Il fotoreportage sulle pericolose rotte balcaniche
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Storie di violenza
lungo il confine croato
MARIO DIANA, NICOLA FORNACIARI E GABRIELE GATTI


Dalla fine dell’inverno 2017 gran parte dei migranti in viaggio lungo la cosiddetta Rotta Balcanica, vira verso il nord della Bosnia da Serbia, Grecia, Bulgaria e Montenegro. Le motivazioni del cambio di percorso sono diverse: la precedente strada, che vedeva dal 2015 al 2017 la Serbia come ultimo baluardo prima dell’accesso all’Europa, ora non è sostanzialmente più attiva poiché il confine con l’Ungheria è sbarrato dal Muro di Orbàn e i valichi al confine serbo-croato erano (e sono) famosi per le violenze fisiche oltre che psicologiche da parte della polizia di frontiera croata. Di conseguenza si è sviluppato l’itinerario attraverso il territorio bosniaco, che è senza dubbio divenuto il più semplice da percorrere per i trafficanti, con margini di guadagno molto alti.
Le destinazioni, che spesso ricadono su Paesi come Italia, Svizzera e Germania sono scelte secondo i principi della disponibilità lavorativa, della facilità di trovare documenti d’asilo e delle comunità provenienti da Pesi come Pakistan, Afghanistan, Iraq e India già presenti sui territori, che possono accogliere e aiutare i nuovi arrivati. Si è quindi creata una grande concentrazione di migranti a ridosso del confine con la Croazia, nelle località del nord-ovest di Bihać e Velika Kladuša, dove avvengono numerosi casi di violazione dei diritti umani e violenze.

Il caso della famiglia respinta illegalmente
Il primo contatto con una famiglia (di cui per motivi di prudenza non pubblichiamo le generalità) è avvenuto il giorno 8 giugno 2018 al campo informale di Velika Kladuša. È di origini curdo-irachene, ed è formata dal padre, dalla madre, da un figlio maschio e una figlia femmina. Dopo il primo contatto il nucleo familiare è stato monitorato poiché ha tentato l’attraversamento del confine tra Bosnia e Croazia almeno tre volte, affidandosi ai trafficanti di esseri umani. Secondo i loro racconti in ognuna di queste occasioni sono arrivati in territorio croato, anche vicini al confine sloveno, venendo però respinti in Bosnia dalla polizia e deportati sempre nello stesso luogo. Uno di questi respingimenti è avvenuto a metà luglio, mentre la donna si trovava all’ottavo mese di gravidanza. Con temperature che sfioravano i 40 gradi, alle 11 del mattino.
Dopo quest’ultimo tentativo fallito il 29 luglio la famiglia è giunta in Croazia nella città di Sisak, a 60 chilometri da Zagabria. Tramite la documentazione ospedaliera si è potuto ricostruire che la donna è stata ricoverata all’ospedale di Sisak dal 29 al 31 luglio 2018. La famiglia è entrata in contatto con la polizia locale che ha fatto loro compilare moduli per stranieri, prendendo a tutti i componenti le impronte digitali. Secondo il loro racconto, gli agenti gli avrebbero detto di tranquillizzarsi e che sarebbero stati portati in un centro sicuro, con la possibilità di rimanere in territorio croato per 15 giorni. Grazie a queste rassicurazioni la famiglia non ha avanzato richiesta di protezione internazionale alloggiando all’hotel Panonija di Sisak sotto custodia della polizia croata. Fino a questo momento, nessun problema. Tuttavia, il 31 luglio 2018 la situazione ha avuto un risvolto negativo. Dopo l’arrivo di nuovi agenti il trattamento è bruscamente cambiato, alle loro domande non venivano date risposte e, pur non avendo subito violenze, sono stati caricati su un furgone e condotti (compresa la donna ancora incinta) oltre il confine croato-bosniaco. Poi, sono stati lasciati nei boschi alle 9 di sera.
La mattina del primo agosto è stata riscontrata la presenza di tutta la famiglia a Biha. Il giorno 3 agosto è stata chiamata un’ambulanza per trasportare la donna all’ospedale a causa della rottura delle acque. Il mattino stesso la donna ha partorito. Ognuno di questi passaggi è certificato dai documenti rilasciati dal personale ospedaliero di Biha. Secondo i documenti è stato possibile ricostruire insieme al Centro studi per la pace di Zagabria che la famiglia si trovava a Sisak in Croazia, in pieno territorio europeo fino al 31 luglio. La donna era al termine della gravidanza e non nelle condizioni di spostarsi e tantomeno percorrere svariati chilometri a piedi. Il fatto che tre giorni dopo abbia partorito ne è la prova.

