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Reportage del Caffè dalle "corsie del virus"
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Voci dal CoronaCenter
l'ospedale La Carità
PATRIZIA GUENZI


Spera per il meglio, ma preparati al peggio. Una sorta di mantra silenzioso, questo proverbio inglese, con cui hanno imparato a convivere medici, infermieri e tutti i dipendenti dell’ospedale La Carità di Locarno, centro Covid-19 del cantone. Qui confluiranno tutti i pazienti che hanno contratto il coronavirus. Qui verranno accolti, visitati, “strisciati”, e se necessario ricoverati. Chi in cure intensive (al piano terra, dove ci sono otto postazioni) o al primo piano, altri sei posti letto (un tempo il reparto di cure intensive). I pazienti meno gravi al secondo piano (una quindicina di camere nell’ex reparto di chirurgia privata trasformato nel giro di mezza giornata in reparto Covid), pazienti che necessitano comunque di cure mediche sanitarie perché le loro condizioni a livello respiratorio sono compromesse. Entro domani, lunedì, lo scenario cambierà ancora. Altri letti di terapia intensiva si aggiungeranno, sino ad arrivare a 30 postazioni con respirazione assistita (per i pazienti più gravi, sedati e intubati); altri reparti saranno coinvolti per un totale di 180 letti di degenza; altro personale arriverà a dare una mano ai colleghi locarnesi.
Il Caffè è entrato alla Carità di Locarno, nelle corsie, nei reparti di terapia intensiva per far raccontare ai sanitari come si sta combattendo la diffusione della pandemia. Sì, perché l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Oms, tre giorni fa l’ha definita così, una pandemia. Il virus ha infatti contagiato tutti i Paesi del mondo. Il Caffè, dunque, è entrato nella quotidianità di un ospedale al tempo del coronavirus, in prima linea nell’assistenza dei pazienti infettati, per ascoltare le parole dei curanti, per descrivere il loro impegno e dedizione, la tanta fatica, i turni che non finiscono mai, la preoccupazione per sè stessi ma anche per i colleghi. Siamo andati anche nei reparti dove i pazienti sono intubati e lottano tra la vita e la morte. Sedati, molti di loro distesi a pancia in giù per agevolare la respirazione, costantemente assistiti da due infermieri specializzati. Soli, perché i familiari non possono varcare la porta dell’ospedale. Qui i pazienti si moltiplicano e i medici lavorano tra le 12 e le 14 ore al giorno. Chi ancora pensa che gli operatori sanitari, tra i primi a lanciare l’allarme, stiano esagerando dicendo che la situazione è drammatica e che dobbiamo prepararci al peggio entri qui, in questi luoghi di dolore a vedere cosa sta succedendo.
Spera per il meglio ma preparati al peggio significa soprattutto agire costantemente, mai fermarsi, mai pensare di mollare, di non farcela. Significa affrontare e incassare tutte le “scosse” che in un giorno sono tante. Come numerosi piccoli terremoti che preannunciano la grande scossa, quella che davvero metterà a dura prova le strutture sanitarie e la forza lavoro. Ecco perché bisogna farsi trovare pronti. Tutti. È ciò che sta facendo l’intero ospedale di Locarno, allargando reparti, predisponendo nuove postazioni per i pazienti più gravi, coinvolgendo il personale in pensione, spostando infermieri da altri reparti e da altri ospedali dell’Ente ospedaliero cantonale (Eoc). “Stiamo lavorando tutti, medici infermieri e altri operatori sanitari e anche i tecnici, con estrema dedizione, con turni massacranti e in condizioni non facili, soprattutto in questi giorni in cui stiamo approntando nuovi reparti, aggiungendo postazioni, e stanno arrivando colleghi da altri istituti Eoc per darci una mano”, spiega Germano Penati, responsabile cure infermieristiche del pronto soccorso.
