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Nella Clinica Monucco di Lugano dove c'era il paziente 1
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In queste corsie
è iniziato tutto
ANDREA BERTAGNI


Una porta scorrevole che si apre, un corridoio che gira a sinistra. E si entra. Nelle cure intense dell’ospedale Covid-19 della Clinica luganese Moncucco. Dove sono intubati i pazienti più gravi. Che sono stati infettati dal coronavirus e lottano tra la vita e la morte. Qui, dove prima dell’emergenza sanitaria c’era solo uno slargo tra le 6 sale operatorie e l’area del "risveglio", sono 9 e sono disposti uno in fila all’altro. In tutta la Clinica oggi sono invece 30 i posti letto per la terapia intensiva. Ed è qui che si combatte davvero il Covid-19. Qui, dove oltre un mese fa è stato ricoverato il "paziente 1", e il numero dei contagiati e dei decessi ha il volto delle persone. Che lottano, sedati e immobili, per non morire. Attaccati a decine di macchinari. Sorvegliati e curati da almeno 5 persone, tra infermieri, dottori, anestesisti e fisioterapisti. Tutti con camice giallo, mascherine e guanti. I pazienti sono nudi sotto le lenzuola. L’impressione è che dormano. Schiacciati sui materassi. Chi con la faccia in giù. Chi supino. Il rumore dei macchinari è continuo. Si mescola con le parole del personale sanitario. Con i loro passi. Con tutto. Anche l’aria sembra diversa. Ma forse è una sensazione. Perché guardare in faccia il virus fa paura. È dentro in quei corpi. Li sta divorando. Feroce. Lui imperversa. Le persone combattono in silenzio.
Anche fare un passo verso quei letti, dove i malati resistono e a volte guariscono, sembra pesare oltre ogni limite. Le distanze, ancora una volta. Si fanno sentire. Anche qui. A due passi dal virus. "La volontà di tutti di mettersi in gioco e di cambiare un ruolo, letteralmente dalla sera alla mattina venendo catapultati nella realtà delle terapie intensive, ci ha permesso una profonda riorganizzazione della Clinica - spiega Mariapia Pollizzi, capo servizio area infermieristica dell’area critica che comprende il pronto soccorso, il blocco operatorio e le cure intense -. E questo nonostante le preoccupazioni e il pesante carico emotivo che ognuno ha". Una riorganizzazione che nel concreto ha significato, continua Pollizzi, approntare le nuove postazioni nel giro di una settimana. "Abbiamo riassegnato i collaboratori, figure professionali molto specializzate, creando dei nuovi team per garantire agli ammalati la migliore presa a carico". Pollizzi si avvicina un letto. Dove poco prima un paziente è stato messo a pancia in su. Un’operazione che per tutti si ripete ogni 4-6 ore. La lista dei macchinari per ogni singolo paziente intubato è lunga. È ancora Pollizzi a snocciolarla. "Almeno 4 pompe siringhe, un infusomat, una pompa di nutrizione, un ventilatore, un circuito di ventilazione, un circuito di respirazione, un catetere vescicale, un materasso ad aria a pressione alternata, un catetere arterioso, un saturimetro e i monitor per i parametri vitali".
È la malattia del silenzio e della solitudine il coronavirus. Solitudine per chi resta a casa, confinato tra le mura domestiche. Solitudine per chi è contagiato, che, anche se non è intubato, non può vedere, né parlare con nessuno, a esclusione del personale curante e dei familiari che possono però essere contattati anche grazie a dei tablet che la Clinica mette a disposizione dei pazienti.
