La storia: l'esperienza umanitaria di Febe Tognina
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"La vita con i profughi
degli sbarchi in Sicilia"
CLEMENTE MAZZETTA


Voleva andare a Lampedusa. Ma non in vacanza. Febe Tognina, 22 anni, studentessa universitaria, ha lavorato come volontaria in un centro asilanti della Sicilia, a Scicli. Febe è "figlia d’arte". Sua mamma in Ticino ha fondato l’associazione  DaRe che lavora a stretto contatto con i rifugiati.
"Ho passato alcuni mesi nel 2015 nella ‘Casa delle culture’ gestito dalla Chiesa valdese, un centro specifico per minori", dice. Scicli è una cittadina siciliana all’incrocio di tre valli, nel comprensorio dei monti Iblei, seminascosta dal mare, che guarda verso l’Africa. Ha una storia antichissima. Ha subito, a più ondate, dominazioni arabe, spagnole, normanne. Un ibrido culturale, sociale, umano, architettonico. È a pochi chilometri dal meraviglioso castello di Donnafugata in stile gotico-veneziano, circondato dal verde delle colline e da mandrie di mucche.  
"Eravamo ospitati in un edificio a più piani e ci occupavamo di minori, con l’obiettivo di cercare qualche aggancio per una ricongiunzione familiare in qualche Paese d’Europa. In alcuni casi ha funzionato. Abbiamo potuto collocare un ragazzo in Svizzera, dai suoi parenti. Avevo a che fare con giovani di ogni età. Il più piccolo, un ragazzino siriano avrà avuto 10 anni, quello più grande ne compiva 18 quando me ne sono andata. Tutta gente che scappava dalle guerre. Che era approdata in Sicilia dopo un viaggio inenarrabile dalla Somalia, dall’Etiopia, dal Gambia...".
A Scicli, ora ‘terra immaginaria’ del commissario Montalbano, dove il poliziotto televisivo dei romanzi di Andrea Camilleri scopre delitti e svela segreti, Febe ha incontrato giovani in cerca di un futuro. La ‘Casa delle Culture’ è una struttura che fa parte di "Mediterraneo Hope", una delle tante iniziative di una società che non ha dimenticato l’accoglienza. Un "approdo umanitario" che cerca di salvare un minimo di dignità ad un’Europa disattenta ed egoista che sta alzando muri e bloccando porti, che ripete "la barca è piena", parole di un tempo che si pensava dimenticato. Oggi quella casa è diventata anche uno spot televisivo della Chiesa valdese per raccogliere fondi. Perché ci sono luoghi che assomigliano ad un approdo, anche se non si affacciano direttamente sul mare. Sono posti da scoprire, al cui interno si sviluppano e incrociano le storie delle persone. Come quella di Febe e quella della trentina di ragazzi che ha conosciuto. "Prima dell’esperienza di Scicli ho passato cinque mesi al centro per richiedenti l’asilo nel Giura a Belfond una struttura pubblica, molto ben organizzata anche se in un luogo un po’ sperduto, in una valle svizzera vicina alla Francia. C’erano eritrei, somali. Un po’ di tutto. Rispetto a Scicli si faceva più fatica ad avere relazioni con la società circostante. Nella casa siciliana valdese dove tutto era più aperto, abbiamo organizzato incontri con le scuole. A Belfond quando andavamo al centro vicino di La Chaux-de-Fonds, ci guardavano con sospetto. Quando ci muovevamo per andare in qualche centro commerciale, ci sentivamo quasi degli osservati speciali". Non che a Scicli fosse tutto rose e fiori. L’insediamento della struttura in Sicilia non è stato facile. L’inaugurazione nel 2014 è stata organizzata tenendo un profilo molto basso, senza i rappresentanti delle istituzioni. Poi con il tempo è diventata un luogo di tutti gli sciclitani.
"A Belfond ero responsabile delle attività di animazione, dovevo organizzare i giochi, riempire il tempo libero - continua Febe -. Avevamo a che fare con persone fra i 20 e i 30 anni. Ma c’era pure qualche famiglia. Organizzavamo anche lezioni di lingua. E poteva capitare di trovare persone che sapevano benissimo l’inglese o che parlavano un po’ di tedesco, altre che conoscevano il  francese anche meglio di me. Altre infine che biascicavano poche parole". Dire cosa resta di quell’esperienza, oggi quando l’Europa politica cerca di limitare i flussi, sigla accordi con i paesi Nordafricani, con la Turchia per bloccare le migrazioni sul confine, non è facile. "La mia esperienza risale a due anni fa, quando non c’era stata ancora la grande ondata migratoria, soprattutto in Italia. Oggi la situazione è diversa. Anche nel Giura hanno chiuso l’auletta delle lezioni di francese per accogliere più persone. Che dire? Credo che i pregiudizi verso gli immigrati e la disponibilità all’accoglienza convivano un po’ ovunque. Penso che i Paesi che dovrebbero accogliere facciano fatica ad adattarsi al fenomeno, lo subiscono, reagiscono in ritardo", conclude Febe, la ragazza che avrebbe voluto andare a Lampedusa. "Dove effettivamente sono sbarcata con un gruppo di Amnesty international, per approfondire il tema, per discutere, per parlare. Arrivando fino al cancello del centro, dove non ci è stato possibile entrare". E da dove i migranti vorrebbero scappare verso un altro destino.
24.09.2017


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