Fotoreportage ventisette anni dopo l'indipendenza
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Nell'Italia d'Africa
dove si sogna la neve
FREDY FRANZONI


Girare per le strade di Asmara in bicicletta: forse il modo migliore per cercare di conoscere la sua gente. Insolite le regole della circolazione. Basta un colpo d’occhio per accordarsi su chi ha la precedenza. Uno sciamare di auto private (poche), taxi gialli (molti in centro) e tantissime biciclette ovunque, ma non traspare fretta, nervosismo. Rarissimi e appena accennati i colpi di claxon. Sulla strada diritti e doveri sembrano essere identici  per chi circola su quattro o su due ruote, ma anche per i pedoni. Attraversare le strade è facile ovunque. Non servono semafori, tutti fuori uso, né le strisce pedonali. Una convivenza pacifica, molto piacevole, forse ad immagine di questo popolo, dove il vecchio e il moderno, ma anche speranze e delusioni, si incontrano costantemente, raramente però paiono causare conflitti. Ai nostri occhi una situazione quasi paradossale pensando a un regime che cerca di regolamentare e di controllare tutto. Per uscire da Asmara occorre un permesso; esclusiva statale sulle importazioni; quasi impossibile per la gente ottenere un passaporto e via dicendo. "Gente rassegnata e chiusa nella morsa di un regime che concede poche libertà", ci dice un italiano che conosce bene il Paese. "Un popolo con delle enormi potenzialità grazie alla sua gente", secondo un diplomatico incontrato.
Già all’aeroporto del Cairo, tappa obbligata per vari voli diretti ad Asmara, sorprende una prima immagine. Decine di donne arrivano alla porta d’imbarco con voluminose sacche stracolme per la maggior parte di confezioni di pannolini. All’arrivo un numero incredibile di bagagli. Borse, in gran parte tutte identiche, gonfie di prodotti che ad Asmara si trovano anche facilmente, ma il cui prezzo è proibitivo. Il salario raramente supera i duecento franchi mensili, spesso è molto più basso. Mezzo chilo di spaghetti de Cecco costa oltre 6 franchi, una tavoletta di cioccolata 7. E gli scaffali comunque traboccano di merce importata: qualcuno dovrà pure acquistarla… Al mercato centrale, dove è tutto un fiorire di donne con in testa dei leggeri scialli bianchi che scendono fino ad avvolgere parte del busto, c’è di tutto e in abbondanza: legumi, frutta, verdura e i prezzi sono più ragionevoli, anche se non bassissimi per chi guadagna poche centinaia di nakfa al mese.
Avevo già avuto modo di vedere Asmara nel 1992, un anno dopo la fine del grande conflitto con l’Etiopia e la successiva dichiarazione d’indipendenza. L’allora responsabile della casa d’Italia alla domanda su cosa gli mancasse di più nella vita quotidiana in Eritrea aveva risposto di getto e chiudendo gli occhi, come stesse sognando "Un rubinetto da cui scorre acqua in abbondanza e non avere paura che si esaurisca". Venticinque anni dopo nel mio breve soggiorno ho dovuto imparare nuovamente a lavarmi consumando pochissima acqua…
Un Paese forse ostaggio del suo passato, degli anni di estenuante e terribile guerra per staccarsi dall’Etiopia. C’è orgoglio, molto orgoglio oggi ancora mi dicono per questa vittoria del sapore di sfida tra Davide e Golia. Una guerra che per certi versi può ricordare le battaglie dei Confederati dei secoli passati contro le grandi potenze militari che occupavano i territori di quella che diventerà poi la Svizzera. Una immagine che mi è balzata alla mente mentre in una classe eritrea delle scuole medie spiegavo la storia del nostro Paese.
Impressiona alla periferia di Asmara il cosiddetto "cimitero degli elefanti", un ammasso alto una decina di metri su un’area di svariati campi di calcio in cui sono ammucchiati i relitti di guerra: blindati, camion, cannoni e quant’altro armamentario viene usato in guerra, con la ruggine che sta smangiando tutto.
