Storie di viaggi, nella terra dei principi
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Nel Rajasthan
dei maragià
GIÒ REZZONICO


Riprendiamo il nostro itinerario in India. Dopo avere visitato le antiche capitali (Delhi, Agra e Fatehpur) dell’impero musulmano Moghul, entriamo nel vivo del viaggio varcando il confine con il Rajasthan, una regione paragonabile all’Italia, sia quanto a popolazione (circa 70 milioni di abitanti), sia per estensione. Il periodo ideale per effettuare questo viaggio va da ottobre ad aprile.
Come abbiamo visto la settimana scorsa gli islamici invasero l’India del nord a partire dall’XI secolo e la governarono dalla fine del XIII fino alla dominazione britannica. La regione del Rajasthan era suddivisa in reami locali presieduti da principi (maragià) induisti. I signori locali dovettero quindi barcamenarsi per secoli per mantenere le loro tradizioni, il potere e di conseguenza le loro ricchezze a livello locale. E ci riuscirono, per questo il Rajasthan abbonda di monumenti storici ben conservati e mantiene una sua forte identità. In nessun’altra parte dell’India si trova una concentrazione di splendide dimore, opulenti palazzi reali, fortezze, templi e leggendari tesori come in Rajasthan. Immergersi in questa realtà è un’esperienza indimenticabile. A cominciare dai coloratissimi, rumorosissimi e caotici mercati dei centri principali, dove non è possibile camminare spensierati perché una miriade di motorette strombazzanti ti sfrecciano accanto, zigzagando a fatica tra persone e mucche sacre che si nutrono di immondizie. La gente è gentile, non ti senti mai a disagio, ma anzi accolto. Affascinanti gli abbigliamenti, soprattutto delle donne, che accostano, con ottimi risultati, colori sgargianti e si accompagnano a uomini baffuti con turbanti altrettanto variopinti.
Con una legge del 1971 l’allora premier Indira Gandhi ha abolito i titoli e i privilegi dei maragià locali, ridimensionandone drasticamente i diritti di proprietà. La maggior parte di loro si sono allora trasformati in operatori turistici, riconvertendo i loro splendidi palazzi in sontuosi hotel di lusso. Soggiornare in questi luoghi, per chi ne ha la possibilità, fa parte delle attrattive del viaggio.

Jaipur, la città rosa
Trafficata capitale del Rajasthan, Jaipur fu edificata a partire dal 1727 dal maragià Jai Singh II, seguendo un piano ragionato. Monarca illuminato, concepì l’urbanistica della città con strade ampie e diritte che si incrociano ad angolo retto. Ogni quartiere ospita specifiche attività artigianali. Il palazzo reale, in parte ancora abitato dai discendenti della dinastia, è vastissimo e occupa buona parte del centro storico. Se ne visitano alcune fastose sale. Di grande interesse a Jaipur è l’osservatorio astronomico, il più grande dei cinque che Jai Singh fece costruire in India con chiari intenti didattici. Gli strumenti sono infatti di dimensioni colossali e tuttora funzionanti. Ma il simbolo della città è costituito dal cosiddetto Palazzo dei Venti, costruito a fine Settecento per permettere alle concubine del maragià di assistere alla vita della città. Si affaccia infatti sull’animatissimo mercato, che occupa gran parte delle vie del centro storico. Il soprannome di città rosa risale al 1876, quando in occasione della visita del principe del Galles il signore locale ordinò di dipingere tutte le case di rosa. Un regolamento che è rimasto in vigore fino ai nostri giorni.
Di grande interesse è anche la visita di Amber, l’antica città del Cinquecento che si trova a 10 chilometri di distanza e fu abbandonata due secoli più tardi quando venne edificata Jaipur. È circondata da 15 chilometri di mura, che seguono la cresta delle colline circostanti. Si estende attorno al forte mai espugnato di Jaigarh, costruito a nido d’aquila in cima a un colle che controlla la stretta valle di Amber, punto di passaggio obbligato tra Delhi e il Rajasthan, dove transitavano importanti carovane di commercianti. La fortezza, che si raggiunge a dorso di elefante, ospita la sontuosa reggia dei maragià alleati all’impero Moghul.