Il campo profughi di Velika Kladuša
A Velika Kladuša vi è un campo informale a poche centinaia di metri dal confine bosniaco-croato nel cantone Una-sana. La distesa di tende si trova all’interno di un terreno controllato dal Comune sul quale governa Fikret Abdi, l’ex magnate della compagnia agroalimentare Agrokomerc. Abdi, nel 1993, durante la guerra fondò la Provincia autonoma della Bosnia dell’Ovest, della quale fu governatore fino al 1995. Venne condannato a dieci anni di prigione per crimini di guerra. Il campo si presenta come una distesa di terra battuta dove sorgono diversi ripari di fortuna e tende. Il numero di profughi è variabile poiché molti migranti provano a oltrepassare il confine periodicamente, lasciando il proprio giaciglio solo per un breve periodo di tempo per poi far ritorno nel caso in cui vengano respinti dalla polizia. L’attuale insediamento dei profughi esiste dalla metà di maggio 2018, in precedenza il primo accampamento era situato al Gradski Park di fronte alla Moschea nel centro città. Durante tutto il periodo estivo il campo era tristemente noto per le temperature incredibilmente torride che costringevano abitanti e volontari a rimanere per il più breve tempo possibile sotto i duri colpi del sole. Con l’inverno si presenta il problema contrario, ovvero trovare un riparo per le molte persone ancora bloccate nel campo a causa dei respingimenti della polizia di frontiera. Soprattutto nel nord della Bosnia l’inverno inizia molto presto ed è famigerato per temperature che raggiungono quotidianamente i meno 20° sotto lo zero.

