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Diario dalla Grande Mela stretta nella paura dei contagi
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Quelle luci di morte
sul cielo di New York
MARIA ELISA ALTESE DA NEW YORK


Le luci di New York da mesi non brillano più. E sotto un cielo di morte arranca una città offuscata, disorientata e incerta, che ha ceduto il suo scintillante carattere alla rassegnazione. Il rosario di contagiati sembra infinito, non solo nel cuore di questa metropoli sognata e desiderata da milioni di persone; la situazione è la stessa anche negli altri quartieri: da Brooklyn, al Bronx, a Staten Island, al Queens fino a Long Island. Stanze, corridoi, sale d’attesa, sono tutti occupati da letti con pazienti che lottano per sopravvivere. "Sono troppi - confessa con voce stanca Angela Anteri, infermiera al Northern Health Huntington Hospital - eppure io studiato anni per fare questo lavoro. Ti dicono quanto può essere stressante trovarsi davanti a situazioni del genere. Ma niente e nessuno può prepararti a quello che stiamo vivendo in queste settimane. La morte in questi corridoi la incrociamo spesso, ma non a questi livelli. È straziante". I numeri crescono: non si fa in tempo a leggere gli ultimi dati che le cifre vengono aggiornate. In questo fine settimana, in un ospedale del Bronx, è deceduta persino una bimba di cinque mesi (aveva problemi cardiaci). Gli obitori sono alla saturazione e diverse salme sono finite in una gigantesca fossa comune a Hart Island. I morti nello Stato di New York sono oltre 20mila.
I medici dei diversi ospedali newyorkesi, dal Queens Hospital Center al Lower Manhattan Hospital, condividono tutti la stessa situazione di emergenza e di fronte a domande come: "Cosa succede?", "Come state?". La risposta è sempre la stessa: "Intubiamo persone in continuazione; ci chiamano amici, conoscenti per chiederci se possiamo trovare un posto in ospedale perché un loro caro sta male. Troppi contagiati e pochi letti, o meglio non abbastanza". Altri confessano di essere arrivati al punto di mettere in dubbio la loro scelta professionale, come un giovane medico del Long Island Jewish Hospital: "Mi sento impotente davanti a tutto questo. Non voglio neanche più presentarmi al lavoro". New York di traumi ne ha attraversati molti, riuscendo sempre a superarli, come l’11 settembre 2001. Ma questa volta è diverso, la città è cambiata. Central Park, per esempio, oggi è un ospedale da campo. Tende bianche allineate una dopo l’altra, più di 100 posti letto occupati e altri in preparazione. Non importa se dal ciglio della strada o dall’obiettivo di una telecamera che ritrae la scena da un elicottero e trasmette le immagini in diretta nazionale, l’impressione è sempre la stessa: questo luogo non ha più nulla che ricordi un parco ricco di vita.
Qui nel Queens c’è il focolaio e i residenti da qualche tempo ormai si ripetono: "Noi adesso viviamo così". Sembra quasi di essere all’interno di una puntata di The Walking Dead, e invece è tutto vero. Le misure cautelari e precauzionali non sono abbastanza severe. La quarantena non è totale, stare a casa è "consigliato", ma non è obbligatorio. Sono state chiuse le scuole e interrotte le attività non essenziali ma ci sono ancora troppe persone che circolano e non mantengono le distanze.
C’è anche chi si irrita, come l’attrice Evangeline Lilly - conosciuta per il ruolo di Kate Austen nella serie Lost - che ha sottolineato il suo diritto di uscire, affermando sul suo profilo Instagram: "Alcune persone apprezzano la loro vita piuttosto che la libertà, altre apprezzano la libertà piuttosto che la vita. Ognuno di noi fa le proprie scelte". Il mondo social ha criticato la scelta dell’attrice definendola "irresponsabile". Pochi giorni dopo Lilly si è scusata. "Voglio offrire le mie scuse sentite e sincere per l’insensibilità che ho dimostrato nei confronti della vera sofferenza e della paura presente nel mondo a causa del Covid-19".
26.04.2020


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