Un marchio "fatto in casa" per tutelare le panetterie
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Il lunghino non è fresco
quando arriva dall'Est
PATRIZIA GUENZI


La casalinga che tutti i giorni entra nella sua panetteria di fiducia per comperare quattro michette, un lunghino e una pagnotta per la sua famiglia è convinta che valga la pena spendere qualcosa in più pur di mangiare un prodotto locale. Non sa che, forse, si sta portando a casa del banale pane industriale. Potrebbe pagarlo meno andando al supermercato e sarebbe la stessa cosa. Le panetterie possono infatti vendere anche pane industriale senza informare il consumatore. Questi può chiedere, certo, ma non avrà mai la sicurezza che la risposta del commerciante corrisponda a verità. La legge, infatti, non impedisce ad una panetteria di mettere sul bancone, ad esempio, brioche al cioccolato surgelate o panini al burro, magari importati dai Paesi dell’Est. Anche se i diretti interessati non ci stanno a passare per imbroglioni (vedi sotto). Per porre fine a questa mancanza di chiarezza, Adèle Thorens, consigliere nazionale verde vodese, ha depositato un’interpellanza per chiedere un label (un marchio) "fatto in casa", come quello appena nato in Romandia per i ristoranti. La situazione odierna è intollerabile, ha detto l’ecologista vodese alla stampa. Si tratta di una forma di usurpazione se il consumatore compera dei prodotti industriali a propria insaputa. Di fatto, viene preso in giro. Mentre ogni cinque giorni in Svizzera una panetteria chiude.
"Abbiamo tutto l’interesse a difendere la nostra credibilità, la qualità dei nostri prodotti, ci mancherebbe", premette Massimo Turuani, presidente dell’Associazione panettieri e pasticceri del cantone. Tuttavia, il discorso è più complesso. "Penso però che con un marchio non risolveremmo granché la faccenda - riprende -. Serve una legge federale chiara, che non si presti a varie interpretazioni". Una legge che permetta al consumatore di essere sicuro di comperare davvero pane fresco e appena sfornato. "A parte il fatto che l’odore è inconfondibile - sottolinea Turuani -, non ci si può sbagliare, ma una sicurezza in più il consumatore ce l’ha affidandosi ad una panetteria con un proprio laboratorio. In questo caso può star certo di ciò che compra. Il problema, semmai è un altro. Quello dei tanti negozi o stazioni di benzina che espongono il cartello ‘pane fresco’ del tutto impropriamente. Di fresco, statene certi, proprio non c’è nulla. Da anni mi batto contro questa cattiva abitudine. Ho interpellato pure il laboratorio cantonale. Ma non c’è nulla da fare. Ripeto, a livello federale non c’è chiarezza".
Una chiarezza che, però, il consumatore merita. Senza essere obbligato a infilarsi dietro le quinte di una panetteria per controllare. Deve avere piena fiducia in ciò che acquista. Altrimenti, tanto vale rifornirsi in un qualsiasi altro punto vendita. E chissà che non ci sia anche una certa mancanza di fiducia della clientela all’origine delle molte panetterie che chiudono i battenti. Una realtà per cui la Thorens invita le autorità federali a fare qualcosa in difesa degli artigiani seri e professionali. Non si tratta solo di una questione economica, ma di difendere una professione. Che andrebbe sostenuta, ad esempio, facilitando l’accesso in centro città o finanziando l’apertura di un nuovo negozio.
Si spiegano dunque molto bene le 130mila tonnellate di prodotti di panetteria importate l’anno scorso in Svizzera, stando alle cifre dell’amministrazione federale delle dogane. Soprattutto provenienti dall’Est. Quantità importanti, anche se va detto che non permettono di avere un’idea precisa della situazione visto che comprendono, ad esempio, il pane sotto vuoto venduto nei supermercati e correttamente etichettato, quello sì, come industriale. Infine, c’è una questione strettamente economica: farina e burro svizzeri sono molto cari, le importazioni vengono pesantemente tassate, da qui la fatica di tanti artigiani a mantenere dei prezzi di vendita concorrenziali.  p.g.
22.10.2017


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