E proprio il pronto soccorso, quello che siamo abituati a vedere - la grande sala con le sedie, in un angolo lo spazio con i giochi per i bambini, e su un tavolo i giornali - sta ormai cambiando volto. Anche qui, entro domani, lunedì, verranno preparate sei postazioni per i pazienti Covid più gravi. In sostanza l’intero pronto soccorso diventerà area Covid-19. Resterà la sala rianimazione, quella che c’è sempre stata, per chi si presenta in condizioni molto gravi, indipendentemente dal virus, ad esempio con scompensi cardiaci da stabilizzare, che saranno poi trasferiti in un altro ospedale per le cure necessarie.
Spera per il meglio ma preparati al peggio significa anche rivoluzionare, come abbiamo visto, un intero ospedale. Coinvolgere tutto il personale e indirizzarlo verso un unico obiettivo. Significa piazzare nel giro di poche ore altre due tende esterne, oltre a quella già esistente da un paio di settimane in cui vengono selezionate tutte le persone che si presentano. Da qui escono due grosse categorie di pazienti, quelli con disturbi respiratori, sospetti Covid, e quelli che appartengono al pronto soccorso "normale", che sia medicina, chirurgia o altro. I sospetti Covid seguono un percorso ben definito che li porta in una determinata zona interna e da qui sino ai box loro riservati nel pronto soccorso. A questo punto verranno sottoposti al tampone, a una radiografia e poi si deciderà se mandarli a casa perché non gravi, se ricoverarli in reparto o in cure intensive. "Da questa settimana - spega Fabrizio Morello, capo reparto pronto soccorso -, nei due nuovi tendoni appena aperti fuori dall’ospedale verranno fatti entrare i pazienti ‘tradizionali’ (non infetti), accolti e visitati dal personale medico. A loro disposizione, due posti a sedere e una piccola sala d’attesa. Qualche metro più in là, si entra in una seconda tenda, dove vi saranno quattro barelle per i pazienti (sempre non Covid) più gravi. In sostanza, dentro l’ospedale il virus, e fuori, nelle tende esterne, dove dalle 5 di mattino alle 24 c’è la presenza di due poliziotti, le persone che hanno bisogno di un soccorso medico ma non sono sospette Covid-19.
Spera per il meglio ma preparati al peggio. Malgrado il fermento di questi giorni per allestire i reparti, aggiungere letti, istruire il personale che viene "da fuori", l’attenzione per le norme igieniche, la verifica di tutto ciò che occorre adesso e di quello che ci sarà bisogno in un prossimo futuro, si respira un’aria tutto sommato serena. Il personale è sicuramente preoccupato, stanco e provato, ma non lo dà a vedere. C’è un clima di seria collaborazione, di complicità, è passato il messaggio che tutti debbano remare nella stessa direzione. Che questa è una prova che testimonierà la serietà e la professionalità dell’intero staff. C’è la voglia di far bene, di impegnarsi. "Tutti hanno rinunciato alle vacanze e si sono messi a disposizione per turni supplementari - sottolinea Germano Penati -. Siamo tutti stanchi ma non molliamo. Chi abita lontano si è trasferito e dorme in zona. È un grosso sacrificio, per noi, per le nostre famiglie, ma va fatto. Sperando che tutto ciò si concluda presto. Stiamo facendo dei turni di dodici ore e tre quarti". Stanchezza, sfinimento, stress paura... "Per sostenere e supportare il personale che ne ha la necessità è stato organizzato uno spazio protetto al di fuori dall’ospedale, con uno psicologo che da tempo lavora con noi - spiega Chiara Canonica, responsabile per le cure infermieristiche della Carità -. È uno spazio in cui chiunque, medici, infermieri, altri dipendenti, si può presentare in modo confidenzale e raccontare delle proprie paure, angosce. Emotivamente questo è un momento molto duro, e sapere di avere a disposizione una persona preparata ad ascoltare, con cui poter condividere le proprie emozioni, è importante".
