Due referendum per fare pressione sullo Stato centale
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Voglia di federalismo
in Lombardia e Veneto
FRANCESCO ANFOSSI DA MILANO


Dunque Lombardia e Veneto potrebbero staccarsi dall’Italia? A leggere il testo del referendum su cui i lombardi e i veneti (in tutto 16 milioni di italiani) sono chiamati a votare il prossimo 22 ottobre sembrerebbe così, o quanto meno potrebbe essere l’inizio di un clamoroso processo di autonomia. In realtà il 23 ottobre non cambierà nulla anche se vincesse il sì. Si tratta infatti di due referendum consultivi, ovvero solo a titolo di "consultazione". Li hanno indetti due presidenti di Regione leghisti, Roberto Maroni per la Lombardia e Luca Zaia per il Veneto, con il sostegno di tutto il Centrodestra, ma anche il voto decisivo del Movimento Cinque Stelle, il partito populista di Beppe Grillo e perfino numerosi sindaci e amministratori locali del Pd, che a livello nazionale è al governo con Paolo Gentiloni e dunque rappresenta il centralismo. Tutti schierati per l’autonomia di queste due regioni. In Italia si vive ormai da decenni in regime di campagna elettorale permanente e tutti i partiti vogliono sfruttare l’effetto referendum in vista delle elezioni nazionali del febbraio 2018.
Certo il quesito lombardo è meno secco di quello veneto. A leggerlo ci vogliono più di 30 secondi e una certa pazienza: "Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?". Ma chi andrà a votare saprà già che deve scrivere "sì" per l’autonomia e "no" perché tutto resti come prima. In realtà queste due Regioni potrebbero già intavolare una trattativa con lo Stato sulla base dell’articolo 116 della Costituzione per ottenere più poteri sulle materie di competenza (sono quelle elencate nell’articolo 117 della Carta italiana: giudici di pace, ambiente, istruzione, finanza pubblica e del sistema tributario ecc.). L’intesa fra Stato Italiano e Regione, se arrivasse, dovrebbe poi essere deve essere ratificata con una legge che ha un iter lungo è appositamente "blindato". Perché nonostante la parola "federalismo", spesso guardando soprattutto alla Confederazione Svizzera, sia stata una parola molto pronunciata e molto in voga nella classe politica del Nord Italia fin dai tempi di Miglio e Bossi, lo Stato non ha mai arretrato di un centimetro.
I governatori di Lombardia e Regione contano sul significato "politico" di una vittoria del sì. In pratica si presenterebbero di fronte al Governo per intavolare una trattativa forti del consenso dei lombardi e dei veneti. Il problema è che l’Italia ha altri 44 milioni di abitanti, non certo felici di veder andar via le due Regioni più forti economicamente, i cui trasferimenti allo Stato sono maggiori delle tasse che ricevono. L’esempio che fanno Maroni e Zaia è quello della Brexit, che sulla carta non è stato vincolante ma di fatto ha portato all’abbandono dell’Unione europea da parte del Regno Unito. Inutile aggiungere che la vittoria del sì sarà determinata dal livello di affluenza alle urne. Probabile che chi si prende la briga di andare al "seggio" voterà per il sì. Ma se a votare ci vanno quattro gatti, non cambierà nulla nemmeno sul piano politico.
17.09.2017


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