Nel dibattito sulle carceri, interviene lo psichiatra Ferroni
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"Umanizzare" la pena
per evitare i suicidi
NICOLA FERRONI, PSICHIATRA


In America hanno privatizzato anche le carceri. Seppure tra mille dubbi, che resistono, polemiche, violenze e denunce. E quella degli istituti di pena in mano a società quotate in Borsa (vedi articolo nella pagina a fianco) è diventato un grande business. Da noi i tentativi di privatizzazione sono rimasti nei dibattiti, tra chi voleva affidare a società non statali servizi come il trasferimento dei detenuti per lasciare il personale statale, che aumenterà di tredici unità, ai suoi compiti originali. Che sono tanti e delicati. Non per nulla si è parlato del ruolo, delicato, degli agenti di custodia dopo la morte alla fine di ottobre di un detenuto di 67 anni in attesa di giudizio nella sua cella alla Farera. Proprio su questo e sulla detenzione per chi attende un processo o che l’inchiesta che lo riguarda finisca, il Caffè ha ospitato un dibattito. Un dibattito iniziato con una provocazione dell’avvocato Tuto Rossi: chi è in attesa di giudizio vive come chi è in isolamento. L’ultimo intervento è stato quello dell’ex procuratore generale Bruno Balestra.
"L’essere umano - ha scritto - ha bisogno di relazione, di ascolto e di solidarietà. E ne ha tanto più necessità in momenti di crisi, che possono coincidere con la vergogna e la separazione dell’incarcerazione". Balestra ha parlato di "giustizia riparativa" intesa come "riparazione delle relazioni" nella società. In questa ultima puntata interviene lo psichiatra Nicola Ferroni.

r.c.

Togliersi la vita in carcere. Morire in e di carcere. Considerando il tasso di suicidi nella popolazione svizzera, vi é un aumento di 7 volte all’interno delle mura di un penitenziario mentre i tentativi di suicidio e l’automutilazione fino a 30 volte superiore ma annualmente molto variabile. Un dato che ritroviamo esponenziale in tutta l’Europa. Un dato che era di 20 volte superiore anche negli Stati Uniti fino ad una trentina di anni fa, prima che il Governo americano decise di organizzare un Ufficio alla prevenzione dei suicidi in carcere mettendo a disposizione un’èquipe che aveva il compito di formare il personale penitenziario. Ciò ha permesso una diminuzione dei suicidi di oltre il 50 per cento. Ma la problematica è complessa e l’ipotesi dello psichiatra Penrose rimane valevole: vi è un rapporto inversamente proporzionale tra il numero di letti psichiatrici e tasso di incarcerazione.
Ma come leggere questi dati dal profilo medico e perché i detenuti più di altri giungono ad una scelta così radicale di togliersi la vita? Dobbiamo partire dal vissuto di chi, improvvisamente, si vede aprire uno dopo l’altro i cancelli di un penitenziario che scandiscono rumorosamente la vita prima e quella che sta per iniziare dal momento in cui il detenuto raggiunge la propria cella; ed è il momento del trauma.
In un breve frangente tutto vacilla. Subito la consapevolezza di aver perso alcune delle libertà più importanti per la vita di un essere umano: quella di muoversi, di comunicare, di gestire la propria quotidianità. Improvvisamente si è soli. La solitudine, l’essere segregati, la perdita di autonomia, il doversi adattare a spazi ridotti, il senso di impotenza, possono indurre un detenuto a scegliere di togliersi la vita. Come detto rimane comunque una scelta: la prevenzione trova i suoi limiti quanto incontra il libero arbitrio.
‘Un atto di eliminazione di se stesso - l’Oms nel 1998 definisce così il suicidio- deliberatamente iniziato ed eseguito dalla persona interessata, nella piena consapevolezza o aspettativa di un risultato fatale’. Quindi il togliersi la vita é una soluzione estrema a un dolore intollerabile. Non che in carcere il dolore sia quantificabile diversamente, ma in carcere il senso di smarrimento e di drammatica impotenza decisionale e l’isolamento, il distacco improvviso da ciò che ‘si era prima’, possono aumentare il rischio di suicidio. E ne siamo consapevoli. Lo spazio ed il tempo cambiano, la distanza dal ‘fuori’ improvvisamente diventa immensa e tutto ciò che appartiene al periodo precedente alla carcerazione sembra inesorabilmente lontano.
L’entrata in carcere, ripeto, è traumatica. Per questo i primi giorni, le prime settimane, i primi mesi di reclusione, presentano un tasso di suicidi più importante. Sono i primi momenti in cui vi deve essere attenzione e prevenzione maggiore.
Siamo coscienti che vi è priorità di una umanizzazione della pena. Le persone che si occupano dei detenuti, gli operatori che si prendono cura quotidianamente di loro, sanno quanto sia importante la relazione, la comunicazione. Nei nostri penitenziari si cerca di coinvolgere attivamente il detenuto, consapevoli di quanto necessaria sia la sua risocializzazione. Un modo questo, forse l’unico, per restituire a chi è privato della propria libertà, fiducia nel futuro e la resilienza nella disperazione.

6 - fine
03.12.2017


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