Ecco su cosa si basa il "modello di apertura" ugandese
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Il ricordo della guerra
aiuta ad "accogliere"
MARZORATI E TADDEI DA KAMPALA


Quando Akim Samwe ha superato il confine fra Sud Sudan e Uganda nel 2017 non aveva nulla con sé. Accompagnato dalla moglie e dai due figli è scappato dalla guerra civile che dal 2013 ha fatto oltre 400mila vittime. "Sono arrivato qui in Uganda letteralmente a mani vuote - racconta -. Il governo e Avsi (Ong italiana impegnata nel Rhino Camp con diversi progetti di sviluppo) mi hanno dato gli strumenti necessari per iniziare un’attività come agricoltore e pastore. Ho due figli da mantenere e voglio che possano studiare e avere un futuro migliore, per questo lavoro duramente nel campo che mi hanno donato. Da qualche tempo sto producendo più di quanto necessario alla sopravvivenza della mia famiglia così ho iniziato a vendere i miei prodotti. Le competenze tecniche che mi ha dato Avsi sono state fondamentali per poter sfruttare al meglio questo tipo di terreno. Voglio continuare a migliorarmi".
Il modello di accoglienza Ugandese si basa su due principi cardine: la libera circolazione delle persone, in entrata e in uscita dal Paese, e la possibilità di auto-sostentamento da parte dei rifugiati. Proprio la parziale indipendenza economica è un fattore sul quale il governo ha deciso di scommettere e investire coinvolgendo non solo le Ong straniere ma anche i propri cittadini.
A numerosi proprietari terrieri è stato chiesto di prestare parte dei loro ettari, solitamente quelli meno facili da coltivare a causa delle caratteristiche morfologiche avverse, e cederli ai rifugiati. I benefici di questa politica riguardano in primis chi fugge dal conflitto; sul terreno è concessa la costruzione di una modesta abitazione e l’attività agricola con l’obiettivo di raggiungere una certa autonomia alimentare, con la possibilità di ricreare delle dinamiche familiari e lavorative molto simili a quelle a cui erano abituati nel loro paese di origine. In secondo luogo gli appezzamenti meno utilizzati tornano ad essere fertili e questo costituisce un ottimo investimento per i proprietari terrieri locali. Inoltre, nei casi in cui i contadini sud sudanesi raggiungono una produzione superiore al proprio fabbisogno, si creano delle realtà commerciali che facilitano l’integrazione fra la popolazione ospitante e i rifugiati.
Secondo Tom Angua, contadino che ha deciso di aderire al progetto governativo, questa propensione all’accoglienza è qualcosa di molto naturale per il popolo ugandese. La recente e violenta guerra civile che ha scosso proprio l’Uganda, conclusasi solo ne 2006, ha lasciato un ricordo indelebile in gran parte della popolazione e porta ad un processo di empatia immediato nei confronti di chi oggi fugge dal neo nato Sud Sudan.
Nel Rinho Camp, dove vivono attualmente poco meno di 100 mila persone distribuite su una superficie di circa 150 chilometri quadrati, le necessità non si limitano all’accesso alla terra; la presenza dell’acqua è decisiva sia per lo sviluppo agricolo che per garantire un livello minimo di igiene dalla quale dipende direttamente lo stato di salute pubblica. Il contributo delle organizzazioni internazionali consente uno sviluppo delle infrastrutture sicuramente più rapido di quello che potrebbe assicurare il solo governo ugandese ma crea il rischio di una certa dipendenza ai fondi internazionali.
Le necessità primarie riguardano ovviamente anche la presenza di strutture sanitarie ed educative; circa il 78% dei rifugiati sono minori e il tempo di permanenza nel campo è difficile da prevedere. In situazioni di crisi migratorie di massa come questa il rischio è che si crei una situazione di stallo lunga diversi anni che vada a compromettere il percorso scolastico di un’intera generazione. Per evitare questo scenario le 24 scuole elementari presenti nell’insediamento sono state aperte a bambini e ragazzi di ogni nazionalità. Qui migliaia di studenti provano a superare i traumi della guerra grazie ad un costante supporto psicologico e ad immaginare un futuro di pace, da una parte o dall’altra del confine.
24.11.2019


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