In una fabbrica tra Bosnia e Croazia vivono 2000 profughi
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Il "gioco dell'oca"
sulla Rotta balcanica
MICHELE LUPPI DA BIHA


I migranti lungo la Rotta Balcanica lo chiamano semplicemente "game" (gioco), ma di divertente non ha davvero nulla. Usano questa parola per indicare il tentativo di passare la frontiera aggirando i controlli delle guardie di confine e poco importa se siano esse serbe, croate o ungheresi. È così anche a Biha, capoluogo del cantone di Una-Sana, cittadina immersa nel verde delle montagne che segnano la frontiera tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia, il nuovo confine caldo d’Europa. Perché è da qui che passa la "rotta bosniaca", la via percorsa dai migranti che tentano di aggirare l’irrigidimento dei controlli lungo il confine serbo-croato e serbo-ungherese.
A confermare il cambio avvenuto nei flussi dei migranti che risalgono i Balcani è un recente rapporto dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Iom): delle 31.892 persone transitate dai Balcani occidentali nel corso del 2018 ben 23.848 sono state registrate proprio in Bosnia, un numero venti volte superiore a quello del 2017. Si tratta principalmente di pakistani (33% degli ingressi), seguiti da iraniani (15%), siriani (12%), afgani (12%) e iracheni (9%).
"Dall’accordo tra Turchia e Unione europea del marzo 2016 i numeri si sono notevolmente ridotti, ma il flusso non si è certamente arrestato", spiega Silvia Maraone, coordinatrice degli interventi lungo la Balkan Route per la rete Caritas e Ipsia (Ong italiana legata alle Acli), non nascondendo la preoccupazione per quanto potrà accadere nei prossimi mesi.
"Guardando alla chiusura della rotta del Mediterraneo centrale - confida - Maraone c’è il rischio che la pressione nei Balcani torni ad aumentare".
I primi migranti sono arrivati a Bihać poco più di un anno fa: era il febbraio del 2018. Nel giro di poche settimane le presenze si contavano già a centinaia, ma per loro in città non c’era alcun centro in cui trovare riparo. "Il governo bosniaco si è sempre rifiutato di farsi carico della situazione, demandando tutti gli interventi alla stessa Iom", spiega Greta Mangiagalli, operatrice di Ipsia a Biha da prima dell’arrivo dei migranti.
Tredici mesi dopo il Cantone di Una-Sana continua ad essere la principale meta per i migranti diretti in Europa e per il florido mercato dei trafficanti, nonostante i tentativi delle autorità locali di bloccare gli arrivi per ridurre la pressione nei quattro centri esistenti.
Il più grande si chiama Bira e sorge nei capannoni di un’ex ditta di frigoriferi dove, attualmente, vivono duemila persone, quasi la metà degli oltre quattromila migranti presenti nell’intero Cantone. Il campo in una giornata di fine inverno appare come una superficie di ventiduemila metri quadrati di pareti scrostate e fatiscenti. All’interno decine di tende dove le persone sono ammassate a gruppi di 120 per volta, mentre a minori e donne è destinata un’area riservata con alcuni container. Gli uomini ospitati sono per lo più pakistani, afghani, iracheni, che attendono di provare a passare la frontiera percorrendo a piedi i sentieri attraverso le montagne dove ancora sono presenti campi minati, eredità della guerra degli anni Novanta. Per la maggior parte di loro il viaggio si concluderà con un respingimento da parte della polizia croata, in quello che è un drammatico gioco dell’oca. "Chi torna al Bira è spesso ferito, soprattutto ai piedi, con escoriazioni, tagli, principi di congelamento", racconta Selam Midžić, segretario della Croce Rossa locale. Ma, nonostante questo, tutti sono pronti a riprovarci.
Nell’attesa alcuni di loro prendono una tazza di tè al "Social Café" lo spazio aperto nel dicembre scorso da Ipsia nel cuore del campo. "Per noi è importante essere qui proprio per le pessime condizioni in cui vive la gente", conclude Silvia Maraone, che ammette: "Non si tratta di dare una tazza di té, ma di riconoscere a questi migranti la loro dignità di uomini".
05.05.2019


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