Le mete - India prima parte
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Le capitali
dell'impero Maghul
GIÒ REZZONICO


Il nostro itinerario in Rajasthan - siamo cinque amici - parte da New Delhi e termina due settimane dopo nella stessa metropoli percorrendo un tragitto circolare di oltre 2mila chilometri a bordo di un piccolo bus, con autista e una guida molto colta. L’operatore è Kel12, la società italiana con la quale viaggio da molti anni.
La circolazione stradale in India è estremamente disordinata. La pavimentazione è spesso carente al di fuori delle autostrade, dove capita però che una mucca (sacra) occupi la corsia di sorpasso.
La prima parte del viaggio, che presentiamo in questa pagina, si sofferma sulle capitali dell’impero Moghul, situate ai confini con il Rajasthan.

Delhi, capitale da secoli
Le due settimane previste per il nostro itinerario ci permettono di effettuare una visita molto (troppo) limitata della Delhi storica, antica sede dell’impero musulmano dei Moghul. Per percorrere le tappe principali della storia indiana visitiamo dapprima il Museo nazionale, che propone una serie di sculture induiste sopravvissute alla furia degli invasori islamici. È d’obbligo un momento di riflessione sulla tomba, molto essenziale, di Mahatma Gandhi, padre dell’India indipendente, una delle più belle figure politiche del XX secolo. Poco lontano sorgono i palazzi amministrativi della capitale, costruiti in gran parte dagli Inglesi per gestire la colonia indiana.
Ma i monumenti più interessanti riguardano il periodo dell’impero islamico della dinastia Moghul. Si tratta del Forte Rosso e delle due moschee: la Jama Masjid, edificata nel XVII secolo, tuttora la più grande e imponente di tutta l’Asia, e il Qutb Minar, uno splendido minareto in pietra arenaria rossa alto 72 metri, risalente al 1199 e appartenente a un’immensa moschea ormai diroccata. Ma come: due moschee? L’India non è il Paese dell’induismo? Sì, ma la sua storia ruota in gran parte attorno all’impero musulmano dei Moghul, che regnarono dal 1526 fino all’inizio del dominio inglese nella seconda metà del XVIII secolo. E ancora prima di loro, già nel XIII-XIV secolo Delhi era governata da un sultano. Le prime incursioni musulmane in India risalgono tuttavia a due secoli prima.

Taj Mahal, storia d’amore
Prima di entrare nel Rajasthan - governato per secoli da principi locali induisti, che se la dovettero vedere dapprima con l’impero musulmano e in seguito con quello britannico  - visitiamo Agra, prima sede dell’impero islamico dei Moghul.
Agra è mondialmente nota per conservare una delle sette meraviglie del mondo: il Taj Mahal, "una lacrima sul viso dell’eternità", un monumento all’amore romantico ed eterno. Il mausoleo che sorge in riva al fiume Yamuna venne infatti costruito dall’imperatore Moghul Shah Jahan per custodire il corpo della sua amata moglie Arjumand Bann Begun. La leggenda racconta che il sovrano avesse incontrato la sua sposa nel bazar reale di Agra, dove le donne di corte una volta all’anno erano solite recarsi per fingere di prendere il posto dei mercanti nella vendita di gioielli e abiti in seta. Il giovane principe sedicenne, figlio dell’imperatore Jahangir discendente di Tamerlano, acquistò dalla ragazza una perla di vetro e il giorno seguente la chiese in moglie. L’imperatore, affascinato dalla bellezza della sposa del figlio, la battezzò con il nuovo nome di Mumtaz Mahal, gioiello del palazzo. Nonostante le sue numerose concubine, Shah Jahan non si separò mai da lei, che lo seguì persino nelle campagne militari e morì dando alla luce il quattordicesimo figlio. Per rendere immortale la bellezza fisica e morale della sua amata, l’imperatore concepì il Taj Mahal, un’opera architettonica perfetta, apice dell’architettura Moghul e simbolo dell’amore eterno. La costruzione richiese 21 anni di lavoro e vennero impiegati 20mila uomini. Davanti alla tomba sorgono meravigliosi giardini suddivisi in quattro quadrati separati da corsi d’acqua, che evocano l’immagine islamica dei Giardini del Paradiso, dove scorrono fiumi di acqua, latte, vino e miele. La piattaforma su cui sorge il mausoleo è attorniata da quattro minareti e culmina in una cupola alta 55 metri, accentuata da una guglia in ottone di 17 metri.
La bellezza del Taj Mahal è emozionante. Di fronte a tanta perfezione si rimane impietriti e senza parole. Davanti al fascino e alla magia di questo monumento non si vorrebbe più andar via.

