La ricerca del modello alimentare virtuoso vista dall'antropologo
"Il cibo è un demone
che genera talebani"
EZIO ROCCHI BALBI


Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia. La citazione è  dalla Lettera ai Romani di San Paolo, ma l'invito alla "tolleranza alimentare" potrebbe benissimo essere l'incipit all'ultimo libro dell'antropologo Marino Niola, "Homo dieticus" che non solo compie un viaggio tra le tribù alimentari, ma identifica nel cibo il nuovo demone del terzo millennio. Un demone in grado di generare addirittura dei "talebani" dell'alimentazione.
"Naturalmente il mio è un paradosso, ma non è sbagliato definire 'telebani' questi seguaci di diete che diventano un classificatore dell'umanità, all'insegna della divisione, della distinzione - dice al Caffè Marino Niola, docente di Antropologia dei simboli e  Miti e riti della gastronomia contemporanea all'università di Napoli -. Nella società del terzo millennio come la nostra, apparentemente laica, che ha cancellato Dio e il Diavolo è curioso veder trasferire sul cibo tanti concetti simili al rito religioso, e con tante caratterizzazioni che identificano le 'tribù' d'appartenenza".
Crudisti, sushisti, vegetariani, vegani, gluten free, no carb, paleodietisti... la dieta non è più vista come una misura di benessere, ma una condizione dell'essere. Un credo. Secondo l'antropologo questa ricerca del modello alimentare più virtuoso, pur comprendendo una componente modaiola, si sta trasfromando in una nuova religione globale. "Certo, è anche un fenomeno di moda, di tendenza, direi molto radical chic, anche perché legato al concetto del 'poterselo permettere', ma da un punto di vista antropologico ha molte delle caratteristiche del rito religioso - spiega Niola -. Tre di queste caratteristiche, le più importanti, sono tipiche dell'integralismo religioso:  l'intolleranza, la credenza cieca e assoluta, l'atto di penitenza e di rinuncia. Il cibo è visto come un demonio con tutte le sue tentazioni cui resistere. Io stesso ho provato e abbandonato le varie tipologie di diete, dalla vega-vegetariana alla sanguigna, ma resto dell'idea che l'unica strategia da adottare nei confronti delle tentazioni del cibo è cedere".
Nel suo libro, edito da il Mulino, Niola non esita a parlare di inquisizione dietetica, con la bilancia nel ruolo del feroce testimone d'accusa. Denuncia la dittatura della magrezza, con il corpo trasformato in grande codice della società dell'immagine. Un "regime" di diete imperanti dove tutto, desideri, aspettative, identità, successo, felicità, si decide sul terreno dell'apparire. "Basato su un concetto rovesciato: siamo quello che non mangiamo - aggiunge Niola -. Il cibo da passione diventa ossessione, si affronta qualsiasi sacrificio pur di 'purificare' il nostro corpo e, tanto che ci siamo, anche il nostro spirito". E come ogni redenzione che si rispetti si prevedono delle penitenze: "Non mangio questo, non deve contenere quest'altro, all'insegna del più disciplinato degli autocontrolli. Creiamo nuovi tabu ed erigiamo nuovi totem, come quello del 'chilometro zero', in una sorta di primitivismo al punto che, alla fine, il vero eroe del km zero rischia di essere il ciclope Polifemo. Lui sì, che rispettava le regole degli alimenti il cui luogo di produzione e lavorazione sia il più vicino possibile al luogo di consumo finale: le sue capre, le sue verdure e, quando capitava, qualche uomo che passava di là..."
08.03.2015


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