Al cinema l'ultimo capitolo di Bussenghi-Bernasconi
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Il gioco di specchi
nell'atipico Frontaliers
PAOLO TAGGI, AUTORE TELEVISIVO


In ogni sala cinematografica va in scena prima di tutto un gioco di specchi. Da una parte gli eroi proiettati sullo schermo. Dall’altra, centinaia di persone reali che guardano, ognuna con la propria storia. Chissà quante di quelle persone reali si proietteranno idealmente sullo schermo, guardando Frontaliers.
Un atipico, originale film per famiglie. Un film per i giorni di festa. Ma anche un esempio di quella Geostoria che fa delle vicende di un microcosmo un racconto universale. Ho scelto di vederlo senza leggere la trama, neppure un accenno. Per questo non la rivelerò.
Ho cercato di scoprirla passo passo e ho giocato ad immaginare per quali fili del destino i due protagonisti - le cui vite per i primi minuti scorrono parallele - si sarebbero incontrati.
Uno di loro è un frontaliere. L’altro una inflessibile guardia di confine. Interpretare un particolare gioco delle parti che va avanti da quindici anni è il legame sottile che li unisce.
Li unisce (e divide) la consapevolezza reciproca di essere, in fondo, l’uno lo specchio dell’insufficienza dell’altro. È inevitabile che le circostanze li portino a provare diversi gradi di complicità: a cominciare dall’invenzione di una vita immaginata dopo l’ennesima sconfitta individuale.
Entrambi sono frontaliers dell’esistenza (ecco l’universalità del film). Passano e ripassano la linea di demarcazione tra la loro vita come è, quella che vorrebbero avere e quella che sarebbe giusto che fosse.
L’esperienza artistica dei Frontaliers, nata su Rete Tre e poi finita sul web è basata sul respiro breve. Alberto Meroni l’ha inserita in un progetto più ambizioso, che si intuisce nell’inizio, folgorante sul piano dello stile, nella sequenza sulla ricerca di un nuovo lavoro del doganiere licenziato, nella fotografia di qualità pubblicitaria, molto superiore alla media dei film commerciali italiani; nel montaggio lineare e stringente.  Quello che manca è quell’energia sottile che transita - nei film migliori - tra una scena e l’altra, tra i personaggi e il mondo che abitano (anche oltre l’inquadratura).
Un punto di arrivo prossimo, forse. Intanto, Frontaliers è comunque capace ad unire tanti pubblici, con diversi livelli di lettura. Utilizza una ricca tavolozza emotiva, sotto la mezza maschera (alla Capitan Fracassa) da commedia brillante.
Frontaliers è un film di caratteri. I caratteri non puntano alla complessità, ma alla riconoscibilità immediata. I caratteri sfuggono alle sfumature e cercano linee narrative nette, situazioni chiare, colpi di scena che - retrospettivamente - lo spettatore si accorge di avere immaginato da sempre.
I caratteri non compiono viaggi di formazione, ma vanno incontro a una serie di accadimenti creati da altri per valorizzarne i loro punti deboli. Attraverso i quali lo spettatore si sente migliore di loro.
I personaggi di Frontaliers sono dei vincitori differiti nel tempo. Se li chiama il superiore si illudono che sia per issarli al settimo cielo, invece è soltanto per relegarli in un sotterraneo buio. Se il loro sesto o settimo senso gli fanno balenare un’idea, sarà sempre sbagliata. I caratteri di Frontaliers suscitano la tenerezza dei peluche. La pellicola esteriore del divertissement avvolge o nasconde una falda sotterranea di malinconia.
Gli sceneggiatori ne decidono il destino e alla fine li salvano dalle tempeste perfette in cui li fanno precipitare. Almeno nei film di Natale. Magari dopo averli trascinati nel vortice degli stereotipi di genere, con il pretesto della parodia, citando armosfere alla Camera café; costringendoli ad inseguimenti alla Cobra 11 (ma senza decine di auto in fiamme) con la rossa Panda Badmobile, e portandoli in scenari da Playstation o in duelli finali che si risolvono in balletto.
I protagonisti di Frontaliers non hanno (quasi) amici. Nè lo diventano mai tra loro. Non esplicitamente.
Ognuno serve all’altro per confermargli che non è solo un’illusione che appena più in là, oltre i confini reali o immaginari, c’è una piccola valle dell’Eden. Non è mai troppo tardi per inventarsi una non-vita migliore.
10.12.2017


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