Forte Rosso, prigione dorata
Ma la storia romantica non finisce qui. Prosegue anche al Forte Rosso, che sorge pure lungo il fiume Yamuna, ma sulla sponda opposta, da cui il Taj Mahal appare in tutto il suo splendore. È da una torre del castello che Shah Hahan dovette malinconicamente osservare il mausoleo dedicato alla sua amata dopo che il figlio Aurangzeb lo spodestò e lo imprigionò. Alla sua morte il corpo fu trasportato lungo il fiume e sepolto accanto a quello della sua compagna.
Il Forte Rosso, che dista 2 chilometri dal Taj Mahal, è una maestosa cittadella imperiale a forma di mezzaluna costruita tra il 1565 e il 1573. I suoi alti bastioni (20 metri) in arenaria rossa circondano la collina su un perimetro di 2,5 chilometri, intervallati da porte d’entrata, che l’imperatore superava a dorso di elefante. I palazzi che sorgono all’interno delle mura sono un ottimo esempio di architettura indomusulmana, la cui caratteristica sta nel coniugare le due tradizioni culturali del paese. Sono costruiti in mattoni e ricoperti di arenaria rossa o di marmo. Solo un quarto della cittadella è aperta al pubblico, le parti rimanenti sono destinate a scopi militari. Si visitano le sontuose residenze degli imperatori e quelle delle loro concubine, nonché gli spazi pubblici in cui il sovrano concedeva udienza e pronunciava truci condanne: come buttare i malcapitati nel pozzo o in una fossa d’acqua con coccodrilli, o ancora in una stanza abitata dai serpenti.

Fatehpur Sikri, la città fantasma
A 40 chilometri da Agra sulla strada che porta a Jaipur si trova Fatehpur Sikri, uno dei luoghi più misteriosi e affascinanti dell’intero viaggio. Si tratta di una vastissima città con sontuosi palazzi imperiali, costruita tra il 1571 e il 1585, che divenne capitale dell’impero Moghul ma fu abitata per soli 12 anni, dopo di che venne abbandonata (sono ancora misteriosi i motivi). La costruzione di questa città, giunta a noi praticamente intatta, fu voluta dall’imperatore Akbar, brillante stratega, fine politico e amante dell’arte e della letteratura, nonostante fosse analfabeta. Siccome i suoi figli maschi morivano tutti in giovane età, temendo che la dinastia Moghul si estinguesse, Akbar si rivolse al santone sufi Shaikh Salim che viveva a Sikri. Questi gli predisse la nascita di un figlio maschio che sarebbe diventato imperatore e avrebbe proseguito la dinastia. Un anno dopo il bimbo nacque e Akbar, in segno di gratitudine, iniziò la costruzione della città a Sikri, luogo di residenza del santone. Trattandosi di una città costruita ex novo, venne pianificata con concetti innovativi cercando di conciliare la grandezza imperiale con il concetto di santità. Akbar, monarca tollerante, era molto interessato alla storia delle religioni, tanto che tentò con scarso successo di proporne una (Din-i-Ilahi) che sintetizzasse islamismo, induismo, giainismo e buddismo.
A Fathepur Sikri si visitano i palazzi privati del sultano e dei suoi principali collaboratori, le sale delle udienze pubbliche e private, gli edifici amministrativi (banca, posta con piccioni viaggiatori, eccetera) e religiosi, le torri, i giardini, i padiglioni per la musica e le danze. Uno dei quartieri più vasti è quello dedicato alle concubine: l’imperatore ne contava oltre 5mila. Erano divise in categorie: quelle di terza, seconda e prima categoria, nonché tre mogli preferite, una indù, una musulmana e una cristiana. Collezionare donne sembra fosse una vera ossessione per Akbar, che pretendeva dai principi sconfitti le figlie più graziose.