Rarissime, ma non escluse, le occasioni per parlare della diaspora, dunque delle decine di migliaia di eritrei, in gran parte giovani, fuggiti dal Paese. Probabilmente quasi tutti hanno un familiare, un parente, un amico, un vicino di casa che è fuggito all’estero. Sulla strada incontriamo un giovane. Alto, snello, sguardo molto vivace.  Venticinque anni all’incirca, sul davanti della maglia blu fuoriescono gli auricolari: stava ascoltando la sua musica preferita dal cellulare. Agli esami di maturità aveva ottenuto degli ottimi risultati il che gli dava diritto di ottenere una borsa di studio per l’estero per realizzare il suo sogno: studiare economia. "Ero già stato accettato da un’università, ma poi non mi è stato concesso il passaporto", ci dice. Attualmente lavora nell’ambito del servizio civile in un ufficio dello stato. "Secondo la legge si tratta di un obbligo di 18 mesi…", aggiunge senza perdere il sorriso. Per lui sono già cinque anni che assolve questo obbligo con un indennizzo di una cinquantina di franchi al mese e non sa quanto potrà durare ancora… "Ogni mattina quando mi alzo mi dico che forse oggi sarà la volta buona in cui accadrà qualcosa che mi permetterà di andare a studiare". Serenità o rassegnazione gli chiedo. "Con la certezza che un giorno qualcosa cambierà", risponde. Vorrei chiedergli se il sogno di uscire dallo stato di ibernazione sia riferito alla sua situazione o a tutto il Paese, ma non faccio in tempo. Si avvicina un vecchio, abiti sporchi, scarpe slabbrate. Tende la mano. Il ragazzo lo fissa, per un attimo gli occhi dei due si incontrano. Un lieve sorriso. Lui fruga nelle tasche e gli tende un nakfa, non si tratta che di pochi centesimi, poi mi saluta e se ne va.

L’ARCHITETTURA DI ASMARA
Il centro città ricorda un’altra capitale, quella cubana di Havana. Edifici che richiamano un passato di gloria, ma ora stretti nella morsa del degrado. Architetture interessanti, ardite, corrose dal tempo e dalla mancanza di manutenzione. Il primo piano regolatore della città risale al 1938, per mano degli italiani. Erano gli anni delle leggi razziali, che furono applicate alla lettera nell’organizzare la città.
Nella parte centrale della capitale si edificarono le case per gli italiani. Dei veri e propri gioielli architettonici, in gran parte di chiaro stampo fascista. Costruzioni dai tratti molto lineari, imponenti, con spesso un angolo dell’edificio arrotondato. Per gli architetti del tempo Asmara fu anche uno spazio privilegiato di sperimentazione, per realizzare quanto in patria forse non avrebbero potuto proporre. Si mescolano numerosi stili, dal neo gotico al razionalismo, fino al neo classico e allo stile alpino. Sorprende ad esempio uno stabile, poi adibito ad albergo, con il tetto a falde molto ripide fatto di lamiera, proprio come nelle zone alpine per evitare che troppa neve si accumuli sui tetti. Certo, Asmara si trova a un’altitudine di 2400 metri, ma evidentemente la neve è sconosciuta….
Più oltre la parte della città in cui abitavano gli africani. A dividere colonizzatori e indigeni il Combistato, una via che si racconta gli africani non potevano superare. Significativo il fatto che sui piani regolatori, anche quelli realizzati negli anni più recenti, compare una zona totalmente bianca. Si tratta della parte più povera della città, dove le vie non sono state tracciate con la riga, ma si perdono in un dedalo di viuzze che serpeggiano tra costruzioni di stile nord africano: case a un solo piano con tetti piatti. Più oltre, andando verso nord est, fin sulle falde che portano al grande terrazzo che circonda parte della città erano state costruite delle case rotonde, i tugul, con allora i tetti in paglia, come se ne vedono moltissime nei villaggi rurali sub sahariana. Era la zona riservata agli àscari, gli indigeni arruolati nelle forze coloniali. Oggi si incontrano ancora molte di queste costruzioni. In gran parte però sono state circondate da muri di protezione che contengono anche nuove abitazioni, questa volta rettangolari. Camminare in questi quartieri è come regalarsi un balzo a ritroso nel tempo. Decine di bambini che giocano a calcio con palloni oramai consumati sulle strade in terra battuta. Carri e carretti trainati da asini. Le taniche trasportate a spalla colme d’acqua attinta in un laghetto vicino. Donne e ragazze coperte da foulard colorati. Emozioni e sensazioni che verosimilmente si spegneranno con il passare degli anni, quando, e già lo si vede, intere aree verranno riedificate seguendo i criteri dell’architettura moderna.
