Si diffonde anche il Svizzera la filosofia anti spazzatura
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L'ambizioso ideale
di una vita a rifiuti zero
SOU'AL HEMMA


Una montagna di accessori femminili inutilizzati, un cassetto pieno di cosmetici, un armadio zeppo di vestiti, un frigorifero stracolmo di cibi. "Sono una sprecona!". È quello che ha pensato, nella primavera del 2014, la 29enne ginevrina Julie Thomas. Un anno dopo è iniziata la sua "conversione" alla filosofia"zero waste", il mondo a rifiuti zero ipotizzato e messo in pratica da Béa Johnson, una francese trasferitasi a San Francisco. L’obiettivo dichiarato è limitare al massimo la produzione di spazzatura. I fazzoletti e i tovaglioli sono rigorosamente in tessuto, frutta e verdura si trasportano in borse di cotone e i pranzi si consumano all’interno di comodi contenitori "Tupperware" riutilizzabili all’infinito. Un obiettivo ambizioso, ma non più di tanto visto che i seguaci di questa "vita alternativa" sono sempre più numerosi.
L’associazione "Zero waste Switzerland", ad esempio, è nata solo sei mesi fa grazie all’iniziativa di Thomas e Natalie Bino nel canton Vaud e conta già 25 membri. E non è la sola. Sempre in Romandia Nathalie Senggen dispensa consigli ai 1.080 followers della pagina Facebook "Zero rifiuti Vallese", creata nel maggio 2015. A Neuchâtel, da quasi due anni, Leurent Schwab e Carole Carnazzi fanno affari d’oro vendendo le loro eco-borse in tessuto per alimenti. L’ultimo esempio a Ginevra, dove il collettivo "Ecococcinelle" ha reclutato una ventina di famiglie disposte a cambiare il loro stile di vita pur di ridurre la massa dei loro scarti. Tutte iniziative gemelle di uno fenomeno sempre più vasto.
Medici, giornalisti, informatici, impiegati di commercio, avvocati. I profili professionali degli appassionati sono variegati, ma molti hanno un punto in comune: essere genitori. "Non sono mai stata tanto preoccupata dei prodotti che uso e dei cibi che consumo da quando ho una famiglia", ammette Adèle Luria, cofondatrice delle "Ecococcinelle". La sfida è uguale per tutti: diminuire al massimo la quantità di rifiuti, applicando alla lettera i consigli di Béa Johnson. Così Julie e gli altri si impegnano ad evitare il superfluo, ridurre il necessario, preferire il riutilizzabile, separare, compostare e riciclare. Ma ci riescono? L’obiettivo sembra irraggiungibile. Nessuno può ancora vantarsi, come Béa Johnson,  di avere ridotto i suoi rifiuti annuali al punto da poterli contenere in un boccale da un litro. "Ma è un processo virtuoso, una ricerca permanente, quasi un gioco - spiega Julie Thomas, appagata dagli sforzi fatti finora -. Un sacco dell’immondizia da 35 litri siamo riusciti a farcelo bastare, in due, per due mesi di pattume. E vogliamo arrivare a quattro". L’eco-iniziativa condivisa, inoltre, vede tutti d’accordo sul fatto che sia anche un bel modo per essere solidali.
Ma cosa pensano i grandi distributori svizzeri di queste associazioni? Sarebbero disponibili ad offrire più prodotti sfusi? "Lo facciamo già per la verdura, la frutta fresca e secca, la carne, il pesce ed il formaggio - risponde Ramon Gander, portavoce di Coop -. Abbiamo anche provato ad ampliare l’offerta, ma abbiamo dovuto confrontarci coi problemi di igiene". Stessa risposta da Thomas Cerf, capo della comunicazione di Migros che "ha diminuito il numero di imballaggi e privilegiato i materiali riciclabili, che rimangono in alcuni casi indispensabili - dice Cerf -. I cetrioli, ad esempio, se lasciati all’aria aperta si deteriorano in pochi giorni; avvolti con un sottilissimo foglio di plastica, invece, riescono a mantenersi anche due settimane". Qualcosa di più prova a proporre Manor che offre "olio d’oliva alla spina - come dice Elle Steinbrecher, la portavoce -. E presto toccherà al curry, al cumino, alla curcuma e al cardamomo". A Ginevra, inoltre, anche il latte è già offerto fresco e sfuso.