Spera per il meglio ma preparati al peggio. Significa abituarsi a ricoverare pazienti Covid anche "giovani". "Non è vero che colpisce solo gli anziani questo virus - sottolinea Penati -. Stiamo curando anche persone molto più giovani. La gravità della malattia non dipende dall’età". E questo spaventa. Mai come in questo caso siamo tutti coinvolti. Tutti dipendiamo dai comportamenti altrui, dal senso di responsabilità del collega, del partner, del vicino di pianerottolo, della signora che ci aiuta a fare le pulizie. "Dobbiamo riuscire a garantire gli stessi standard di sicurezza di sempre - spiega Canonica -. Riuscire a garantire la continuità delle cure, dell’assistenza, di tutto ciò che fa di un ospedale un luogo in cui i pazienti si sentono protetti". Senza dimenticare i familiari che salvo situazioni eccezionali non possono far visita ai loro cari. Costretti a stare lontano dall’ospedale, possono soltanto chiamare il reparto e parlare con i curanti. Ma non è la stessa cosa.
Spera per il meglio ma preparati al peggio significa anche guardare oltre, non solo all’oggi, ma tra una settimana, tra due. Quando, si spera, il picco sarà ormai arrivato e lo si starà affrontando. Ecco perché già oggi, in un periodo tutto sommato ancora abbastanza tranquillo, ci si sta organizzando. Tutto e tutti devono essere pronti al peggio. Una sorta di fase due. Quella che seguirà a questa, che si sta vivendo in queste ore, in questi giorni qui a Locarno, un banco di prova per quello che sarà. Quando davvero i pazienti saranno tantissimi e molti di loro in condizioni gravi. Quando i letti non saranno più sufficienti ma in qualche modo dovranno comunque bastare, e tutti dovranno riuscire a garantire cure e assistenza, ventiquattro ore su ventiquattro.
Mai vista una cosa del genere, dicono tutti. Anche i più vecchi, anche i medici e gli infermieri che di esperienza sulle spalle ne hanno tantissima. Mai vista una cosa del genere, ripetono. Anche nel reparto di chirurgia privata, quello al secondo piano, con molte camere già occupate. Qui il personale è abituato a tutt’altro genere di pazienti. Ma ha dovuto necessariamente cambiare ritmi, abitudini, cure. Dentro le camere, tutte singole, i malati sono costantemente sorvegliati. Sono tutti a rischio deficit respiratorio. Quindi da un momento all’altro potrebbero avere bisogno di essere intubati, di essere trasferiti al primo piano o al piano terra, dove ci sono le camere di terapia intensiva. "Qualche giorno fa in un colpo solo abbiamo dovuto ricoverare sei pazienti - ricorda Omar Consonni, capo reparto infermieristico -. Una situazione che si presenterà sempre più spesso e a cui ci stiamo preparando". Ecco perché anche qui, proprio come sta avvenendo al primo piano, il reparto sino a qualche anno fa riservato alle cure intensive, si stanno approntando nuovi spazi. Tra i sanitari lavorano i tecnici, il personale addetto ai macchinari, ai monitor, alla sicurezza, all’allestimento e all’organizzazione di tutto ciò che occorre per l’assistenza di un malato grave. "Prima saremo pronti e meglio è, prima le macchine e il personale sono operativi e meglio sapremo affrontare il picco dell’epidemia", riprende Consonni. Un’epidemia, che, come detto, non riguarda soltanto la popolazione anziana, non mette in pericolo la vita solo degli over 65. Ricoverati al secondo piano della Carità, infatti, anche casi tra i 40 e i 50 anni. Certo, in presenza di patologie pregresse la situazione può repentinamente diventare critica. Anche in questo reparto si sta potenziando il personale, reclutandolo da altri servizi e tutti dovranno essere pronti a fare di più.
Sotto pressione anche la farmacia dell’ospedale, costantemente sollecitata dai reparti per la consegna di medicinali. Alcuni cosiddetti "fuori lista", per cui occorre il benestare di un medico. Ma si cerca di snellire il più possibile il tutto. L’organizzazione deve essere minuziosa, niente può essere lasciato al caso. E in cima a tutto e a tutti c’è sempre un responsabile, colui che deve assicurare il flusso di lavoro, garantire le cure e la sicurezza nel reparto, del personale e dei pazienti. E che dentro di sè spera per il meglio ma si sta preparando al peggio.
pguenzi@caffe.ch
15.03.2020


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