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Le storie dei profughi bloccati lungo la rotta balcanica
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"The game" in Bosnia
per trovare una famiglia
ALESSIO PADUANO DA BIHAC (BOSNIA ERZEGOVINA)


Circa 8.000 migranti vivono in Bosnia Erzegovina. Negli edifici o nelle fabbriche abbandonate di Bihac, una piccola città nella parte nordoccidentale del Paese, trovano rifugio la maggior parte di loro. Si tratta di ragazzi molto giovani provenienti prevalentemente dall’Afghanistan e dal Pakistan, costretti da mesi a vivere in un limbo, nell’attesa di oltrepassare il confine che divide la Bosnia dalla Croazia e continuare il loro viaggio verso il Nord Europa. Il tentativo di superare la frontiera viene chiamato dai migranti "the game", anche se nella realtà non ha nulla di lontanamente paragonabile ad un gioco. La storia di Ataullah, un ragazzo afgano di venticinque anni, ne è un esempio. Un giorno, durante uno dei suoi otto tentativi per attraversare il confine, è stato intercettato dalla polizia Croata e poi rispedito indietro: "Mi hanno rotto il cellulare e spaccato gli occhiali", racconta con lo sguardo ancora scioccato. Il suo sogno è quello di raggiungere i genitori, la moglie e la figlia di due anni in Germania, dove vivono da qualche mese. Poi ci sono quelli a cui il "game" è andato ancora peggio. Quelli che sulla pelle porteranno a vita i segni delle violenze subite dalla polizia Croata. Quelli intercettati dalle forze dell’ordine e accompagnati in strade isolate, privati delle scarpe, dei vestiti e costretti a camminare a piedi scalzi nella neve alla ricerca del rifugio più vicino.
La situazione già drammatica dei migranti bloccati in Bosnia Erzegovina, rischia di aggravarsi ancora di più con le rigide temperature invernali e dopo l’incendio che lo scorso 23 dicembre ha completamente distrutto il campo profughi di Lipa, fino a quella data unico riparo per le persone respinte dalla Croazia, dalla Slovenia e dall’Italia. Nonostante l’incendio nessuno è stato trasferito in altre strutture e chi ha tentato di spostarsi autonomamente è stato fermato dalla polizia bosniaca. Il motivo è semplice: le autorità e una parte della popolazione non gradiscono la loro presenza nel centro di Bihac. A circa venti chilometri da Lipa c’è il campo di Bira, che potrebbe essere utilizzato per far fronte a questa situazione di emergenza, ma secondo Nicola Bay, presidente del Danish refugee council (Drc) il comune di Bihac, dopo la chiusura avvenuta lo scorso Settembre, non sarebbe intenzionato a riaprirlo. Anche il sindaco della città Suret Fazlic si è schierato apertamente con chi si oppone alla presenza dei migranti in Bosnia: "L’Ue ha dato 80 milioni di euro all’Onu e al governo Bosniaco, ma nella mia città nessuno ha visto un soldo. Bihac non può più accogliere nessuno".
Se il campo di Lipa era un luogo completamente inadeguato all’accoglienza di esseri umani poiché sprovvisto di elettricità, acqua potabile e riscaldamento, anche gli edifici di fortuna dove si rifugiano molti Afgani e Pachistani non sono da meno. Spesso mancano porte e finestre e i ragazzi per riscaldarsi accedono fuochi bruciando rifiuti e materiali di plastica che sprigionano fumi tossici per la salute. Le condizioni di vita dei migranti attualmente intrappolati in Bosnia Erzegovina - snodo cruciale della rotta balcanica - sono terribili e le autorità hanno chiuso alcuni campi anziché aprirne di nuovi.
13.02.2021


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