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Il grande puzzle africano dove non esistono diritti
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La lunga catena di violenze
dove la povertà è regola
LORENZO SIMONCELLI DA CITTÀ DE CAPO


La pandemia di Covid-19 in Africa sta facendo esplodere un altro virus, silente e altrettanto brutale che lascia vittime e scorie profonde nella società. La violenza esercitata da forze di polizia e militari nei confronti dei cittadini è ormai fuori controllo.
Una lunga scia di sangue che percorre Città del Capo, Nairobi e, recentemente, Lagos. Giovani, donne, persino disabili. Vittime innocenti di un sistema di sicurezza pubblica impreparato, mal pagato e creato con l’obbiettivo di proteggere lo Stato invece che servirlo. Migliaia di poliziotti e militari dispiegati in molti Paesi africani per arginare la diffusione del Coronavirus obbligando milioni di persone a rimanere chiusi nelle proprie baracche. Una situazione esplosiva sfociata in proteste e morti in cui la povertà è stata, ancora una volta, criminalizzata ed i diritti rivendicati messi a tacere con i proiettili.
In Kenya, secondo Amnesty International, nel periodo di lockdown, sono state uccise 20 persone, tra cui il 13enne Yassin Hussein Moyo, colpito allo stomaco da un proiettile mentre si trovava sul balcone di casa. Le denunce nei confronti della polizia kenyota sono state oltre 500, ma solo 6 le condanne. In Sudafrica le vittime sono state 11, compreso il 16enne Nathaniel Julius affetto da Sindrome di Down ed ucciso con due colpi di pistola alle porte di Johannesburg per non aver risposto alle domande di un agente. Oltre 230mila persone sono state arrestate per aver violato le misure draconiane imposte durante il lockdown ed alcuni sono morti in detenzione in circostanze sospette. In Nigeria, secondo la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, le vittime per mano della polizia sarebbero state 18. Nelle ultime settimane, nel Paese più popoloso d’Africa, migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere lo smantellamento delle teste di cuoio nigeriane (Sars), accusate ripetutamente di abuso di potere e crimini extragiudiziali. Una violenza sistemica ancor più radicata in quegli Stati dove regna una pseudo-democrazia, come lo Zimbabwe o la Guinea.
Se la morte di George Floyd a Minneapolis ha suscitato sdegno e proteste in tutto il mondo dietro lo slogan "Black Lives Matter", le vittime africane, invece, sono rimaste senza voce. I loro nomi non sono diventati icone, murales o t-shirt. L’eco dell’attivismo americano ha varcato timidamente i confini africani. Il colore della pelle delle vittime è come se si fosse sbiadito, proprio nel Continente nero per eccellenza. Il cordoglio si è fermato nelle comunità, trasferendosi, al massimo, nelle piazze virtuali, senza mai raggiungere le strade di Londra, Parigi o New York. Neanche l’Africa si è unita per denunciare quanto successo negli ultimi mesi, a dimostrazione di come le teorie pan-africane siano ancora utopiche. L’influenza mediatica americana e il potere delle immagini hanno fatto il resto. Le ultime parole di George Floyd (I can’t breathe), mentre soccombeva sotto il ginocchio dell’agente di polizia americano, si sono trasformate in slogan di protesta facendo il giro del mondo grazie ad un video di una passante. Una testimonianza visuale che manca nelle morti di Yassin e Nathaniel, vittime senza volto della stessa brutalità, colpevoli di trovarsi in un Continente, dove la loro vita, pur essendo neri, conta meno di quella degli afro-americani.
31.10.2020


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