"Turisti" per aggirare le leggi su famiglia, cure e adozioni
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cercando i diritti
MAURO SPIGNESI


Si va a New York e Parigi per le nozze gay partendo dai Paesi dove queste unioni non sono permesse. Poi si vola in California e Canada per la maternità surrogata, per avere un utero in affitto e rientrare con un bambino, anche dove le norme non lo consentono. Oppure si arriva sino alla Spagna per la fecondazione in vitro, visto che in molte realtà europee le liste d’attesa sono lunghissime. Si viene infine in Svizzera, e sono centinaia ogni anno, per "staccare la spina", per morire di suicidio assistito. Basta dunque un passaporto e un biglietto aereo per aggirare gli ostacoli di legge, per ottenere qualcosa che nel proprio Paese, dove si è nati e dove si vive, non è possibile.
"È il frutto della globalizzazione, è il turismo dei diritti che si è affacciato negli ultimi dieci anni e coinvolge diverse fasce della popolazione non soltanto in Europa", spiega Luca Bertossa, sociologo e direttore scientifico delle inchieste federali, "ch-x", quelle che indagano e scattano istantanee sociali sul mondo dei giovani. "Questo fenomeno - aggiunge Bertossa - non consente tuttavia a tutti di trasformarsi in migranti dei diritti per sfuggire a leggi che si ritengono ingiuste. Perché pone due condizioni. La prima è avere appunto un passaporto e questo nel mondo non tutti ce l’hanno. E la seconda condizione sono i soldi. Per andare in un Paese lontano a sposarsi, ad avere un figlio, a curarsi, bisogna aver messo un po’ di denari da parte o bisogna semplicemente averli. E la classe media, soprattutto oggi che si esce da una crisi profonda, non sempre ha i mezzi finanziari".
Insomma il turismo dei diritti è per chi un diritto, quello di avere un documento personale che apre le frontiere lo ha già, e per chi ha reddito e dunque un salario. L’esempio più vicino a noi è quello del suicidio assistito, raccontato anche attraverso casi come quello del giovane dj italiano in stato "vegetativo". Servono circa 10mila franchi per morire in uno dei centri di Dignitas, a questi bisogna aggiungere le fatture per portare indietro la salma o le ceneri.
Uno dei viaggi alla ricerca dei diritti è quello che sta coinvolgendo sempre più gay. Non sempre sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso in molti Paesi. In Svizzera, ad esempio, da oltre dieci anni sono consentite le unioni domestiche registrate, grazie e una legge approvata nel giugno 2005 in votazione popolare, con il 58% di sì. Ma molti vorrebbero che queste unioni sul piano dei diritti civili avessero più forza, come avviene per il matrimonio tra persone etero. Tanto è vero che a giugno l’ex presidente dei Verdi liberali Martin Bäumle, aveva presentato anche a nome del suo partito l’iniziativa parlamentare "matrimonio civile per tutti" per andare oltre le unioni civili. "In questi casi - aggiunge ancora il sociologo Luca Bertosasa - interviene un ulteriore elemento di spinta: la volontà. Chi vuole aggirare una norma attraverso il turismo dei diritti deve cioè avere una forte motivazione, un forte desiderio che deriva anche dal fatto di sapere (e in questo ha una importanza rilevante la comunicazione dell’era della globalizzazione) che esiste una certa possibilità, come aver un figlio con un utero in affitto o potersi sposare se si è una coppia omosessuale. Questo anche di fronte a una secolarizzazione che in molte realtà è non soltanto presente ma è radicata nella società e ne condizione l’ordinamento legale". Ma il turismo dei diritti è anche quello che consente di volare in centri specializzati molto avanzati rispetto a quelli vicino a casa propria per curarsi da malattie rare o da tumori o altre patologie. O per sottoporsi a cure sperimentali, quando su queste si possono riporre le ultime speranze.

m.sp.
29.10.2017


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