Gli 8 tentativi per giungere nella confederazione
Tra le famiglie in cerca di un futuro diverso, quella di Y. e di suo marito è indicativa. Sono due ingegneri civili fuggiti dall’Iran per dare una vita migliore alla figlia appena nata. Rivolgendosi all’agenzia Majd Aseman, hanno comprato un volo da Teheran alla Serbia da dove avrebbero avuto accesso ad un passaggio sicuro verso la Svizzera grazie ai trafficanti di cui l’agenzia di viaggi stessa si serve per questo tipo di operazioni. Hanno così aspettato per tre notti al parco davanti la stazione dei treni di Belgrado di essere contattati dall’agenzia. Il quarto giorno sono stati avvicinati da un faccendiere serbo che li ha portati in un appartamento, dove hanno trascorso due giorni in attesa del momento opportuno per essere trasportati al confine.
Pagando un alto prezzo, la famiglia di Y. potrà essere scortata da un trafficante nel Game, ovvero il percorso attraverso i boschi tra Bosnia e Croazia per avere poi accesso alla Slovenia e così recarsi in Svizzera. La destinazione per una famiglia di ingegneri civili come quella di Y. è fortemente condizionata dalla disponibilità lavorativa dei territori di arrivo. La richiesta e la valorizzazione economica di lavoratori specializzati in Svizzera e in Germania fa in modo che sia più attrattiva per studenti laureati, ingegneri e medici. La maggior parte della manodopera non specializzata, che è direttamente riconducibile soprattutto ai migranti pakistani e indiani di religione sikh, si reca in stati come Italia e Spagna.
La famiglia di Y. ha già tentato 8 volte e altrettante è stata respinta dalle polizie di Croazia e Slovenia. Ci sono principalmente due modi per effettuare il passaggio del confine: tramite autobus o taxi e a piedi. Il punto nevralgico degli spostamenti tramite mezzi è la stazione degli autobus di Velika Kladuša situata a pochi metri dal campo. Da qui partono diversi pullman privati, su cui i migranti che hanno pagato questo tipo di tratta possono salire. I pullman si recano nelle località lungo tutto il confine fermandosi nelle stazioni preposte lasciando i migranti a pochi chilometri dal confine con la Croazia dove aspetteranno un segnale dai trafficanti per mettersi in cammino e raggiungere il confine.
La più costosa via di passaggio viene effettuata mediante l’uso di taxi soprattutto dalla località di Biha. Il luogo centrale di queste operazioni è la stazione degli autobus della cittadina da cui i trafficanti gestiscono questo traffico illegale diretto soprattutto verso Italia, Svizzera e Germania. Il passaggio di confine avviene attraverso taxi bosniaci in contatto con i trafficanti di esseri umani sul territorio che caricano le persone intenzionate ad affrontare il trasbordo e le portano oltre il confine bosniaco. A questo punto in Croazia o in Slovenia un secondo veicolo si prende a carico le persone trasportate portandole direttamente dentro i confini dei paesi di destinazione.
I passaggi dalle due località bosniache attraverso il territorio croato e sloveno avvengono sotto il controllo dei trafficanti, che a loro volta affidano i lavori di bassa lega o più pericolosi ai runners. Questi sono individui soprattutto giovani e in buona salute che si occupano di tenere i contatti con i trafficanti di livello superiore e, cosa molto importante, nella maggior parte dei casi accompagnano i gruppi di migranti lungo il tragitto facendo da guida.
Esistono vari livelli di smugglers (trafficanti), i vertici non sono mai presenti sui territori e delegano il contatto con chi necessita di passare il confine soprattutto ad afghani e nord-africani.
Il mercato del traffico di esseri umani fino a settembre era in crescita e un singolo viaggiatore poteva pagare anche 2.600 euro per un passaggio fino all’Italia e molto di più per l’ingresso in Svizzera o in Germania. La tariffa per le famiglie si aggira intorno ai 6000 euro. Chi non può permettersi queste cifre proverà a valicare i confini percorrendo a piedi più di 230 km senza guide.

Il modus operandi della polizia croata
La polizia croata riesce agevolmente ad intercettare molte persone che entrano nel territorio di loro competenza anche grazie alle segnalazioni provenienti soprattutto dai cittadini. Secondo le testimonianze, le procedure utilizzate prevedono le seguenti operazioni al momento della cattura: le persone vengono prima perquisite e spogliate, i cellulari e tutti gli apparecchi elettronici in loro possesso vengono frantumati a colpi di manganello o sequestrati. Ogni uomo viene violentemente picchiato e immobilizzato a terra mentre la polizia raccoglie tutti gli averi in possesso dei migranti. Soprattutto da parte della polizia croata i casi di furti sono ampiamente denunciati come pratica diffusa. Vengono successivamente caricati su dei furgoni aspettando il riconoscimento; l’attesa nel retro della vettura varia da 6 a 8 ore senza cibo, acqua e, solo in pochissimi casi, viene permesso di recarsi al bagno. Una volta portate in caserma le persone sono interrogate e vengono loro prese le impronte. Terminato questo processo ognuno viene riportato in territorio bosniaco dalla polizia croata.

