Alle isole Solovki spariscono le tracce del campo di lavoro
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Sembra il paradiso
ma qui c'era un gulag
ANDREA STERN


Su questo arcipelago non lontano dal circolo polare artico sono morte più di 300mila persone in vent’anni. Eppure sbarcando alle isole Solovki non si avverte nessuno dei segni distintivi di campi di concentramento come Auschwitz. Dietro al maestoso monastero eretto nel XVI secolo, si trova solo qualche sparuto nucleo di casette, perlopiù in legno. Poi una centrale elettrica e un aeroporto, che in realtà è solo un’altra casetta in legno affiancata da una pista in acciaio misto a erba. Per il resto solo pinete, laghi, natura incontaminata sulla quale dominano i garriti dei gabbiani. Un paradiso.
"Qui non è mai stato costruito alcun campo di concentramento - spiega Elena, giovane guida turistica -. L’intero arcipelago è stato un campo di concentramento". O meglio di rieducazione, come tendono a sottolineare gli abitanti del posto, poco meno di mille anime. "Perché qui non si veniva a morire - afferma Piotr, proprietario di un bar -. Si veniva a lavorare".
Il regime comunista, che confiscò le isole ai frati ortodossi nel 1919, inviò nel suo primo gulag oltre 800mila persone sull’arco di un ventennio. Nobili, scienziati, scrittori, religiosi, ma anche semplici contadini. Tutti accomunati dall’opposizione, vera o supposta, alla rivoluzione bolscevica che aveva appena preso il potere a Mosca. L’obiettivo di Vladimir Lenin, e in seguito di Josif Stalin, era quello di redimere queste persone dai loro pensieri incompatibili con il comunismo. "Il lavoro fortifica l’anima e il corpo", si leggeva sull’insegna appesa al porto. "Evviva il lavoro libero e gioioso", fu invece scritto su una chiesa sconsacrata.
Ma quegli slogan non trovarono alcun riscontro nella realtà. I deportati furono obbligati a svolgere interminabili giornate di pesanti lavori forzati. Chi si rifiutava, veniva fucilato. Chi invece rispettava gli ordini, spesso finiva per morire di freddo o di stenti. "Per ogni lavoratore veniva fissato un obiettivo giornaliero, per esempio abbattere 50 alberi - racconta Elena -. Chi non riusciva a raggiungere l’obiettivo, era costretto a proseguire il lavoro di notte. E se voleva dormire, non poteva tornare ai rifugi ma doveva restare nel bosco". In un ambiente impestato dalle zanzare in estate e contraddistinto da temperature attorno ai meno venti gradi tra ottobre e maggio. "Ma i capi non si preoccupavano se un lavoratore moriva – aggiunge Elena -. Tanto veniva subito sostituito con un altro deportato. Partivano dal principio che un lavoratore rende solo nei primi tre mesi. Poi diventa inutile".
La macchina infernale delle Solovki proseguì la sua corsa fino al 1939, quando per necessità di guerra le isole vennero trasformate in base della marina militare. Nel frattempo l’esempio del primo campo di lavoro forzato, raccontato da Alexander Solgenitsin nel suo pluripremiato "Arcipelago Gulag", era stato esportato un po’ in tutta l’Unione sovietica. Infine, con il crollo del regime comunista, le isole Solovki vennero restituite ai frati, che si impegnarono a rimettere in sesto il monastero per farlo tornare luogo di pellegrinaggio. E a cancellare ogni traccia di quel drammatico ventennio.
Ci sono riusciti. Oggi sull’arcipelago nulla lascia pensare all’incredibile quantità di cadaveri ammassati sotto il suolo. Il passato è stato rimosso. Nel monastero è stata chiusa l’ala dedicata al ricordo delle vittime. Le uniche testimonianze visive degli orrori perpetrati dal regime sovietico restano quelle ospitate da un piccolo museo, semivuoto. Poco distante alcuni turisti fanno il bagno approfittando di una delle rare calde giornate estive. Altri affollano l’unico negozio di alimentari. Altri ancora sorseggiano birra sulla terrazza di un bar. "Vengono qui per pregare, ma anche per godersi l’estate - dice Piotr -. A loro non interessa il passato. Preferiscono vivere il presente".

astern@caffe.ch
19.08.2018


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