Per capire l’India
Un viaggio in India è un’esperienza davvero interessante per la ricchezza multiculturale del Paese e per tutto quanto ha prodotto sul piano artistico, architettonico e religioso. Un viaggio di due settimane in una singola regione (il Rajasthan) non permette certamente di capire un Paese, ma induce a porsi alcuni interrogativi sorti già dalle letture di preparazione e da esperienze sul posto. Senza alcuna pretesa di spiegare l’India a chicchessia vorrei qui di seguito proporre alcune riflessioni scaturite da questo incontro con il Rajasthan, nel nord dell’India.
La prima osservazione riguarda il rapporto con i musulmani (che rappresentano il 14,2 per cento della popolazione) in una nazione a larga maggioranza induista (79,8 per cento). Una questione che in Rajasthan e in tutta l’India ha profonde radici storiche. Gli islamici invasero infatti il nord del Paese a partire dalla fine dell’XI secolo e lo governarono dal XIII-XIV fino alla dominazione britannica. La regione era suddivisa in reami locali presieduti da principi (maragià) induisti. I rapporti tra le due religioni conobbero momenti alterni, ma il potere imperiale, soprattutto con la dinastia Moghul, rimase sempre saldamente in mano islamica fino all’inizio del colonialismo inglese. I maragià dovettero quindi barcamenarsi per mantenere il loro potere e le loro ricchezze a livello locale. E ci riuscirono. Per questo il Rajasthan abbonda di monumenti storici ben conservati, anche se a pagare il pegno all’impero islamico e a quello britannico sotto forma di tasse furono soprattutto i sudditi. I rapporti tra indù e musulmani in India rimangono tuttora molto delicati, soprattutto dopo l’ascesa al potere nel 2014 del premier neoliberista e nazionalista Narendra Modi, che fonda la sua politica populista sulle origini induiste della nazione.
La seconda riflessione riguarda il sistema delle caste, che suddivide gli induisti principalmente in quattro categorie (sacerdoti, guerrieri, gente comune e servi) e ne prevede una quinta per i fuori casta, che "adempiono funzioni necessarie e sporche che contaminerebbero gli altri uomini". Storicamente una piaga per l’India, tanto che buddismo e giainismo sono nati anche per contrastare le atrocità di questo sistema rigido di potere che ha ingessato per secoli la società induista (per esempio non è previsto che si possano scalare le caste, così come non ci si può sposare tra caste diverse). A livello legislativo questo sistema è stato abolito, ma nelle campagne sembra che sopravviva con esiti raccapriccianti.
Queste due problematiche - la convivenza tra diverse religioni e il sistema delle caste - devono poi fare i conti con l’attuale globalizzazione mondiale, che spesso non facilita le questioni, ma le acuisce. D’altra parte non bisogna dimenticare che la più grande democrazia del mondo - quella indiana con un miliardo e 200mila persone - è estremamente giovane: risale al 1947, anno dell’indipendenza dalla colonizzazione britannica. Una democrazia che ha portato alla ribalta figure importanti come Mahatma Gandhi, Nehru e sua figlia Indira Gandhi, che hanno garantito al Paese leggi moderne. Ma le leggi innovative devono fare i conti con una cultura popolare tuttora fortemente ancorata al passato. Per cui si intuisce come la giovane democrazia indiana debba ancora percorrere una lunga strada. L’avvento al potere di un leader populista e nazionalista come l’attuale premier Modi non raccorcerà certamente i tempi.

(1. continua)
25.06.2017


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