Il passaggio attraverso il campo minato
Nei boschi a pochi chilometri da Velika Kladuša abbiamo individuato un sentiero che permette di passare dalla Bosnia alla Croazia sfruttando i boschi come copertura. Il passaggio in questione tuttavia costituisce anche il luogo dove avvengono le deportazioni da parte della polizia croata verso il territorio bosniaco.
Si tratta di un sentiero che devia dalla strada e che conduce direttamente dentro alla "terra di nessuno" tra i due stati. Il rischio di trovare mine è alto e i cartelli rossi con l’effige del teschio ai lati del percorso sono molto espliciti. Percorrendo questo stretto corridoio all’interno del campo minato si arriva a due piloni di cemento che sbarrano la via, impossibili da superare con un veicolo, tuttavia non costituiscono un ostacolo se oltrepassati a piedi.
Lungo questo percorso nella terra di nessuno e nel territorio bosniaco subito dopo questo sbarramento sono state rinvenute numerose suppellettili appartenenti ai migranti, pezzi di telefoni in frantumi, braccialetti di riconoscimento di colore blu e i documenti di identificazione sloveni che certificano la registrazione delle persone respinte in uno Stato a due frontiere di distanza. Da innumerevoli testimonianze la polizia croata respinge i migranti fin dentro alla Bosnia.

I documenti e i braccialetti di riconoscimento
I documenti sono stati trovati in pieno territorio bosniaco nella zona adibita i respingimenti da parte della polizia croata. Si tratta soprattutto di fogli di identificazione della polizia slovena su cui sono indicati i dati della persona fermata e su cui viene evidenziata l’entrata irregolare nel territorio. Nei documenti trovati è indicata la presenza di un mediatore in lingua urdu, tuttavia non è presente alcun nome né tantomeno la firma che ne proverebbe l’effettiva presenza.
In alcuni documenti manca il timbro di ufficialità delle stazioni di polizia. Confrontando inoltre la grafia delle firme che, dalla calce dovrebbero appartenere allo stesso poliziotto responsabile, in realtà si può constatare che esse non combacino in alcun modo. Dalla presenza dei documenti e dalle testimonianze raccolte emerge che al momento della cattura in Slovenia la polizia scheda ogni persona fermata e prende nota degli averi. Non c’è effettiva presenza testimoniata di un mediatore culturale che li metta a conoscenza della possibilità di fare richiesta d’asilo in territorio sloveno. Dalle testimonianze raccolte molte persone hanno richiesto asilo in Slovenia senza però essere ascoltate e respinte in Bosnia.
Molti documenti presentano irregolarità testimoniate dalla mancanza di firme attendibili e soprattutto timbri che ne confermino l’ufficialità. Il ritrovamento di questi documenti per la maggior parte in pessime condizioni in territorio bosniaco, testimonia che le polizie slovene e croate collaborano per respingere i migranti fermati in Slovenia verso un Paese non Ue (Bosnia). L’ultimo passaggio viene fatto dalla polizia croata che conduce i migranti oltre il confine con la Bosnia e lasciandoli nell’area adibita al respingimento.
I braccialetti blu ritrovati nelle aree di respingimento vengono fatti indossare ad ognuno dei migranti in Slovenia e vengono associati ad un numero che servirà alle autorità a riconoscerli. Il numero sui braccialetti varia a seconda dell’ammontare di persone nel gruppo intercettato (numeri da 1 a 5 segnalano quindi un gruppo composto da 5 persone), devono essere indossati nei momenti successivi alla cattura quando vengono effettuate le operazioni di riconoscimento ed espulsione poiché all’interno della caserma i migranti vengono chiamati con il loro numero identificativo e non per nome.
Quando la polizia slovena passa la custodia del gruppo di migranti alla polizia croata, che si occuperà del respingimento in Bosnia, i braccialetti sono ancora usati per identificare le persone respinte.
Associato ad ogni braccialetto vi è infatti una busta di carta sulla quale viene scritto il numero identificativo, il nome della persona ed eventualmente gli effetti personali in essa contenuti. Al momento dell’espulsione i poliziotti utilizzano il numero per la restituzione degli oggetti sequestrati. Dalla traduzione dei documenti e dalle testimonianze di coloro che sono stati respinti si può ricostruire questo modo di operare da parte delle autorità slovene e croate.
28.10.2018


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