La clinica nata a Gulu nel 1959 ospita anche 900 studenti
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Da 60 anni il Lacor cura
e dà speranza all'Africa
FABRIZIO DI NUCCI DA GULU


Il Lacor è uno degli ospedali no profit più importanti di tutta l’Africa. Nato nel 1959 a Gulu, seconda città dell’Uganda, da clinica dei missionari comboniani la struttura si è trasformata presto in uno dei poli sanitari più importanti di tutto l’East Africa. E questo grazie all’impegno di Piero e Lucille Corti, una coppia di medici italo-canadesi.
Per arrivare al Lacor si sale su un boda-boda, una delle centinaia di moto-taxi che sfrecciano per le strade ugandesi di terra rossa. L’ospedale si trova a una ventina di minuti dal centro di Gulu, sulla strada che dal villaggio porta al Sudan del sud. Una grande antenna bianca e rossa e una cisterna con scritto "St. Mary’s Hospital Lacor" ne indicano l’ingresso. Appena entrati si viene accolti da un monumento che ricorda i coniugi Corti e Matthew Lukwiya, medico ugandese morto per fermare l’epidemia di Ebola che ha colpito il nord dell’Uganda nel 2000.
All’interno del Lacor è ospitato un polo formativo che accoglie 900 studenti ogni anno provenienti da tutto il Paese. Il centro educativo, nato nel 1973 come scuola infermieri per formare competenze locali e contribuire all’integrazione della struttura nel territorio, oggi forma anche ostetriche, tecnici di laboratorio e assistenti di sala operatoria.
Ogni anno 250 ragazzi si diplomano alle scuole del Lacor. Dei 900 studenti che frequentano le lezioni oltre 500 sono residenti, mentre altri raggiungono le classi facendo i pendolari dai propri villaggi. Oltre ai propri iscritti, la scuola dell’ospedale accoglie ragazzi provenienti dalle facoltà di Medicina e Farmacia delle università di Gulu, Makerere e Mbarara, permettendo loro di frequentare i tirocini obbligatori che li abilitano alla professione.
Marcellino, uno degli insegnanti mostra le classi. Somigliano molto alle aule europee: una lavagna in ardesia, gessetti bianchi e una spugna per cancellare. In un’aula è in corso una lezione della scuola infermieri sulla menopausa. Gli alunni ascoltano la spiegazione dell’insegnante e prendono appunti, seduti sui nuovi banchi blu, che occupano poco spazio e permettono la partecipazione di più ragazzi. In biblioteca alcuni ragazzi sono chini sui libri, altri, esausti per lo studio e per il caldo, si addormentano sui banchi. Philippa, una studentessa di vent’anni, è al secondo anno della scuola infermieri. È le che introduce gli ospiti nella parte dell’ospedale che la rappresenta di più: quello che chiama "royal garden", un cortile fra uffici e classi.
Nel giardino alcuni alunni studiano e ripetono le lezioni a voce alta per preparasi agli esami finali, dove saranno valutati da una commissione governativa che conferirà loro il diploma, riconosciuto a livello nazionale. Sulle bacheche è esposto l’elenco dei candidati ammessi alle prove finali e alcuni studenti si fermano a guardarlo speranzosi. Come Roland, 20 anni, futuro infermiere. Altre ragazze lavano le uniformi, le stendono al sole sulle reti che separano la scuola dagli altri ambienti dell’ospedale e le stirano all’interno delle classi vuote. Le studentesse di infermieristica, come Nancy, 23 anni, durante la pratica nei reparti ospedalieri sono tenute a indossare una divisa, un abito blu, un grembiule bianco e un buffo cappellino. È la divisa che caratterizza questa attività che grazie a Lacor è organizzata e molto professionale.
Il sole sta per tramontare, e il boda boda con George in sella è già pronto a far rotta verso la "guesthouse". Uscendo dai cancelli si incontrano i malati e i loro familiari. Una madre prende per mano la figlia e si dirige verso casa. I camion provenienti dal Sudan del sud sfrecciano verso Kampala, la città-capitale. Tornando a Gulu ci lasciamo alle spalle la cisterna e l’antenna rossa e bianca del Lacor, un’oasi nel deserto che dà speranza all’Uganda.
07.07.2019


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