Ma è anche il massiccio uso di apparecchiature contro un virus invisibile, che manda in coma gli infettati più gravi, a colpire. A far capire di avere di fronte una malattia nuova. "Non è mai avvenuto che così tante figure professionali diverse collaborassero così da vicino e insieme - dice Romano Mauri, primario dell’area critica - ma nessuno si è tirato indietro, nessuno pensa solo per se, anche se abbiamo paura, è normale. Soprattutto, pensando alle nostre famiglie". Sì, perché per curare un paziente Covid-19 in coma servono il personale specializzato in cure intense, gli specialisti in anestesia, gli infermieri di supporto, i fisioterapisti e, ovviamente i medici. "Prima avevano tutti mansioni differenti - precisa Mauri - oggi hanno cambiato ruolo". Ecco perché il coronavirus ha cambiato tutto non solo fuori da qui. Ma ha segnato un prima e un dopo anche nella sanità al fronte. Anche per la Clinica Moncucco che ha circa 750 collaboratori, 110 medici specialisti e 200 posti letto totali.
Di fronte ai letti, dove sono intubati i pazienti, c’è una parete piena di scaffali con i medicinali. Poco più in là si aprono le 6 sale operatorie, anch’esse predisposte per l’emergenza. Per ora sui lettini non c’è quasi nessuno. Per ora. Sono le macchine già pronte a inquietare. A suggerire un’angosciante attesa. Che nessuno vorrebbe si interrompesse. Anche in quella che una volta era l’area del "risveglio" dopo gli interventi in sala operatoria, è occupata dai letti dei malati intubati. Le tapparelle delle finestre sono abbassate e c’è meno luce. Affacciarsi dentro la stanza è ancora più difficile. Perché sembra di attraversare un confine invisibile. Come il virus. Forse è il buio. O forse sono le voci secche dei curanti. Che frenano. Che inducono alla prudenza. Un paziente, proprio davanti all’uscio, ha il respiratore in gola. È sporco di sangue. Un macchinario suona. Forte. Come a voler allontanare ogni sguardo.
Il secondo reparto di cure intense è al primo piano. E c’è sempre stato. Ma il coronavirus lo ha comunque cambiato. In una stanza due pazienti sono svegli. Parlano con i fisioterapisti. In mezzo al reparto c’è una grande lavagna. È il cervello di tutta l’area critica, così come è stata chiamata. Sopra sono disegnati lettere e numeri apparentemente incomprensibili. "A ogni paziente è associato un colore. Chi diventa più scuro è perché si è aggravato", spiega Carlo Duca, capo reparto di cure intense. Dietro di lui il bancone con i computer e i telefoni è affollato. Ma anche nel corridoio il via vai è frenetico. Da poco sono arrivati i rinforzi. "Dall’esercito e dalla clinica Santa Chiara di Locarno", precisa Duca, che mentre parla continua a guardare in ogni stanza. Come se non si potesse perdere la concentrazione neanche per un minuto. Il rumore dei macchinari qui non c’è. Perché le camere sono talmente chiuse da sembrare sigillate. Il personale medico si vede però attraverso i vetri. Con tutto questo silenzio sembrano marziani. O tecnici di laboratorio.
La verità è ovviamente un’altra. Stanno combattendo insieme ai pazienti con tutte le armi. Anche quelle sperimentali. "Abbiamo sperimentato il Kaletra, un farmaco contro l’Hiv, ma ora lo stiamo abbondonando, perché serve a poco - annota il direttore sanitario della clinica, Christian Garzoni - utilizziamo anche l’idrossiclorochina, anche se i dati scientifici sono poco solidi, e l’Actembra, un medicinale contro l’artrite molto promettente non privo di effetti collaterali, solo però su pazienti selezionati".
