Dopo il "caso Tramezzani" quattro leader dicono che…
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"Alla testa di un team
essere 'duri' aiuta"
STEFANO PIANCA E MASSIMO SCHIRA


Che cosa accomuna un ricercatore di altissimo livello, un direttore d’orchestra e coro, uno chef stellato, un frate cappuccino e un allenatore di calcio di Serie A? Semplice. Il dover gestire un gruppo di professionsti di alto livello verso un obiettivo comune. Sia esso rappresentato da una scoperta scientifica, dalla realizzazione di un concerto, dalla creazione di un piatto di qualità, dalla gestione della vita monastica, oppure dal "semplice" ottenimento di un risultato sportivo. E, a volte, per raggiungere l’obiettivo, alla testa di un team è necessario anche il pugno di ferro. Una via scelta dall’allenatore del Fc Lugano, Paolo Tramezzani (che ha preferito non rilasciare interviste), il quale alla luce della deludente prestazione di Thun, ha convocato la squadra alle prime luci dell’alba per portarla in fabbrica. Un luogo-metafora, l’azienda di pittura scelta, di chi svolge un lavoro molto meno privilegiato.
Avere a che fare con professionisti di talento, non è mai impresa semplice. Ne sa qualcosa Diego Fasolis, direttore d’orchestra e di coro. "Far funzionare un gruppo di persone con grandi competenze individuali non è scontato - spiega al Caffè -. Spesso si ha a che fare con personalità dall’ego molto sviluppato, che vanno gestite verso l’obiettivo comune. Ad esempio, il concerto. Per molti direttori è necessario passare da regole precise, da una certa durezza, perché non possono incidere più di tanto sulla scelta del singolo musicista. Ma è una strada che non amo. A volte mi capita di imporre una prova pre-concerto non programmata, per poi abbinarla ad un momento di condivisione, come una cena e una chiacchierata". E anche quando dal palcoscenico si passa ai fornelli di una cucina stellata, i parametri del team - in questo caso la brigata - non cambiano. "In un ristorante di alto livello, il rischio è quello di avere a che fare con dipendenti convinti di realizzare sempre ogni cosa al top - osserva Lorenzo Albrici, chef alla Locanda Orico di Bellinzona -. Con poca propensione all’autocritica. Capita quindi di dover intervenire per metterli di fronte alla realtà, ad esempio di un piatto non riuscito. È utile indurli ad uscire dai panni del cuoco, per vestire quelli del cliente. Di chi paga. E succede anche che lo chef sia costretto a ‘mettere ordine’ in cucina, perché anche in una piccola brigata non tutti vanno sempre d’accordo".
Una situazione che si rispecchia in un ambito molto distante da quello culturale o gastronomico come la ricerca scientifica. "La costruzione stessa di un team è un aspetto fondamentale - afferma Andrea Alimonti ricercatore e team leader all’Istituto oncologico di ricerca a Bellinzona (Ior) -. Proprio per questo ogni nuovo membro viene valutato e poi accettato da tutta la squadra, dopo un attento lavoro di selezione. Il motivo? Il finanziamento ottenuto per un progetto di ricerca viene ripartito in parti uguali all’interno del gruppo. Quindi dal risultato collettivo dipendono sia l’evoluzione della carriera, sia l’aspetto economico. Si cerca di andare nella giusta direzione attraverso una selezione severa che permetta di evitare penalizzazioni collettive. E, infatti, se ci sono problemi è il team che interviene. Anche con decisioni drastiche".
Esiste però un luogo che forse più di tutti assomma umiltà e spirito di squadra. Il convento. Con le mille sfumature degli ordini monastici. "Per storia e natura i cappuccini sono grandi individualisti e anche nel piccolo Ticino ci sono esempi illustri" premette Fra Martino Dotta. Individualismo positivo naturalmente, spiega, citando i nomi di Padre Callisto, Padre Pozzi o Fra Roberto… "E nel mio piccolo anch’io", aggiunge. Un individualismo che il frate spiega col fatto che "nel nostro Dna c’è anche un elemento eremitico. Una ricerca della solitudine che però comporta l’impegno a tenere i piedi sempre per terra". Ma l’umiltà, tra i cappuccini, non rima con appiattimento: "Un elemento per noi importante è quello di avere come obiettivo comune il metterci al servizio della realtà e di Dio. Ma ciò avviene con espressioni individuali che si completano. Il nostro ideale è quello di completarci e non contrapporci" dice Fra Martino.

s.pi/m.s.
19.03.2017


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