Fotoreportage dalla Penisola araba da 4 anni in guerra
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Le stragi di bambini
nello Yemen devastato
MATTEO BASTIANELLI


Idue fratelli gemelli nati prematuri, ricoverati in un reparto per malnutrizione a Taiz, naturalmente non sanno cosa sta accadendo al loro Paese, dove 85.000 bambini sotto i 5 anni muoiono di fame ogni anno. E non si sa neppure che fine ha fatto un uomo caricato a forza su un camioncino a Sana’a. Cercava di liberarsi dalla presa di una decina di militari che a calci e pugni lo hanno costretto a salire sul retro, mentre altri gli intimavano di non muoversi con le armi. Scene quotidiane dallo Yemen dove ci sono barricate fatte di mattoni, sacchi di sabbia e rocce. Auto distrutte impilate una sopra all’altra come fossero modelli in miniatura. Bambini feriti da colpi di fucile, granate, schegge di bombe.
L’Arabia Felix, nota fin dai tempi degli antichi romani per incenso, mirra e lucrosi traffici commerciali, è ormai un lontano ricordo: oggi in Yemen c’è soprattutto morte, distruzione e sofferenza. E una pianta di cui tutti si riempiono la bocca masticandone le foglie, fino a deformarsi le guance: il Khat (Qat). Ha un effetto simile a quello dell’anfetamina, non fa sentire la fatica, causa perdita di sonno e di appetito inducendo comportamenti maniacali e iperattività. Droga perfetta per un Paese affamato dalla guerra, narcotizzato e utilizzato come terreno di scontro tra Arabia Saudita e Iran per l’egemonia nella regione. L’ennesima guerra per procura che si inserisce nel contesto più ampio dello scontro tra Russia e Stati Uniti, già visto con le stesse modalità in Ucraina e in Siria.
L’embargo imposto dall’Onu è stato sapientemente aggirato da Usa, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Spagna, che continuano a fare affari con l’Arabia Saudita, beffandosi del Trattato globale sul commercio delle armi. Dopo l’efferato omicidio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi, soltanto la Germania ha bloccato le vendite di armi ai sauditi. Dall’inizio del conflitto in Yemen più di 2.500 scuole sono state distrutte dai bombardamenti, chiuse o usate per motivi bellici. Al momento, due milioni di bambini in età scolare non ricevono alcuna istruzione. Sono proprio i più deboli a pagare il prezzo più alto. Ho visto bambini soldato un po’ ovunque, dal nord al sud, attraversando circa 100 check-point controllati dalle varie fazioni in lotta e due linee del fronte.
Così i ragazzini si guadagnano 2000 riyal al giorno, l’equivalente di circa 5 dollari. Controllano i veicoli e i permessi di transito di chi ha deciso di viaggiare in quel che rimane di un Paese dilaniato da una guerra civile in corso da quasi 4 anni. Le parole a volte ingannano, volutamente, ma in questa guerra come in tutte le altre, non c’è nulla di civile. Secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu), si tratta della peggiore crisi umanitaria al mondo, con 20 milioni di persone che hanno bisogno di protezione e assistenza umanitaria a causa della mancanza dei servizi sanitari e delle provviste.
Un terzo della popolazione versa in condizione di insicurezza alimentare; c’è chi muore in casa per le intossicazioni causate dal cibo avariato, chi non ha accesso ad acqua potabile sicura. I pozzi inquinati e l’acqua contaminata, solo nello scorso anno, hanno provocato oltre un milione di casi di diarrea e colera. Secondo le stime ufficiali, a ribasso, il conflitto ha causato la morte di 10.000 persone, 3 milioni hanno perso casa e sono sfollati internamente, senza possibilità di lasciare il paese. Dal 2015, sia gli attacchi aerei della coalizione a guida saudita che i droni americani impegnati nella "guerra al terrore" hanno causato centinaia di vittime e feriti tra i civili inermi, così come gli Houthi e le forze governative anti-Houthi si sono resi protagonisti di lanci indiscriminati di missili e esplosivi contro i centri abitati. I danni collaterali di un conflitto che non fa sconti, sotto nessun punto di vista. I prezzi sono aumentati in media del 300% per i generi alimentari. L’accesso alle cure è uno dei problemi maggiori. Da più di 2 anni il Ministero della Salute non paga i salari e gli ospedali pubblici non funzionano più. Solo grazie al supporto delle Ong si riesce a garantire l’accesso gratuito alle medicine e gli interventi di emergenza. I dialoghi di pace sono falliti già molte volte e sembra che nessuno voglia davvero mettere a tacere le armi. Molti analisti citano la Bosnia come termine di paragone per lo Yemen; si fa sempre più largo l’idea di un ipotetico congelamento del conflitto attraverso la divisione del paese in un mosaico etno-religioso in grado di garantire gli interessi di tutti. Ossia, di nessuno. In applicazione del motto latino del "divide et impera", rielaborato in chiave mediorientale, sulla pelle dei civili yemeniti.
02.12.2018


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