A 30 anni dalla rivoluzione di Bucarest regna l'incertezza
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La Romania sprofonda
e si allontana dall'Ue
ALESSANDRO RICCI DA BUCAREST


Nel dicembre del 1989 si consumò la rivoluzione rumena. A quasi trent’anni, nonostante i grandi passi in avanti, sembra che il Paese non sia ancora arrivato ad una democrazia compiuta. Infatti, le ultime mosse del governo stanno spingendo la Romania verso uno strisciante illiberalismo e politiche populiste che si legano a doppio filo con il ramificato sistema di comando del Psd, il partito socialdemocratico rumeno. La Romania è stata alla guida della presidenza Ue, in uno dei momenti più difficili per l’Unione, tra Brexit e incertezze politiche. Lo scontro con Bruxelles si è fatto sempre più forte tanto da fare arrivare critiche direttamente da parte dell’ex presidente dell’Europarlamento, l’italiano Antonio Tajani.
Bruxelles d’altronde è stata chiara, bisogna diminuire il tasso di corruzione e non può esserci un’amnistia per i politici corrotti. Ma del resto il Paese, secondo un ultimo studio Ue, occupa la prima posizione nella classifica della corruzione e la catena di comando politica vede diversi personaggi condannati. Un nome su tutti: Liviu Dragnea. Segretario del partito socialdemocratico, condannato per frode elettorale, che "comanda di fatto il suo partito avendo la maggioranza il governo di coalizione con i liberali di Alde", sostiene Marian Raduna, 38 anni attivista del movimento #Resistenza che si batte per una Romania più democratica.
E proprio dalla corruzione sembrano dipendere tutti i problemi del Paese. Infatti, sono ormai quasi due anni che al Palatul Parlamentului si cerca di cambiare il sistema giudiziario, approvando le leggi di notte, mandando in prepensionamento i magistrati o, come nell’ultimo caso, facendo dimettere il procuratore nazionale anticorruzione, Laura Codruta Kovesi, per poi indagarlo per presunti illeciti. "Un’accusa tendenziosa che mira a perseguitare Kovesi e a screditarla", sostiene Adela Rapeanu, ricercatrice di 35 anni e attivista di Geek For Democracy.
Da ormai due anni a Bucarest si protesta contro le varie riforme della giustizia e alcuni giornalisti hanno perso il proprio posto a causa di qualche domanda scomoda proprio sul tema della giustizia e della corruzione. Come Andreea Dumitrescu, ex reporter di Tvr, l’emittente pubblica, che ha deciso di dimettersi dopo diverse pressioni da parte della direzione. "C’è stata una reazione piuttosto critica da parte dell’Ue quando il governo ha cambiato la legge riguardo il sistema giuridico e quindi come risposta il Psd ha criticato le politiche europee", sostiene la giornalista che oggi ha un nuovo impiego in una televisione privata.
Così facendo, il governo rumeno si è avvicinato a quello ungherese di Viktor Orbán e quello polacco, spostando sempre più in alto l’asse dello scontro con Bruxelles e sposando politiche populiste in aperto contrasto con la tendenza della maggioranza dell’Unione europea. Ma come sostiene il professor Cristian Pîrvulescu, ordinario di scienze politiche all’università di Bucarest, "in questo determinato momento storico non essere con l’Ue significa essere al fianco di Vladimir Putin o di Donald Trump. Dragnea utilizza la stessa narrativa di Erdogan, teorizzando uno stato parallelo architettato da George Soros e attribuendo le critiche ad una cospirazione".
Le mosse politiche del condannato Dragnea hanno così portato ad un congelamento delle relazioni con i socialisti europei che hanno espresso, proprio come la Commissione Ue, dubbi sullo stato di diritto nel Paese e sugli effettivi sforzi per combattere la corruzione. "Il Psd di oggi non è un partito socialdemocratico, ma è solo un manipolo di persone che utilizzano una bandiera politica per rifugiarsi, spesso le stesse persone che facevano parte della catena di comando di Ceausescu", aggiunge Pîrvulescu.
Così dopo il caso Orban nel Ppe, ora c’è un caso Psd per i socialisti europei. Ma l’impressione è che la Romania potrebbe essere il prossimo problema dell’Ue.
25.08.2019


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