La memoria difensiva di Bosia Mirra
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"Vi spiego perchè
aiuto i profughi illegali"
LISA BOSIA MIRRA


Quaranta pagine in cui Lisa Bosia Mirra racconta la sua vita. Una memoria difensiva, di cui il Caffè pubblica in questa pagina ampli stralci (su caffe.ch il testo integrale), ripercorrendo un’inedita biografia che riassume drammaticamente l’emergenza profughi di questi ultimi anni attraverso l’impegno sociale e umanitario della deputata socialista.  Il lavoro prima col Soccorso operaio svizzero vivendo le mille lacerazioni delle espulsioni di tanti richiedenti l’asilo: "Una difficile mediazione tra ideali personali, urgenze di giustizia e una legge che, più volte rivista in modo sempre più restrittivo, imponeva vincoli dolorosi. Avevo già assistito a deportazioni, alla separazione di famiglie, più e più volte. Mi era sempre stato difficile affrontare queste situazioni, del mio lavoro tutto era fonte di ispirazione e apprendimento, ma le deportazioni erano da sempre difficili da accettare". Poi l’incontro con Nawal Soufi , "una giovane attivista che trascorreva i suoi giorni alla stazione di Catania aiutando i siriani sbarcati a fare il biglietto per il Nord e le sue notti ricevendo telefonate di richiesta di soccorso dalle imbarcazioni in mare"; le prime raccolte di fondi per i disperati che nell’estate del 2014 sbarcavano in Sicilia, la nascita dell’associazione Firdaus, gli aiuti per i centri di accoglienza a Milano e le missioni umanitarie all’estero. E, infine, tra i profughi ammassati alla stazione ferroviaria di Como. Un’esperienza altrettanto sconvolgente che la porterà ad aiutare alcuni migranti a passare illegalmente il confine con la Svizzera. Una scelta umanitaria per cui è stata recentemente condannata, con un decreto d’accusa, dalla giustizia ticinese."Ad un certo punto è stato troppo - scrive -. Non ce l’ho fatta più. E non ho più potuto girare la testa...".

Leggi il documento integrale

A fine ottobre 2015 organizzammo una spedizione di aiuti al confine serbo-croato . (…) Ci recammo con un Tir e con 70 metri cubi di materiale  prima in Slovenia e poi a Berkasovo, sul confine serbo-croato. In Slovenia a Dobova, vedemmo i profughi imprigionati, trattati peggio delle bestie. Per la prima volta vidi una prigione a cielo aperto, i bambini dietro i reticolati senza che potessimo avvicinarci: il cibo razionato, i militari a cavallo in tenuta antisommossa, le mascherine, le persone avvolte nelle coperte grigie che si scaldavano ai fuochi accesi nei bidoni. (…)  Un’umanità dolente, poverissima ma determinata ad arrivare. (…) Come posso spiegare, a qualcuno che non l’abbia vissuto con me, cosa siano stati questi ultimi tre anni? È difficile, perché sono stati tre anni disordinati. Tre anni in cui le mie istanze personali, le mie esigenze e quelle della mia famiglia sono sempre state in secondo piano rispetto alla necessità di mitigare le sofferenze di chi viveva in prima persona, sulla propria pelle, la dolorosa esperienza della migrazione. È impossibile quantificare le ore trascorse seguendo le vicende che accadevano lungo tutta la rotta migratoria, a intessere relazioni di fiducia, a diffondere informazioni, a sensibilizzare l’opinione pubblica . È stata una progressiva e infine completa immersione che non ha lasciato spazio a quasi nient’altro.(…)
Nel 2011, a trentotto anni, mi ammalo e necessito di intervento. La preoccupazione per la salute mi rende impossibile occuparmi con sufficiente empatia e disponibilità delle persone e delle problematiche a cui sono chiamata a rispondere al lavoro (con Sos Ticino, ndr), tanto più che i già scarsi mezzi a disposizione erano stati ulteriormente ridotti. La frustrazione è tanta e inizia l’abitudine di scrivere sul web quello che vedevo quotidianamente e che non riuscivo a capire ed accettare. (…)
Il 3 ottobre 2013 muoiono 366 migranti in un naufragio a poche miglia del porto di Lampedusa. I superstiti salvati sono 155, di cui 41 minori non accompagnati. Il mondo si ferma sgomento di fronte a una delle più gravi tragedie mai capitate nel Mar Mediterraneo. (…) A partire dall’estate 2013 inizia un flusso inarrestabile di profughi siriani che sbarcano in Italia, in Sicilia, e che risalgono la penisola alla ricerca di Paesi in grado di offrire rifugio e accoglienza umanitaria. Sono famiglie con bambini piccoli al seguito, non hanno quasi nulla con sé. (…) Quasi ogni giorno si verificano naufragi.(…) La cronaca diventa insopportabile, talvolta arrivano fotografie dei corpi rivolti nella sabbia, gonfi di acqua, spogliati degli abiti. (…) Durante l’estate 2014 pensavamo, speravamo, che l’attivismo, l’impegno e il raccontare la tragedia dei profughi avrebbe portato ad una sensibilizzazione dell’opinione pubblica e ad una maggiore apertura da parte delle istituzioni europee (…). Iniziammo a scendere regolarmente a Milano a portare aiuti. (…) È un’estate difficile. È l’estate della disillusione. È l’estate delle file di persone che attraversano a piedi i campi della Macedonia e della Serbia ma è anche quella in cui l’Europa affida a Frontex il controllo delle frontiere esterne che toglie qualunque speranza per un maggiore impegno nell’accoglienza.
A ottobre arrivano immagini strazianti di bambini nel fango e di frontiere chiuse. Profughi muoiono nel tentare di attraversare il fiume Ebro che fa da confine tra Grecia e Macedonia. Dopo Ventimiglia anche l’Austria si prepara a chiudere il confine con la Slovenia. Le foto che arrivano raccontano una disperazione senza precedenti: bambini passati attraverso il filo spinato, uomini che si proteggono dalla pioggia con dei semplici sacchetti di plastica, donne nel fango. Il senso di impotenza si fa più acuto e decidiamo di organizzare un convoglio di aiuti per la Serbia (...). A Dobova e Berkasovo incontriamo questa umanità dolente in cammino. (…) L’esperienza è sconvolgente e bellissima, torno da quel viaggio con una voglia di lavorare accresciuta. (…)