Udaipur, la città bianca
Romantica città bianca, che si affaccia sulle rive del lago Pichola incorniciato da maestose colline, viene anche definita la Venezia d’Oriente per la sua caratteristica di affacciarsi sull’acqua. Fondata nel 1568 da Udai Singh II è oggi in parte ancora governata da Arund Singh, settantaseiesimo discendente della dinastia, importante artefice del successo turistico di Udaipur. Un successo di cui siamo rimasti vittime, perché non siamo in pratica riusciti a visitare il complesso reale composto da 11 palazzi e numerose corti collegate tra loro da stretti corridoi. L’eccessivo numero di visitatori, soprattutto indiani che approfittavano di una settimana di vacanza (la festa delle luci) per visitare uno dei luoghi più suggestivi del Paese, ha creato code chilometriche. Ci siamo così limitati ad ammirare dal lago l’imponente palazzo reale in pietra gialla, costruito sull’arco di tre secoli, e a visitare la splendida residenza estiva in marmo, situata su un’isola e trasformata in elegante albergo (Lake Palace); abbiamo passeggiato nel giardino in cui i maragià trascorrevano il loro tempo libero con le concubine, per poi immergerci nel mare di folla del bazar, dove ci siamo pure persi. Ma nessun timore: gli Indiani si fanno in quattro per aiutarti!

Pace e serenità nel tempio giainista
Merita certamente una deviazione, sulla strada tra Udaipur e Jodhpur la visita all’imponente tempio di Ranakpur, straordinaria espressione della fede giainista. Costruito in marmo nel 1439 è il più grande dell’intera India. Nonostante la sua mole - si compone di 29 sale, 80 cupole e 1444 colonne - dall’esterno appare leggero ed elegante. All’interno colpisce l’abilità degli artigiani che hanno scolpito il marmo rendendolo in certi particolari simile a un ricamo. Ogni colonna è diversa dall’altra e propone motivi floreali, geometrici o immagini di divinità. Numerose le statue dedicate a danzatrici, che rappresentano i movimenti della danza sacra e devozionale dei riti giainisti. Nel tempio si respira un’atmosfera di pace e di serenità.

Jodhpur, la città blu
Riprendiamo la strada e dalla quiete del tempio giainista ci immergiamo di nuovo nel caotico traffico indiano. Le motorette sono come mosche: sfrecciano da tutte le parti e nessuno dei loro conduttori indossa il casco. Gli specchietti retrovisori sono un optional, perché chi giunge da dietro annuncia il suo arrivo strombazzando. A Jodhpur prima di raggiungere l’albergo ci perdiamo - ma questa volta solo in senso figurato - nell’animatissimo mercato. L’amplissima zona riservata ai prodotti della terra ci ricorda che il Rajasthan è uno stato a vocazione rurale: tuttora la maggior parte della popolazione lavora nei campi.
Il mattino seguente di buon’ora visitiamo la città blu, che si estende attorno al Forte Meherangarh costruito nella seconda metà del Quattrocento su uno sperone roccioso dal quale si dominano l’abitato e la pianura circostante. La cinta attorno alla città si estende per 10 chilometri con mura alte fino a 36 metri e profonde fino a 21. Un complesso sistema di porte dà accesso alla residenza del maragià che si trovava nella fortezza. Dall’alto il panorama è magnifico. Il colore blu delle case inizialmente indicava le residenze dei brahmani, la casta più elevata, riservata ai sacerdoti, ma con il passare degli anni è stato utilizzato semplicemente per proteggersi dagli insetti. Passeggiando per le tortuose stradine medievali si incontrano numerose haveli, antiche case dei commercianti, che ricordano i fasti del passato di questa città situata all’incrocio fra le due più importanti vie carovaniere del Rajasthan: quella delle spezie, che nel deserto prosegue verso Jaisalmer e il Pakistan, e quella del mare che scende verso il Gujarat.

