Dall'Afghanistan, Siria, Congo centinaia di migranti
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Undicimila profughi
intrappolati a Lesbo
CARLOTTA LUDOVICA PASSERINI DA LESBO


Si calcola che ogni giorno circa 340 richiedenti asilo sbarchino sulle isole dell’Egeo orientale, dei quali la maggioranza a Lesbo. Provengono principalmente da Afghanistan, Siria e Congo. All’interno dei campi sono presenti più sezioni, solitamente legate all’origine geografica. Gli arabi da una parte, i curdi da un’altra, e gli africani da un’altra ancora. Le differenze si notano anche agli sbarchi. I siriani arrivano con le barche migliori e i giubbotti di salvataggio più sicuri. Gli africani con i gommoni peggiori e quasi sempre senza giubbottini, mentre gli afghani appartengono a una categoria intermedia. Una volta sbarcati o intercettati dalla Guardia Costiera o dalle navi di Frontex, i migranti vengono portati alla centrale di polizia per il rilascio delle impronte digitali e poi a Moria, il campo profughi dell’isola, dove aspettano fino a tre anni per ottenere l’asilo. &softReturn;"Sono arrivato più di un anno fa. Pensavo di rimanere a Lesbo qualche mese e non è stato possibile. Sto ancora aspettando la decisione finale della mia ultima intervista con l’Easo (l’ufficio europeo per le richieste d’asilo)", racconta S., 25 anni. Le condizioni di vita all’interno di Moria sono disastrose. Il campo, nato come base militare per ospitare 400 soldati, oggi accoglie circa 11mila persone. Chi è fortunato vive negli isobox, container di una decina di metri quadrati, che ospitano in media 13 persone. Altri vivono nelle tende distribuite dall’Unhcr, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite. Poi, intere famiglie hanno trovato una sistemazone nelle tende per due o tre persone, mentre i meno fortunati dormono per terra nel campo, avvolti dalle coperte termiche. "Ecco, questa è la nostra casa", dicono P. e W., una coppia di richiedenti asilo ugandesi arrivata da poco sull’isola. La tenda dove vivono è divisa in quattro parti da teli di plastica. Non ci sono materassi, né riscaldamento per l’inverno. I servizi di base a Moria non sono sempre garantiti. Il numero dei medici che operano all’interno del campo non è sufficiente per tutti i pazienti che ogni giorno si mettono in fila di fronte ai container delle Ong e aspettano. &softReturn;Le attese sono lo sport più comune dentro il campo. Alle tre di notte i primi richiedenti asilo iniziano a mettersi in fila di fronte al container della distribuzione del cibo, per assicurarsi un pasto al giorno. "Ogni giorno - racconta K., 25 anni - passo metà della mia giornata ad aspettare. A pranzo ci danno pane, una fetta di torta e qualche uova". I servizi psicologici offerti non riescono a coprire le necessità. Ogni giorno dentro Moria scoppiano risse sanguinose e i tentativi di suicidio sono all’ordine del giorno. Solo gli psicologi con licenza greca possono operare sul campo fornendo supporto terapeutico. Poche settimane fa, durante una rissa nella sezione "sicura" dei minori non accompagnati, un ragazzino afghano di 15 anni ha perso la vita. "Quando sono a Moria ho paura -  dice M., ragazza afghana di 16 anni - e resto quasi sempre nella mia tenda. Da grande voglio fare la poliziotta per mettere al sicuro tutti". Per ovviare alla gravità della situazione, il governo nuovo greco ha disposto il trasferimento di 1.500 migranti da Lesbo alla terraferma, assegnandoli a campi profughi isolati dalle città. I trasferimenti, però, non hanno cambiato le carte in tavola, e migliaia di richiedenti asilo vivono ancora in condizioni spaventose sull’isola di Lesbo.
29.09.2019


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