Cresce il numero di piattaforme per una tv personalizzata
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Coi programmi Netflix
palinsesti su misura
ALESSANDRA COMAZZI


Non aspettare che qualcuno decida per noi, ma potersi organizzare il proprio palinsesto personale. Era un miraggio, adesso è realtà, grazie a Netflix, a Sky on Demand, a RaiReplay, a Tim Vision, a tutte quelle piattaforme, destinate ad aumentare, che consentono di vedere, grazie a internet, le smart tv, i computer, quel che si vuole quando si vuole. È di pochi giorni fa la notizia che la Disney, il colosso Disney, un colosso vero, non userà più, per i propri contenuti, la piattaforma Netflix, ma se ne farà una per conto proprio, staccandosi dalla condivisione. E, c’è da scommetterci, sarà un’ulteriore rivoluzione. Insomma, il televisore è morto, viva la televisione. Per Nicholas Negroponte, autore di "Being digital", essere digitali, e fondatore del mitico Mit, il Media Laboratory del Massachusetts Institute of Technology, la televisione è sintesi di un’epoca passata nella storia delle comunicazioni; è il mezzo tipico del consumo passivo e massificato, della povertà culturale. Viceversa, la comunicazione digitale mediata dal computer sarebbe portatrice di valori opposti: interattività; possibilità di moltiplicare i messaggi sulla base delle esigenze diverse dei pubblici diversi; potenzialità culturali illimitate, che bella illusione.
Arduo capire, prevedere. Come diceva Bohr, il fisico: "È sempre difficile fare previsioni, specialmente sul futuro". Cambiare, era inevitabile. Certo non sono più i tempi della tv generalista per eccellenza, quelli dei monopoli delle frequenze di Stato, quando i programmi erano davvero condivisi, i sabati sera dell’italiana Rai seguiti anche da 25 milioni di spettatori. Praticamente tutto il bacino di utenza, disperso ora in mille rivoli, tra reti generaliste, tematiche, web tv e piattaforme assortite, confluiva verso un’unica trasmissione. Lo schermo era uno solo, quello del televisore. Uno solo il supporto tecnico. Con il passaggio dall’analogico al digitale, gli schermi si sono moltiplicati. Ora più che mai dovrebbero prevalere i contenuti. Ecco perché Disney si dissocia da Netflix. Preferisce fare per conto suo. E da parte sua Netflix sta intensificando le produzioni proprie: non più soltanto un imponente trasmettitore, ma un "broadcaster" importante. Internet si ciba di televisione, è come una pianta saprofita che vive su di lei. Un travaso produttivo sarà magari lento ma inevitabile: produrre per internet costa meno e il potenziale numero di spettatori sconfinato.
In fondo la televisione è un elettrodomestico, e internet è un ecosistema. Orson Welles che, avendo realizzato "Quarto potere" se ne intendeva, diceva che la tv scorre "come l’acqua in cucina". Figuriamoci le emittenti sulle piattaforme internet. Stanno producendo serie, miniserie, documentari, film, cartoni animati, tv per i ragazzi, tutto quello che può interessare il pubblico, nel frattempo opportunamente globalizzato. Pubblico che d’altronde si sta abituando a pagare i programmi realizzati per la rete: pay internet tv. Mentre gli utenti sono considerati soggetti economici, che credono forse di partecipare più attivamente al mondo, rischiando in realtà lo sfruttamento. Lo schermo che storicamente è stato interpretato come finestra, vetro, specchio, occhio, paratia, cartellone, adesso diventa un passaggio, nella tv di flusso. La metropoli contemporanea, attraversata dai flussi della comunicazione digitale, si è trasformata in uno spazio espanso in cui gli schermi svolgono la funzione di vere e proprie soglie attraverso cui inserire dati personali, commenti, notizie. Gli schermi impazzano: sembra avverarsi la profezia di "Blade Runner", le città trasformate in tante Times Square esacerbate e visivamente violente, dovunque immagini, digitali se non reali, ogni attesa possibile, ogni cammino, saturi di fotogrammi variamente declinati. Il rapporto tra cinema e tv, in tutto questo, resta fondamentale, che si prepari un palinsesto per una rete generalista o tematica. Il palinsesto è una forma di orologio, e l’orologio della tv, dovunque essa si guardi, si sovrappone a quello sociale.
"Video Killed the Radio Star", diceva la canzone dei Buggles, anno 1979. E invece la televisione non ha ucciso le radio star, come non ha ucciso il cinema. E così, a sua volta, nemmeno internet ucciderà la televisione.
27.08.2017


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