Jaisalmer, città dorata
Jaisalmer, la città dorata, vista da lontano con la sua cinta muraria che racchiude il centro storico, sembra un miraggio nel deserto del Thar, uno dei luoghi più aridi del pianeta. All’interno dei bastioni si trovano il palazzo reale e numerose lussuose haveli, le antiche case dei commercianti che si arricchirono quando da questi luoghi transitavano le carovane che garantivano i collegamenti tra l’India e l’Asia centrale. Passeggiando per le strette e quiete vie del centro si respira la tipica atmosfera di una città del deserto. Dalle terrazze del palazzo reale lo sguardo si perde nel vuoto e la nostra fantasia evoca il mistero delle piste carovaniere. Gli edifici sono costruiti in arenaria gialla, che con il calar del sole si colorano di oro giustificando il soprannome di città dorata. Assistiamo al tramonto dalle dune di sabbia che raggiungiamo a dorso di dromedario. Il turismo rappresenta oggi la maggiore fonte di reddito di questo luogo misterioso e incantato, certamente una delle mete più affascinanti del viaggio.

Il tempio dei ratti
Uno dei monumenti più bizzarri dell’India e senza dubbio del nostro viaggio è certamente il tempio di Karni Mata, dedicato alla dea protettrice di Bikaner, tappa successiva del nostro itinerario. Nel tempio scorrazzano orde di topi brulicanti che i fedeli venerano come divinità in attesa di reincarnarsi in una vita migliore. I pellegrini offrono mangime ai piccoli roditori ed è ritenuto di buon auspicio mangiare il cibo sbocconcellato dai topi, così come sembra porti fortuna se uno di loro ti cammina sui piedi. Ma attenzione a non calpestarli perché si potrebbe essere costretti a donare la riproduzione in oro del malcapitato per placare le ire della dea protettrice.
Bikaner è un’altra città del deserto, nota soprattutto per il suo magnifico forte costruito sulle rocce che affiorano dal Thar. Anche qui come in altre cittadelle notiamo all’entrata una serie di impronte di mani. Sono quelle delle donne che hanno partecipato a un suicidio di massa previsto da un antico codice cavalleresco indiano. Per non cadere prigionieri nelle mani del nemico gli uomini indossavano abiti color zafferano e si gettavano tra le fila dell’esercito avversario incontro a morte certa, mentre le donne e i bambini spiravano tra le fiamme delle pire.
Nel polveroso museo del palazzo del maragià di Bikaner sono esposti molti regali donati dalla corona inglese (persino un aereo della prima guerra mondiale) in segno di riconoscenza per la sua fedeltà e per aver costituito un battaglione di cammellieri al servizio della regina.

La fiera dei dromedari
Chiudiamo il nostro viaggio in bellezza nella città sacra di Pushkar, che abbiamo la fortuna di visitare durante la fiera annuale dei dromedari. Migliaia di uomini del deserto vi giungono a piedi e sostano sulle aride colline circostanti con i loro dromedari, ma anche con cavalli, mucche e bufali che vengono contrattati durante dodici giorni. Ma la grande festa prevede molto altro: corse di dromedari, esibizioni di incantatori di serpenti e bimbi sui trampoli, recite teatrali e prove di abilità. Numerosissime sono le giostre. Tutto questo è però accompagnato anche da un grande fervore religioso. Pushkar è infatti considerata dagli indù una città sacra, che andrebbe visitata almeno una volta nella vita. Durante questi giorni di festa il misticismo acquisisce una magia particolare e molti pellegrini si immergono nelle acque sacre del lago attorno al quale sorgono centinaia di piccoli templi. Dietro ad essi si espande la città con il suo animato bazar. Le cerimonie religiose con il profumo degli incensi, i canti e le processioni, rappresentano momenti di grande suggestione. Sacro e profano convivono per giorni durante la fiera, senza urtarsi l’un l’altro.
Il nostro viaggio volge al termine e il mattino all’alba, prima di lasciare Pushkar per Delhi visitiamo la collina dove sono ammassati centinaia di dromedari con i loro proprietari, commercianti che trascorrono la notte sotto tende improvvisate. È l’immagine di questo itinerario che mi porterò dentro con maggiore affetto.

(2. Fine. La puntata precedente è stata pubblicata sul Caffè del 25 giugno)
02.07.2017


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