Cambiamenti radicali che però non toccheranno il centro della città riconosciuto pochi mesi fa dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Un riconoscimento che richiederà degli importanti investimenti per procedere ai risanamenti di cui necessitano numerosi edifici.

LA SCUOLA ITALIANA DI ASMARA
"Buongiorno amico, vuoi comperare lire italiane del tempo di Mussolini…?". Dalla tasca della giacca sgualcita estrae un pugno di monete, con impresso il nome di Vittorio Emanuele. L’incontro si svolge sulla Harnet Avenue, la via principale del centro città dove è più facile incrociare i rari turisti. Capita frequentemente di incontrare persone che parlano italiano. Di solito sono anziani che avevano imparato la lingua al momento degli anni d’oro della presenza italiana, oppure giovani che studiano alla scuola italiana. Oggi ad Asmara, ci dice uno di loro, gli italiani residenti si contano sulle dita di poche mani. Molto più numerosi i meticci, discendenti dei soldati italiani che ancora hanno difficoltà ad essere accettati. Vanno aggiunti i docenti della scuola italiana. Nel mondo in oltre 130 sedi di diverso ordine e grandezza lavorano oltre 550 docenti italiani. Ad Asmara, una delle sedi principali più decentrate con Addis Abeba sono una cinquantina, 1200 gli allievi tra asilo, scuola elementare, medie e liceo. Le lezioni seguono i programmi della scuola italiana. Quasi 9 allievi su 10 sono di origine eritrea.
Quando arrivo alla scuola l’area riservata agli allievi delle medie e del liceo è un pullulare di ragazzi che indossano camice azzurre. È l’ora della ricreazione. Si cerca un poco d’ombra sotto gli alberi. Molti fanno la coda per acquistare un panino o bere un te. Ridono, scherzano in tigrino. "In teoria all’interno dell’area scolastica dovrebbero parlare esclusivamente in italiano", commenta un docente. Più tardi entrando in una classe delle medie mi accorgo che comunque molti faticano ad esprimersi correttamente in italiano. Logico dunque che nei momenti di svago scivolino automaticamente nella loro lingua madre.
Mi chiedono di parlare della Svizzera. Vengono proiettate alcune immagini. Ad accendere la loro curiosità sono soprattutto le montagne. Non è facile spiegare la neve a chi non l’ha mai toccata e vista solamente in fotografia…! Vogliono sapere perché gli alpinisti fanno tanta fatica per salire sulle cime, come si fa a scalare una parete perpendicolare e se anche i bambini vanno in montagna. Diversi di loro hanno parenti o conoscenti in Svizzera. "Cosa vi raccontano?", chiede la docente. "Che fa molto freddo" risponde subito una bambina. Altri due aggiungono che ci sono i treni che passano sotto le montagne e che accadono molti incidenti… Tutto qui, poi suona la campanella.
I docenti provengono dalle varie regioni d’Italia. Solitamente rimangono per tre anni, ma con un limite massimo di cinque. Alcuni sono stati seguiti dalla famiglia. Altri hanno moglie e figli in Italia. Non è sempre facile vivere ad Asmara. Nonostante guadagnino bene, anche per loro la vita è cara. Le proposte culturali e ricreative scarse. Integrarsi nella vita sociale locale è quasi impossibile. "Le ferite dell’era coloniale non sono dimenticate…", commenta uno di loro. "Poi c’è la diffidenza nell’avvicinarsi troppo allo straniero – aggiunge -che forse è anche paura". Qui come altrove i bambini più piccoli additano subito lo straniero sulla strada e lo scherzano: per loro siamo tutti "chinese", detto in inglese… Forse il segnale che la lunga mano d’oriente sta penetrando anche l’Eritrea, nonostante di cinesi se ne vedano in giro pochissimi.
13.05.2018


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