La storia delle ragazze rapite e vendute dal Califfato
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Le "spose" dell'Isis
vogliono tornare a casa
CARLOTTA LUDOVICA PASSERINI DA WASHINGTON


Lo Stato Islamico sta arrivando alla resa dei conti grazie all’intervento combinato delle Forze democratiche siriane (Fds) e della coalizione internazionale. Negli ultimi tempi le Fds hanno liberato la zona di Bagoz, dopo aver distrutto l’ultima roccaforte dell’Isis nella provincia di Deir Azzor. I miliziani sono stati catturati e le loro famiglie trasferite in centri di detenzione. Ma cosa succederà agli oltre 40.000 foreign fighters che si sono uniti al Califfato?
La maggioranza dei governi occidentali ha dichiarato che non intende procedere all’estradizione dei propri connazionali che hanno combattuto fra le fila dello Stato Islamico. L’Inghilterra ha preferito revocare il passaporto a due membri della cellula dei "Beatles", i miliziani che si occupavano di decapitare gli ostaggi occidentali, ora nelle carceri delle Fds.
Gli Stati Uniti, poi, non sembrano voler concedere il rimpatrio a Hoda Muthana, nata in New Jersey ventiquattro anni fa, con un figlio di 18 mesi. E gli inglesi hanno ribadito di essere contrari a estradare Shamima Begum, diciannovenne al nono mese di gravidanza, unitasi all’Isis quando aveva solo 15 anni. Ora che lo Stato Islamico è arrivato al capolinea, Shamima, non pentita della propria scelta, chiede di tornare a casa per offrire un futuro migliore al bambino che porta in grembo. Futuro che lei stessa ha negato a migliaia di persone, affiliandosi al Califfato. C’è da chiedersi se avrebbe fatto la stessa scelta se la guerra avesse avuto un altro esito.
Centinaia di ragazze occidentali si sono unite all’Isis, abbracciandone l’ideologia e concedendosi come spose volontarie ai miliziani. Molte di loro hanno commesso azioni indicibili, soprattutto nei confronti delle ragazze yezide rapite dallo Stato Islamico il 3 agosto 2014. Quello stesso giorno, infatti, i membri del Califfato hanno messo in atto un vero e proprio genocidio nei confronti degli yezidi, membri della omonima minoranza etnico-religiosa, sul Monte Sinjar. Migliaia di persone sono state uccise e oltre 6.000 donne e ragazze rapite e date in premio ai miliziani che le hanno stuprate, usate come schiave e vendute per poche decine di dollari sul mercato nero.
Pari Ibrahim, fondatrice della Free Yezidi Foundation, Ong irachena che opera nei campi profughi per Idp del Kurdistan per fornire aiuti agli yezidi sopravvissuti al genocidio, ribadisce la necessità di un intervento immediato della comunità internazionale per perseguire legalmente le mogli dei miliziani e gli stessi foreign fighters per tutti i crimini che hanno commesso. Ibrahim sostiene che vi siano prove a carico delle donne dello Stato Islamico e testimoni pronti a dichiararne la colpevolezza. "Le donne spesso erano autrici di violenze peggiori di quelle perpetrate dai loro mariti", spiega Ibrahim, e prosegue: "Lavavano, truccavano e vestivano le ragazze yezide per poi consegnarle ai mariti che le avrebbero ripetutamente violentate".
La fondatrice della Free Yezidi Foundation spiega che erano le stesse mogli dei miliziani a tenere le prigioniere sequestrate, chiudendole a chiave nelle loro stanze, mentre i mariti si trovavano al fronte. "Le ragazze che sono riuscite a scappare - dice Ibrahim - sostengono che torture, umiliazioni e violenze psicologiche erano all’ordine del giorno".
Tuttavia, non sembra che i governi occidentali vogliano occuparsi dei processi dei loro cittadini. Preferiscono che siano le Forze democratiche siriane a prendersene cura, in Paesi dove la giustizia lascia poco spazio ai concetti occidentali di legalità ed equità. L’atteggiamento pilatesco degli Stati europei prevale sulla giustizia tanto declamata nelle nostre costituzioni. E così le donne yezide non troveranno mai pace.
10.03.2019


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