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Ai giovani del Sulcis
restano solo le bombe
FILIPPO TADDEI DA PORTOSCUSO


Alle 3 dell’8 ottobre 2016, un raid aereo condotto verosimilmente dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita ha colpito il villaggio di Deir Al-Hajari, situato nello Yemen nordoccidentale. L’attacco dal cielo ha ucciso una famiglia di sei persone, tra cui una madre incinta e quattro bambini. "Vi chiedo di informarvi di più su cosa succede in Yemen. Di ripensare agli investimenti e alle loro conseguenze. Penso che se sapeste quanti bambini muoiono non fareste questo lavoro", dice alla platea Bonyan Gamal, giovane donna yemenita membro dell’Ong "Mwatana for Human Rights". L’impressione è che nessuno le abbia spiegato perché oggi si trovi proprio ad Iglesias, e perché l’Rwm (la fabbrica che produce le bombe usate in Yemen) si trovi proprio qui, a Domusnovas, nel Sulcis-iglesiente, dove la città più popolosa non è né Iglesias con i suoi 27mila abitanti né Carbonia che di residenti ne ha 29mila, ma quella popolata dai disoccupati: oltre trentamila su centrotrentamila residenti nei diversi paesi. Nessuno le ha spiegato che qui, da quando hanno chiuso gli impianti industriali, il lavoro è la merce più rara. E vale più delle vite altrui.
"Coloro che preferisco sono quelli che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio". È il messaggio firmato da Benito Mussolini coi caratteri tipografici dell’epoca e posto all’ingresso della miniera di Serbariu, periferia sud-est di Carbonia. Oggi l’economia di questa parte di Sardegna è tenuta in piedi dai pensionati, 40 mila persone che con la loro pensione, in molti casi accompagnata dal vitalizio legato alle malattie professionali, aiutano figli e nipoti ad andare avanti.
Cosa succederà quando finiranno le pensioni è il grande boh. Il lavoro se n’è andato e potrebbe non tornare. Nel 2013 il tasso di disoccupazione giovanile  nella provincia di Carbonia-Iglesias ha raggiunto il 73,9 per cento, il più alto fra tutte le province italiane. Il 40 per cento degli abitanti in età da lavoro è a spasso, circa tremila in mobilità, altrettanti in cassa integrazione, le indennità di disoccupazione sono quasi diecimila e l’abbandono scolastico è frequentissimo.
Decenni di promesse, di Piano Sulcis, di sfilate di politici in campagna elettorale, di lotte operaie senza risultati hanno prodotto una rassegnazione e un senso di abbandono senza precedenti. Portoscuso è un comune di cinquemila abitanti sulla costa della Sardegna sud-occidentale, nella regione del Sulcis. La sua zona industriale, chiamata Portovesme, è una delle più grandi dell’isola. Nata a fine anni ‘60, è un insieme di impianti in cui si svolgeva l’intero ciclo di produzione dell’alluminio, dalla polvere di bauxite fino ai prodotti finali, oltre a una fabbrica di zinco, piombo e acido solforico. Oggi le ciminiere non fumano più, gli impianti arrugginiscono e del presidio operaio fuori dai cancelli è rimasta solo la tenda e qualche bandiera. Già nel 1988 l’università di Cagliari parlava di "danno biologico accertato" riferendosi a uno studio sulle quantità allarmanti di piombo nel sangue dei ragazzi delle scuole medie. A Portoscuso non si può consumare il latte delle pecore e delle capre che brucano nei dintorni, né mangiarne la carne, né raccogliere mirtili e crostacei o vendere frutta e verdura. Come un giocattolo per un bambino ormai cresciuto, il Sulcis non serve più e riposa impassibile sul comodino delle zone d’Italia dimenticate. Un storia di colonialismo economico, di un territorio usa e getta, di un popolo vinto. Un territorio devastato dall’inquinamento, e dalla rassegnazione, dove guadagnarsi da vivere è diventato ricatto sociale e "se non le fabbrichiamo noi le bombe, lo farà qualcun altro al posto nostro".
19.05.2019


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