Il business milionario l'oro verde che parte da Tirana
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Le finte bande albanesi
che sfidano l'Europa
MATTEO BASTIANELLI DA LECCE


L’Italia è diventata un deposito per la marijuana prodotta in Albania. Ogni anno centinaia di tonnellate attraversano l’Adriatico a bordo di veloci motoscafi diretti verso le coste del Salento. Qui la droga viene raccolta e portata in vari depositi nelle campagne pugliesi, dove viene sorvegliata da uomini armati, per poi essere immessa nel mercato. Compreso quello svizzero (vedi articolo a fianco). I militari del Gruppo operativo antidroga (Goa) del Nucleo di polizia tributaria di Lecce, tentano di intercettare le partite già in mare. Ma non sempre ci riescono. E così puntano a trovare le alleanze tra la malavita albanese e la clientela italiana bloccando i corrieri che alcune volte si spingono anche oltre frontiera, in Ticino.
A raccontare la violenza dei trafficanti albanesi, è un uomo (che vuole rimanere anonimo) seduto in un bar nella parte nordoccidentale del Paese delle Aquile. È finito in carcere per omicidio negli Stati Uniti ma è stato rilasciato per mancanza di prove: il testimone oculare che lo accusava è stato trovato morto. In Albania gestisce un gruppo di gangster e muove più di 20 chili di marijuana a settimana ma è considerato un "pesce piccolo". Per quelli come lui, la situazione oggi è complicata. Il presidente albanese Edi Rama ha intenzione di traghettare il suo Paese verso l’Unione europea nei prossimi anni, quindi ha dichiarato guerra alla produzione di cannabis.
Ogni notte a Tirana le unità speciali di polizia bloccano le macchine di lusso e perquisiscono i porta bagagli. Questo è uno dei filoni delle indagini: seguire i soldi per incastrare i trafficanti di droga. L’altro fa affidamento sulla collaborazione tra il laboratorio di ricerca Benecon a Tirana, i ricercatori di un consorzio di 5 università̀ della regione Campania (responsabilè legale e scientifico è il professor Carmine Gambardella), la polizia albanese e i militari della Guardia di finanza (Gdf), che svolgono attività di telerilevamento per individuare piantagioni di cannabis sul territorio albanese. Attraverso fotocamere ad alta risoluzione installate su aerei della Gdf, i militari riescono a mappare il territorio e a individuare le piantagioni, poi la polizia albanese fa irruzione, confiscando armi e dando alle fiamme il raccolto d’erba degli agricoltori.
Nel 2014 il villaggio di Lazarat, allora noto come la capitale europea della cannabis, era stato assediato  dalle forze di polizia, che riuscirono a distruggere l’intera produzione e il traffico locale. Ora al posto dell’erba, entrando nella cittadina si scorgono incolti campi di pallone e sui muri gli insulti destinati alla polizia. Malgrado le forze messe in campo dal governo albanese con la collaborazione di Usa e Italia, i trafficanti albanesi si sono riorganizzati e hanno spostato la produzione in altre aree. Evidentemente pensano di poter ancora vincere questa guerra. Nel 2016 ci sono stati circa 1.350 arresti per droga in Albania. Ma meno di cento condanne e il trend è rimasto invariato negli anni: non è stato catturato neanche un "pesce grosso".
Klement Balili, ex direttore dei trasporti per la municipalità di Saranda, nota località turistica nel sud dell’Albania, è l’esempio più eclatante dei legami tra politica e narcotraffico. Pur essendo ricercato dalla Dea, l’agenzia antidroga statunitense e dalla polizia greca, che lo ha indicato come il potente boss di un’organizzazione che detiene il monopolio del business legato all’oro verde in Albania, il trafficante continua a sfuggire alla cattura attraverso i suoi legami in patria.
Per questo motivo gli ambasciatori di Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti sono scettici sui risultati ottenuti dalla lotta al narcotraffico in Albania, dove gli importanti boss continuano ad esseri liberi di nuotare in un mare cristallino, causando serie preoccupazioni alle autorità di diversi stati membri dell’Unione europea.
17.02.2019


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