Welcome to Greece
Intanto la via dei Balcani è stata definitivamente chiusa. (…) Circa 12000 persone si sono ammassate lungo i binari della ferrovia a Idomeni, paesino al confine tra Grecia e Macedonia. Da un paio di mesi siamo in contatto con l’associazione italiana MaM Beyond Borders (...),  raccogliamo circa 20’000 franchi che decidiamo di portare direttamente a Idomeni. (…)
Idomeni è stato un treno in corsa che mi ha travolta e mi ha mutilata, irrimediabilmente. Non si può raccontare e non si può spiegare, è una cosa che solo chi l’ha vissuta può comprendere. Sono tornata da Idomeni a pezzi, se a Berkasovo le persone camminavano, a Idomeni erano state fermate e costrette a vivere per quattro mesi in condizioni disumane, che nemmeno le bestie. Tornata a casa ho sognato per giorni e giorni di essere ancora nel campo. Mi svegliavo senza sapere dove mi trovavo con l’urgenza di aiutare i bambini che gridavano "my friend, my friend", non sopportavo nessuno, nemmeno gli amici più cari o i famigliari. (…) Ho visto i militari oltre la rete di confine e bambini orfani fare volare gli aquiloni tra i papaveri. Ho visto i panzer presidiare un cancello chiuso e donne lavare i loro neonati nel fango. Ho visto gente umiliata che divideva il suo pane con i volontari, ho visto l’inferno per i giusti. Ho visto le ferite della guerra, la gente impazzire per la disperazione. (…)
A fine maggio Idomeni e i campi adiacenti vengono evacuati. (…) Siamo distrutti dal dolore, preoccupati per i nostri amici. Decidiamo di finanziare una missione congiunta con MaM Beyond Borders per mandare dei volontari nei campi governativi. Durante l’estate circa trenta volontari sono partiti dal Ticino per portare aiuto in due campi governativi: Kalachori e Vasilika. (…) Per avviare questa missione resto in Grecia fino a metà luglio, poi torno e dopo un paio di giorni incappo nella situazione di Como. Un amico mi dice: "Lisa, vieni a vedere cosa sta succedendo a Como…", io ci vado e trovo la stessa umanità dolente che avevo lasciato in Grecia. Solo che invece di essere bianchi, sono neri, invece di essere curdi e siriani, sono etiopi ed  eritrei. (…)
Dal 15 luglio al 1° settembre ho trascorso ogni giorno a Como, a volte andando più volte al giorno, intessendo relazioni con i volontari presenti, con le organizzazioni caritative. In questo mese abbiamo distribuito coperte, culle, sapone, organizzato il pranzo per 500 persone ogni giorno. Abbiamo avviato un monitoraggio e tentato in ogni modo di parlare con le autorità. Abbiamo avuto la certezza che alla dogana succedevano cose ingiuste e contrarie alla legge, che degli accordi per le riammissioni semplificate c’erano stati.(...) Abbiamo accompagnato e visto tornare a Como ragazzini poco più che bambini, persone che erano state torturate in Libia.(…) Io non ce l’ho fatta più. Mi è pesato il privilegio, io avevo il librettino rosso, quello con la crocetta svizzera e andavo avanti e indietro, ogni sera. E dormivo a casa in un letto. Io non ho visto la guerra, non ho patito la fame, non sono cresciuta in un campo profughi, non ho attraversato il Sahara, non ho bevuto acqua allungata con benzina per 21 giorni, non ho dovuto seppellire gli amici nel deserto, non sono stata arrestata dai libici, non sono stata picchiata, stuprata, torturata, non ho dovuto pagare riscatti. Io non ho affrontato il mare su una barca sovraccarica, non sono stata pigiata in una stiva nauseabonda di vomito, non ho viaggiato con un cadavere di fianco, non ho perso nessuno.
Io andavo a casa ogni sera, ogni sera portavo fuori i cani e ogni mattina andavo a Como a dividere la mia giornata con queste persone, tentavo di dare loro fiducia, speranza, una possibilità. Ogni giorno passavo dalla frontiera, ogni giorno vedevo le camionette che li rimandavano indietro, ogni notte sentivo il drone e l’elicottero. Io non ce l’ho fatta più, semplicemente. Ad un certo punto è stato troppo. E non ho più potuto girare la testa né andare altrove per riprendere fiato.
Dove avrei potuto andare? In vacanza? Ecco com’è andata. E adesso che posso fare? Ho perso fiducia in tutto: ho perso fiducia nelle istituzioni, ho perso fiducia delle organizzazioni umanitarie, ho perso fiducia in me stessa. Dovrei tornare in Grecia ma non trovo la forza, dovrei continuare il lavoro per i profughi ma 2non so da dove cominciare perché ho la piena consapevolezza che è tutto inutile, che è un patetico teatrino dove i forti vincono e i deboli soccombono. (…)
23.04.2017


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