Da Westminster a Hollywood si denunciano molestie
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Crolla il muro di gomma
degli abusi sessuali
ELISABETTA MORO


Tolleranza zero verso ogni forma di abuso di potere. Da Westminster a Hollywood. Sembra proprio che qualcosa stia cambiando nelle istituzioni, come nella vita privata. Il muro di gomma che ha troppo spesso consentito ai potenti di sfruttare la loro posizione per costringere altri a cedere alle loro profferte sessuali e non solo, sta cedendo.
Mercoledì il ministro della difesa britannico Sir Michael Fallon ha dato le dimissioni, dopo che la giornalista Julia Hartley-Brewer lo ha accusato di averle fatto proposte sgradite mettendole una mano sul ginocchio quindici anni fa. All’epoca lei lo aveva minacciato di dargli un cazzotto e tutto era finito lì. Ma i tabloid hanno rispolverato l’episodio in seguito ad uno scandalo sulle molestie in parlamento. Così quel gesto, all’epoca perdonato, oggi è stato ritenuto intollerabile da molti, compreso il suo autore, che nella lettera di dimissioni ha ammesso di avere tenuto atteggiamenti indegni di un rappresentante delle forze armate. Ma un altro caso scabroso bussa alla porta di Theresa May. Il suo segretario di Stato, Damien Green, è accusato di molestie sessuali da Kate Maltby, un’accademica che collabora con il partito conservatore. Così da più parti s’invoca un codice etico che metta nero su bianco il corretto comportamento da tenere con collaboratori, segretarie, colleghi. Sembra ovvio, ma evidentemente tanto ovvio non è. Visto che due ministre svedesi, la responsabile agli esteri Margot Wallström e la titolare alle Pari opportunità Asa Régener, hanno rivelato di essere state molestate durante i summit europei.
Le due politiche scandinave hanno scoperchiato il vaso di Pandora del sessismo che si annida nelle istituzioni comunitarie, approfittando dell’ondata d’indignazione mediatica suscitata dal caso del produttore cinematografico americano Harvey Weinstein. Sulla stessa scia, l’attore Anthony Rapp ha messo in piazza le avance subite all’età di quattordici anni da Kevin Spacey, due volte premio Oscar, al quale è stato immediatamente revocato l’Emmy Award che avrebbe dovuto ritirare il 20 novembre a New York per il suo contributo alla Tv di qualità. E Netflix ha sospeso le riprese della fortunatissima serie House of Cards nella quale l’attore impersona Frank Underwood. Machiavellico e spietato. Senza scrupoli, né sensi di colpa. Nella vita reale però Spacey ha chiesto scusa alla sua vittima e ha colto l’occasione per fare outing e ammettere la sua inclinazione omosessuale. Attirandosi peraltro le critiche di chi crede si tratti di un escamotage per spostare l’attenzione su di sé. A dargli una mano ci ha pensato il fratello maggiore Randall, che ha raccontato ai media delle violenze sessuali cui, in tenera età, lui e suo fratello Kevin sono stati sottoposti dal padre.
Insomma il mondo luccicante del cinema sta tirando fuori gli scheletri dall’armadio. Ma il guardaroba di Weinstein sembra il più capiente di tutti. Rose McGowan, Ashley Judd, Asia Argento hanno vuotato il sacco del loro scontento. E quello di decine di altre donne che hanno avuto a che fare con questo sessantacinquenne, produttore di film di successo, come Pulp Fiction, Sesso bugie e videotape, Gangs of New York e Malena, girato da Giuseppe Tornatore. Talentuoso negli affari quanto poco raccomandabile nel privato. Con il vizio di invitare le attrici nella sua camera d’albergo. Probabilmente per esigere quel famigerato obolo che consiste in un passaggio sul casting couch, cioè il sofà dove si decide il cast dei film. Come ha ricordato in questi giorni Natalia Aspesi, leggendaria columnist di Repubblica, si tratta di un vizietto vecchio come il cucco. Tanto che Sofia Loren decise di sposarsi, col produttore Carlo Ponti, anche per mettere fine alle pretese di quel mondo maschilista. A sessanta anni di distanza c’è ancora molto da fare. Paure e opportunismi prevalgono. Mentre sui ritardi delle denunce i ben informati sostengono che fino a quando la Miramax dei fratelli Weinstein era al top e la carriera di dive e divi dipendeva dai capricci di Harvey, era difficile sia neutralizzarlo che denunciarlo. Anche se non impossibile. Ma ora, che non è più così potente, tutto quel che ha fatto gli si sta ritorcendo contro.
In fondo la miserabile parabola di Hw dovrebbe insegnarci almeno due cose. Che è venuto il momento di concepire tutte le relazioni sessuali come rapporti tra pari. E che le vittime dovrebbero denunciare subito i loro aggressori. Perché solo così si potrà porre fine a una violenza che ferisce il corpo e annienta l’anima.
05.11.2017


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