Il fenomeno delle prigioni quotate in Borsa in Usa
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Quando il carcere
è un affare privato
MARTA VALIER DA LOS ANGELES


Il giorno dopo l’elezione di Donald Trump il settore delle prigioni private era in festa. Finalmente, dopo un’estate trascorsa a registrare segnali allarmanti per la propria sopravvivenza, il 9 novembre del 2016, le maggiori aziende statunitensi nell’industria della detenzione, come la CoreCivic, ex Corrections Corporation of America (Cca), e il Geo Group vedevano il prezzo delle loro azioni schizzare rispettivamente del 43 e 21 per cento. E pensare che solo qualche mese prima l’amministrazione di Barack Obama aveva compiuto i primi passi verso il loro smantellamento. A distanza di un anno, da quando il settore ha rischiato di vedere evaporare gran parte dei propri profitti, i manager di queste aziende hanno ripreso a firmare nuovi contratti col governo. Contratti che spesso non includono grossi incentivi ad offrire servizi di qualità.

Ascesa e scansato pericolo di estinzione delle prigioni private statunitensi
Il boom di queste aziende era avvenuto a partire dagli anni Ottanta, quando il Anti-Drug Abuse Act firmato dall’allora presidente Ronald Reagan aveva fatto fare un passo avanti alla cosiddetta guerra alla droga, instaurando pene molto severe per crimini non violenti. Il fenomeno dell’incarcerazione di massa statunitense ha raggiunto dimensione tali che, nel 2013, un quarto della popolazione carceraria mondiale era "Made in Usa". Di questa, il 15 per cento era detenuta in strutture private. L’esplosione della popolazione carceraria ha nutrito per decenni il business delle prigioni private tanto che nel 2014, mettendo insieme le due più grandi aziende del settore, Cca e Geo, si arrivava a un fatturato di più di tre miliardi di dollari, il doppio rispetto al 2006.
Proprio nel 2014 però, grazie a politiche contro il costo crescente dello stato carcerario e il sovraffolamento penitenziario, il numero dei detenuti era cominciato a scendere. Poco dopo, ad agosto del 2016, in seguito a un report del dipartimento della Giustizia che denunciava problemi di sicurezza nelle prigioni private e una generale peggiore qualità delle condizioni di vita dei detenuti rispetto alle prigioni pubbliche, l’allora ministro della Giustizia, Sally Yates, aveva annunciato lo smantellamento del settore chiedendo di sospendere il rinnovo dei contratti. L’annuncio aveva fatto piombare le azione del settore, che scesero ulteriormente quando, durante un dibattito presidenziale, anche la candidata Hillary Clinton s’era mostrata contraria alle prigioni private. I giochi sembravano fatti.
"Inaspettatamente però ha vinto Trump e ha capovolto tutto, o meglio, è continuato tutto come prima", spiega a Il Caffè Alexander Volokh, professore di giurisprudenza alla Emory University. Subito dopo le elezioni presidenziali infatti, il nuovo ministro della Giustizia, Jeff Session, ha annullato le linee guida del suo precedessore. Secondo Usa Today, la Cca e la Geo hanno ringraziato con un versamento di 250mila dollari ciascuna al comitato inaugurale di Trump.

Il presidente Trump e il mercato della detenzione dei migranti
Appena eletto, Trump ha accelerato il processo di espulsione dei migranti irregolari, dando una spinta all’operazione avviata da Barack Obama che, tra il 2009 al 2016, aveva portato all’espulsione dagli Stati Uniti di più di tre milioni di persone. Già prima di Trump, il settore privato era proprietario di nove dei dieci più grandi centri di detenzione per migranti e aveva in gestione il sessantacinque per cento dei migranti detenuti. Durante l’ultimo anno della presidenza Obama, il dipartimento di Homeland Security aveva detenuto più di 352mila migranti, con una media di circa 31mila al giorno. Per farsi un’idea del business, nel 2014, il governo statunitense ha speso più di due miliardi di dollari per mantenere in funzione i centri di detenzione. Trump quindi ha solo dato una spinta a una politica già avviata dall’amministrazione precedente. Una spinta piuttosto forte, che ha ampliato le categorie dei migranti irregolari passibili di arresto e ordinato la loro detenzione. Una spinta che si è subito tradotta, lo scorso aprile, in un nuovo contratto con la Geo per la costruzione in Texas di una nuova struttura con mille letti, un progetto che, secondo le stime della stessa Geo, genererà quarantaquattro milioni di dollari l’anno, e col rinnovo di un contratto per un centro di detenzione a Big Springs, in Texas, dove in dieci anni la Geo (che secondo un articolo del Washington Post ha tenuto per la prima volta la sua conferenza annuale al golf resort di Trump, il Trump National Doral a Miami) prevede di incassare 664 milioni di dollari.