Tutti sforzi lodevoli, ma il primo passo sarebbe quello di togliere i sacchetti di plastica dalle casse. Un impegno di cui si è fatto ambasciatore il consigliere nazionale ppd Dominique De Buman. Una sua mozione, depositata nel 2010 e accettata dalle Camere federali, è diventata un progetto dell’Ufficio federale dell’ambiente. Peccato, però, che tutto sia bloccato dal 2014.
Fatto sta che da Coop e da Migros il consumo di sacchetti in plastica è rimasto stabile negli ultimi anni, alcuni membri del commercio al dettaglio, come Manor,  si sono detti contrari alla loro eliminazione totale, mentre dettaglianti preferirebbero, semmai,  abolire la gratuità dei sacchetti monouso.
Torniamo però a "Zero waste" e alla realizzazione dei suoi obbiettivi. "Ci vuole un forte impegno iniziale e certi prodotti, come il latte, il burro o la carta igienica sono difficili o a volte impossibili da trovare non imballati - aggiunge Julie Thomas-. Non penserei però nemmeno per un secondo di tornare indietro, perché questo stile di vita permette di risparmiare soldi, tempo e fa arricchire personalmente". L’obiettivo è comunque trasformare una "filosofia" controcorrente in una accessibile a tutti. "Bisogna lottare politicamente - risponde la copresidente dei Verdi Adèle Thorens-. Perché senza delle condizioni quadro che facilitino la vita dei consumatori, ogni azione a favore dell’ecologia resterà un privilegio di pochi, una stravaganza d’élite". Un punto di vista condiviso dal consigliere di Stato ginevrino Antonio Hodgers: "La protezione della natura è una lotta comune a tutti. Bisogna quindi semplificarla e renderla più accessibile".
Tra l’altro è in corso un’iniziativa popolare chiamata "Per un’economia duratura e fondata sulla gestione efficiente delle risorse", il cui scopo è ridurre ulteriormente l’impatto ecologico della Svizzera entro il 2050. Iniziativa che comprende vari progetti, dalla riduzione degli imballaggi al maggior riciclaggio dei rifiuti, fino all’ottimizzazione della durata di vita dei prodotti… È il principio del "cradle to cradle", zero rifiuti e massimo riutilizzo. Insomma, quanto proposto da Béa Johnson.
Iniziativa molto ambiziosa, ma con buone chance di successo in caso di consultazione popolare. "Gli oppositori affermano che la Svizzera è già tra le nazioni più virtuose nel riciclaggio - obbietta Adèle Thorens -, ma dimenticano che è anche una delle più grandi produttrici di spazzatura. Ma il 70% dei rifiuti è di origine estera, quindi potremmo influenzare i Paesi vicini imponendo standard ecologici per il cotone, il legno o l’olio di palma".
La Svizzera, in effetti, con il riciclaggio del 50% dei  circa 5,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti ogni anno, è uno dei Paesi più ecologici. E il tasso sale al 96% per il recupero del vetro, al 99% per la carta. Però, con 729 kg per abitante, è anche una grande produttrice di spazzatura; seconda in Europa solo  dietro la Danimarca nel produrre rifiuti. Uno status poco onorevole, che richiederebbe degli sforzi, in particolare nel riciclaggio delle materie plastiche e delle batterie.
Se il mondo si convertisse alla filosofia zero rifiuti, la Svizzera potrebbe essere un leader. Un’utopia? Forse. Nell’attesa i membri elvetici di "Zero waste" tirano diritto. "È importante proseguire passo dopo passo, organizzarsi e sorridere - conclude Julie Thomas -. Perché pensare positivo fa parte del nostro credo".

©L’Hebdo
Traduzione e adattamento  di Omar Ravani
17.04.2016


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