Accolto con scettiicismo il bonus bebè da 3'500 franchi
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"È un piccolo aiuto
ma serve ben altro"
PATRIZIA GUENZI


Troppo poco. Un piccolo aiuto ma occorre ben altro. Una presa in giro per le famiglie che davvero faticano ad arrivare a fine mese, visto che a beneficiarne saranno anche coppie con redditi sino ai 140mila franchi. Il bonus bebè - o meglio l’assegno parentale, come è istituzionalmente stato definito, di 3’500 franchi contenuto nel pacchetto fiscale presentato dal governo - piace poco. Accolto con scetticismo il sostegno "una tantum" per ogni neonato. Dagli esperti, come pure dalle mamme e i papà. La misura è giudicata insufficiente dai potenziali beneficiari, giovani famiglie, con o senza figli, che chiedono altro. Chiedono di più allo Stato. "Non è questo che ci serve - dice Vito Robbiani, 45 anni, cineasta, due figli di 4 e 1 anno -. Se lo intendiamo come un incentivo a fare più figli non ci siamo proprio. Servono più strutture per accoglierli questi figli, asili nido e scuole dell’infanzia aperti dalle 8 alle 18, ad esempio. Per permettere alle madri di tornare al lavoro senza fare i salti mortali tra nonne, tate e baby sitter. E su questo fronte in Ticino siamo molto carenti".
Dovrebbero essere circa duemila i beneficiari dell’assegno per un totale di spesa di 6,9 milioni di franchi. Tanti soldi che potrebbero essere meglio impiegati. "Accanto a misure di questo genere serve una politica sociale mirata per sostenere realmente le famiglie", osserva Brenno Martignoni, 55 anni, avvocato, ex sindaco di Bellinzona, papà speciale con i suoi nove figli, l’ultima ha un anno. Senza arrivare al severo giudizio del professor Giuliano Bonoli (vedi intervista nella pagina accanto), che giudica questa misura "una cattiva idea, un modo sbagliato di spendere i soldi", l’opinione generale non ha esultato, né pensato di trovarsi di fronte all’idea del secolo. "Se davvero si vogliono favorire i genitori e incentivare la natalità, anche se spero che nessuno si metta a fare figli per incassare 3’500 franchi, serve uno sguardo più lungo - riprende Robbiani -. Non necessariamente sostegni economici, ma più servizi, che alla fine comunque fanno risparmiare un bel po’ di soldi".  
Insomma, troppo poco il bonus bebè pensato dal governo. Ma, soprattutto, non servirà mai ad incrementare il tasso di fecondità delle donne ticinesi. "Non credo proprio che una misura del genere possa, da sola, orientare una scelta così importante per la vita di una persona", dice Alberto Carta, 34 anni, impiegato, sposato con un’architetto. La coppia non ha ancora figli. "È un piccolo aiuto - riprende -, 3’500 franchi sono comunque un ‘regalo’ apprezzabile, ma occorre ben altro. Con questo non voglio dire che non siano niente, soprattutto per chi si trova in una situazione di bisogno". C’è infatti chi, come Antonio Nene, 40 anni, una moglie e un figlio di due anni, li avrebbe incassati ben volentieri. "Beh sì, avrebbero fatto comodo - ammette l’ex ristoratore, ora impiegato part time -. Soprattutto se non hai un lavoro al cento per cento, se sei precario come me in questo momento. Ma è evidente che non penserei mai di fare un figlio per ricevere il bonus bebè. Sono altre le ragioni".
Ragioni che si scontrano però con la sfida più grande per la maggior parte delle famiglie costrette ad avere due redditi: conciliare professione e compiti legati alla cura dei figli. E l’arrivo del primo bimbo spesso è il momento chiave per capire in che modo riorganizzare la vita della coppia e le rispettive carriere. Una soluzione che necessita di negoziazioni e strategie che vanno costantemente adattate con il passare del tempo. E un versamento una tantum non fa la differenza. "Se vogliamo davvero più bambini - conclude Martignoni - occorre un cambiamento di mentalità: i nostri figli non sono i cittadini di domani, sono già a tutti gli effetti cittadini di oggi".

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24.09.2017


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