In molti centri il personale è sottopagato e al centro di casi di violenza sessuale
La critica maggiore che viene fatta alle prigioni private è quella secondo cui l’incentivo maggiore è quello di tagliare i costi piuttosto che investire sulla qualitá dei servizi offerti. Diversi articoli hanno descritto lo stato di abbandono in cui vivono i detenuti delle prigioni private dando una scossa all’opinione pubblica. Il giornalista Shane Bauer si è fatto assumere come guardia carceraria di una prigione privata nello Stato della Louisiana senza rivelare la propria identità. Lì ha lavorato per quattro mesi, assistendo a risse, violenze e facendosi testimone della scarsissima formazione del personale, sottopagato e quasi mai chiamato a rispondere dei propri atti. Il suo articolo e il suo racconto sono usciti poco dopo il resoconto di Seth Freed Wessler pubblicato col cupo titolo "Quest’uomo quasi certamente morirà" in cui Wessler indaga sulla morte di diversi detenuti in un centro di detenzione privato a Big Spring, in Texas. In un editoriale di inizio anno, inoltre, il New York Times ha paragonato l’industria delle prigioni a un parassita che per anni si è nutrito dell’incarcerazione di massa, e gli attivisti dei diritti umani non smettono di protestare. "Le prigioni pubbliche non sono molto meglio di quelle private", ha detto per telefono a Il Caffè Alex Friedman, giornalista di Prison Legal News diventato attivista per i diritti dei detenuti dopo aver trascorso dieci anni in carcere, sei dei quali in una prigione private nello stato del Tennessee. "Ma nelle strutture private c’è una corsa disperata al taglio dei costi. C’è meno personale ed è pagato meno".
Nel corso degli anni sono stati effettuati diversi studi. Quasi sempre la conclusione è che, per quanto riguarda i costi, il settore privato è più competitivo. Ma sulla qualitá non c’è accordo unanime. "Per quel che ne sappiamo, non possiamo dire che siamo di fronte a una crisi umanitaria nelle prigioni private", ha detto Volokh. " Le condizioni nelle prigioni private non sono buone, ma non lo sono nemmeno in quelle pubbliche". A suo parere si dovrebbe cominciare a scrivere contratti migliori, con precisi incentivi a migliorare la qualitá di vita nelle prigioni. "Purtroppo non ne siamo ancora stati capaci".
Anche Oliver Hart, premio Nobel e professore di economia all’università di Harvard, pone l’attenzione sul tipo di contratto. "Se non è scritto bene l’azienda privata, soprattutto se si tratta di un’azienda il cui scopo è il profitto, potrebbe non comportarsi nell’interesse pubblico", ha detto Hart in una email. "Ma a quel punto è troppo tardi".
Per altri invece non esiste un buon contratto, le prigioni private non devono esistere. "Sia la Cca che la Geo hanno un pessimo record, basano i propri profitti sulle sofferenze altrui, non c’è spazio per questo tipo di aziende", ha detto a Il Caffè il direttore dell’organizzazione Grassroots Leadership Bob Libal che si batte per l’abolizione delle prigioni private.
Sia la Geo che la Cca sono state contattate ma non hanno risposto alla nostra richiesta di un’intervista.
Qualche giorno fa, il 9 novembre, Grassroots Leadership ha ricevuto una lettera dal centro di detenzione per migranti T. Don Hutto a Taylor, in Texas. Una detenuta, Laura Monterrosa, ha scritto per denunciare un abuso sessuale subito da parte di due guardie. Il centro di detenzione in questione, che porta il nome del fondatore della Cca, è già stato al centro di scandali negli anni scorsi quando alcune guardie sono state accusate, e giudicate colpevoli, di violenza sessuale. Secondo l’organizzazione Grassroots Leadership, tra il 2010 e il 2016, il dipartimento di Homeland Security, l’agenzia che gestisce i centri di detenzione per migranti, ha indagato meno dell’un per cento delle 30mila denunce di abusi fisici e sessuali. Ora spetta allo sceriffo della contea di Williamson, Robert Chody, decidere se indagare sul caso di Monterrosa.
03.12.2017


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