita in Parlamento.
Invece la democrazia in Iraq è ancora tutta da costruire. Faticosamente e lentamente, in un Paese che ha dovuto affrontare una guerra devastante e che ne sta ancora pagando i frutti. Ogni mese circa 100 mila iracheni, uomini, vecchi, donne, bambini, tanti bambini, fuggiti dalle loro abitazioni a causa delle violenze degli jihadisti dell’Isis, lasciano i campi profughi per rientrare nelle loro zone. Secondo l’Onu il numero degli iracheni sfollati è superiore a due milioni e trecentomila, mentre il numero degli abitanti che ha potuto rientrare nelle proprie abitazioni o in alloggi di fortuna nella propria terra è di 3,5 milioni.
Se cerchiamo di visitare il centro di Nassiriya, l’antica Babilonia, attraversando il suo mercato ricco di spezie e di indumenti variopinti, di profumi da Mille e una notte, camminando nelle strade di sabbia e fango, una delle centinaia di migliaia di spie che costellano la città e si guadagnano da vivere facendo rapporti alla polizia ci ferma immediatamente e sarà solo l’intervento di "Alì", una delle nostre guide, a liberarci dall’eventualità poco simpatica di finire interrogati in una caserma di polizia.
I poliziotti in divisa però, una volta capito che siamo italiani, ci guardano con simpatia e posano per dei "selfie". Il ricordo dei militari italiani e del loro lavoro di "peacekeeping" qui è ancora molto forte.
Nel luogo dell’attentato alla caserma dei carabinieri della "Missione Antica babilonia", quando il 12 novembre 2003 un camion cisterna pieno di esplosivo guidato da due kamikaze scoppiò nel tentativo di penetrare all’interno, provocando 28 morti, non c’è nemmeno una targa commemorativa.
Ora c’è la nuova sede della Camera di Commercio, un edificio moderno in vetro e cemento rivestito da vernice d’oro, costruita con i contributi americani. Nassiriya ha rimosso in fretta.
15.04.2018


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