Reportage nel cuore dall'isola simbolo degli sbarchi
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Le notti a Lampedusa
tra pescherie e 'turchi'
MARIA MICHELA D'ALESSANDRO DA LAMPEDUSA


Proprio mentre in Italia era in corso il tira e molla sulla nave Diciotti della Guardia costiera al largo del porto di Catania con 177 persone a bordo, a Lampedusa, l’isola più a sud d’Italia, per anni il simbolo degli sbarchi, sembra non interessi più a nessuno parlare di migranti. Durante la stagione turistica, la vita qui è scandita dalle piccole cose: mare cristallino, natura incontaminata, aperitivi al tramonto, pesca e turismo. Quasi a voler dimenticare, appunto, l’appellativo di isola dell’accoglienza "conquistato" negli ultimi anni dopo le migliaia di profughi sbarcati.
Il racconto, le voci dall’isola sono raccolte in una giornata afosa d’inizio agosto. "Bisognava vedere nel 2011 cos’era il porto vecchio, venivo scortato dalle forze dell’ordine per prendere il pesce dal molo alla pescheria (distanti pochi metri)", racconta Mario, proprietario della più antica baracca del pesce di Lampedusa, oggi una pescheria "gourmet" dove si mangia, si vende e si vede arrivare il pesce appena pescato. Mentre i pescatori scaricano le barche, una macchina della polizia con i lampeggianti accesi si dirige a sud del lungomare Luigi Rizzo, è quasi mezzanotte e "sono arrivati altri turchi", commenta un pescatore.
I turchi, così i pescatori chiamano i migranti che sbarcano a Lampedusa, senza distinzione di razza o provenienza. E questo perché sono stufi di una situazione che va avanti da anni e che ha colpito anche la pesca: "Oggi in mare siamo stati fermi un’ora e mezza per dei controlli e loro possono arrivare fin qui al porto?", domanda un pescatore.
Tutti uomini quelli arrivati a bordo di una piccola imbarcazione di circa 4 metri, dieci tunisini che di lì a poco verranno trasferiti all’hotspot di Lampedusa. Alcuni fumano una sigaretta, altri aspettano seduti per terra mentre le forze dell’ordine cominciano a fare domande, sempre le stesse, senza risposta.
La notte è lunga e gli sbarchi continuano - in 48 ore nei primi giorni di agosto sono arrivate circa 200 persone. Bilel è una di queste, tunisino di 21 anni, occhi penetranti e fisico asciutto: 24 ore a bordo di una piccola barca con altre 13 persone, 700 euro per raggiungere l’Italia, "anche se io voglio andare in Francia", commenta mischiando il francese all’inglese. È seduto su un muretto all’angolo di via Roma, il corso principale di Lampedusa, insieme a Samir, tunisino, conosciuto in mare. Parlano tranquillamente di quello che vorrebbero fare in futuro ma non sanno quando lasceranno l’isola e se riusciranno a raggiungere la Francia. "Non voglio stare qui, Lampedusa sembra bella ma è lontana da tutto, all’hotspot c’è tanta gente, uomini, donne e bambini, mi hanno sequestrato il telefono e non posso neanche dire ai miei genitori che sto bene e ce l’ho fatta", afferma Bilel.
Se Bilel e Samir riusciranno ad arrivare a Roma e poi in Francia, non sarà per i rapporti tra l’Italia e l’Unione Europea, né per il ministro degli Interni italiano Matteo Salvini che annuncia rimpatri e stringe la cinghia sull’immigrazione. In un clima di incertezza verso una strategia di isolamento perseguita da Roma, la risposta negativa di Bruxelles è arrivata subito dopo la proposta di Salvini di cambiare la normativa europea e rendere i porti libici porti sicuri.
Intanto c’è chi da anni cerca di andare oltre la spettacolarizzazione della vicenda, allontanandosi dalla banale e superficiale idea di Lampedusa come isola dell’invasione. Dal 2015 Alberto Mallardo, operatore sociale, si è traferito a Lampedusa dove coordina la struttura di Mediterranean Hope. Il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia finanziato in larga parte dall’otto per mille della Chiesa evangelica valdese -Unione delle chiese metodiste e valdesi, dal 2014 svolge a Lampedusa un lavoro di primissima accoglienza, mediazione, informazione e ricerca. "Negli anni, oltre ad essere presenti sul campo durante gli sbarchi, abbiamo ricevuto i migranti nella nostra sede per permettergli di connettersi ad Internet, dando anche loro un servizio di orientamento legale", spiega Alberto.
Perché "quando si parla di migrazione, si parla solo di emergenza umanitaria senza ascoltare la voce del migrante", racconta Fabrizio, membro del collettivo Askavusa (a piedi scalzi in dialetto lampedusano). Nella sede di Askavusa davanti al porto, sono esposti alcuni degli oggetti una volta appartenenti ai migranti: il progetto Portom non è però una semplice mostra d’arte bensì una testimonianza, giubbotti salvagente, spazzolini, scarpe e bottiglie di plastica a volte contenenti molto più che una storia.
26.08.2018


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