È al piano terra che entrano i malati. In quello che era il garage delle ambulanze. Che oggi è stato trasformato nell’area del "triage". Dove avviene l’accoglienza ed è decisa la destinazione dei contagiati. I pazienti arrivano in ambulanza. Quelli che credono di essere malati e sono in buone condizioni aprono invece una porta. Si siedono sulle poltrone. E il personale inizia i controlli. Sono cinque le figure professionali a occuparsi di loro. Un medico, tre infermieri e un impiegato per le pratiche amministrative. Si lavora a turni, dalle 7 di mattina alle 22. In una busta attaccata a una cassettiera ci sono i tamponi. "Ne facciamo circa 20-30 alla settimana", precisa la capo servizio dell’area infermieristica, Mariapia Pollizzi, maneggiandoli con cura. Le provette contengono due lunghi bastoncini di ovatta, molto simili a quelli che si usano per le orecchie. Nella stessa busta di plastica c’è anche un foglio. Sono i dati del paziente da compilare e da spedire al laboratorio di analisi. Lo spazio dell’area triage non è molto. Sembra un po’ un accampamento da campo. Ma del resto quello che si sta combattendo contro il virus è una guerra. Sarà anche per questo che all’esterno ci sono i tendoni dei militari, la protezione civile e la polizia. È proprio un milite della protezione civile a frenare gli ingressi dalla porta principale. Prima di entrare bisogna disinfettarsi le mani e prendere una mascherina. Ancora prima però occorre farsi misurare la temperatura del corpo. Solo se non si ha febbre si può passare.
Dentro, non c’è quasi nessuno. E quei pochi vengono scrutati da dietro la mascherina. Un paziente appena entrato chiede dove si trova il reparto di radiologia. Che, assieme all’oncologia, è ancora a disposizione per i pazienti non-Covid, ma soltanto la mattina. Mattia Passoni è il capo reparto di radiologia. "Prima arrivavano 150 pazienti al giorno - sottolinea - oggi gli "esterni" sono 5-10 in una giornata". Tutte le forze sono contro il virus. "Siamo in 13 e lavoriamo da lunedì a domenica - continua Passoni - ogni giorno facciamo dalle 30 alle 40 tomografie computerizzate (Tac) e lo scopo è sempre lo stesso: guardiamo cosa avviene nei polmoni". Là, dove il virus manifesta uno dei suoi sintomi. Passoni accende il computer e mostra una lastra a caso. "Le macchie bianche sono state infettate dal virus - annota - è incredibile come può cambiare il quadro clinico in pochi giorni". Veloce e subdolo, il Covid-19 attacca le vie respiratorie, facendole diventare agli occhi delle radiografie e delle tomografie delle brutte aree bianche. Come in tutti gli altri reparti, anche in radiologia niente è come prima. "La sala angiografica ora è un magazzino - prosegue Passoni - prima che tutto iniziasse la utilizzavano anche due o tre volte al giorno". Anche l’uso della macchina portatile delle radiografie è stato stravolto. "La usavamo pochissimo, oggi è sempre richiesta". Il perché è presto spiegato. È con quella che si tiene anche sott’occhio il coronavirus. E il suo utilizzo è richiesto spesso nelle cure intense.
Nei corridoi immacolati della clinica non gira quasi nessuno. È come se tutte le forze fossero impiegate dove veramente serve. Un impegno che dura ormai da quasi un mese. E in pochi sanno quanto potrà durare. Di sicuro c’è che il blocco di quasi tutte le attività economiche, e dunque "l’ordine" di restare tutti a casa, è stato prolungato dal Consiglio di Stato fino al 13 aprile. "Il 13 aprile - afferma Garzoni - è però troppo vicino per decretare una "riapertura". Credo che nessuno stia pensando sul serio di attendere quella data per tornare alla normalità". Anche perché il numero dei contagi, prosegue, non si è ancora stabilizzato. Christian Camponovo, direttore della clinica, getta invece uno sguardo sul passato. "Se guardiamo a quello che è successo nel mondo, forse abbiamo mancato la diagnosi di quello che sarebbe potuto accadere. Forse non abbiamo capito in tempo che i casi più problematici erano quelli dei soggetti senza sintomi. Forse abbiamo perso la possibilità di far propagare il virus diversamente. Forse sarebbe stato meglio prendere provvedimenti già alla fine dell’anno scorso". Già, forse.
abertagni@caffe.ch
05.04.2020


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