Fotoreportage da un atollo sperduto nel Pacifico
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Un'isola nell'Oceano
dove è sempre Natale
GIORGIO KELLER


Esistono luoghi sperduti nel mondo di cui pochi sanno dell’esistenza, magari solo il nome. Eccone uno: l’Isola di Natale. Ma scommettiamo che, se avete già sentito parlare di Christmas Island, faticate a indicare dove si trova.
Andiamo con ordine. Christmas Island non è da confondere con le Christmas Islands Kiribati, che si trovano nell’Oceano Pacifico. L’Isola di Natale "ufficiale" è un territorio appartenente all’Australia situato nell’Oceano Indiano, 400 chilometri sotto l’Indonesia ma ad oltre duemila da Perth. Geologicamente è la cima di una montagna sommersa, frutto del lavoro - durato decine di milioni di anni - di un vulcano sottomarino profondo 4mila metri. L’isola, circondata da una barriera corallina, è una meta turistica apprezzata di questa zona dell’Oceania. Dalle spiagge da cartolina alle immersioni in un mare limpidissimo, dalle osservazioni ornitologiche alle escursioni lungo sentieri nel bel mezzo della giungla. E mondialmente unico, una volta all’anno tra novembre e dicembre all’inizio della stagione delle piogge, ritroviamo il fenomeno della migrazione di milioni di granchi rossi che si spostano al mare a deporre le uova, fenomeno che ha reso popolare Christmas più di ogni altra cosa.

Duemila abitanti, Molti cinesi, ma chi conta sono gli inglesi
Sull’isola vivono circa duemila persone. Questa terra fu avvistata e documentata per la prima volta un giorno di Natale, il 25 dicembre del 1643, dal capitano inglese William Mynors a bordo della nave Royal Mary. Il primo approdo documentato risale al 1688, quello dell’equipaggio del vascello Cygnet, alla ricerca di acqua e legname. Sul finire di quel secolo si cominciò a istallare una sorta di porto per i rifornimenti delle imbarcazioni dirette alle vicine Isole Cocos Keeling e che fu utilizzato per oltre 150 anni con quell’unica funzione. Bisogna giungere all’Ottocento per incontrare le prime esplorazioni dell’isola. In una di queste furono scoperte importanti risorse di fosfato che immediatamente richiamarono l’attenzione delle grandi compagnie commerciali, le quali convinsero la Gran Bretagna a rivendicarne il possesso. Qui iniziò l’arrivo della popolazione, prevalentemente dalla Cina e dalla Malesia. Oggi, meno del 20% degli abitanti è di origine anglosassone, che comunque controllano l’isola dal punto di vista amministrativo.

l’Occupazione giapponese e l’arrivo dei profughi
Nel 1942 Christmas Island venne occupata, oggetto delle mire espansionistiche del Giappone soprattutto per le sue risorse naturali, per tornare più tardi nelle mani di Singapore, Inghilterra e infine, nel 1958, all’Australia. Nell’ultimo ventennio, la piccola isola (135 chilometri quadrati, un ventesimo del Ticino) è stata al centro del dibattito riguardante l’immigrazione australiana: è qui che approdano inizialmente molti rifugiati asiatici arrivati sui classici barconi e gommoni con la speranza di potersi poi spostare in Australia, Paese notoriamente rigidissimo quanto a immigrazione. Per contenere il fenomeno è stato costruito appositamente il Detention Center, una sorta di centro di accoglienza e registrazione per profughi dove però vengono trasferiti anche pericolosi delinquenti provenienti dal Continente. Imbarcandoci su uno dei due voli settimanali per Perth, ci è capitato di incontrare un detenuto in manette, elegantemente coperte da una sciarpa, spalleggiato da due agenti di sicurezza.

La temperatura giornaliera non scende mai sotto i 28 gradi
Economicamente, Christmas vive soprattutto della produzione di fosforo che occupa circa un decimo della popolazione e garantisce introiti annui attorno ai 20 milioni di dollari australiani, la moneta ufficiale che al cambio vale circa 75 centesimi di franco. Un centinaio di persone lavora nella struttura per profughi che dista una decina di chilometri dal centro abitato e che non da alcun disturbo. Il turismo, per quanto molto ben organizzato, registra buone affluenze ma non cifre esorbitanti malgrado una temperatura giornaliera che annualmente non scende mai sotto i 28 gradi. Importante la presenza di biologhi e ornitologi. Durante un lustro negli anni 90, il casinò attirava giornalmente un aereo colmo di "gambler", giocatori appassionati da Giacarta, dando lavoro a 400 persone. Pressioni politiche dal continente lo fecero chiudere una ventina d’anni fa, ma di questi tempi è stata ripresentata una domanda di licenza.

Natale all’Isola di Natale? Soltanto un giorno di festa
E Natale all’Isola di Natale? Christmas Island è abitata da buddisti (40%), musulmani (30%) e da circa un 20% di cristiani. Non per disonorare il nome dell’isola, ma la festività del Natale scivola via. Per rispetto il 25 dicembre è Public Holiday, giornata festiva. L’unica chiesa cattolica venne costruita nel 1991, è dietro al quartiere islamico dei malesi, da dove cinque volte al giorno giunge l’eco del muezzin. Se da cristiani passaste da lì, sappiate che la messa è ogni domenica alle 9.

Le palline da golf che volano in strade sterrate e sabbiose
Da come abbiamo avuto modo di conoscerla, per quanto sia lontana, sperduta e poco conosciuta, l’Isola di Natale è un luogo spettacolare. Esci dall’aeroporto e guidi sulla sinistra. Senza macchina a noleggio sei tagliato fuori. I trasporti pubblici vennero tolti già molto tempo fa dopo aver constatato come davanti a ogni abitazione ci fosse almeno un’auto in più rispetto a chi abita nella casa: una 4wd (quattro trazioni) per recarsi in spiaggia. Come? Proprio così. Percorriamo il lungomare Gaze Road attraversando il campo da golf. Un cartello ci invita a guidare moderatamente e "beware low flying golf balls", cioè state attenti alle palline da golf che volano basse poiché una buca si trova dall’altra parte della "cantonale".
Dopo il vecchio Casinò imbocchiamo la ripida Lily Beach Road (18%) per riprendere la Baseline verso sud che lasciamo dopo qualche chilometro per immetterci in una stradina, la Stronach, sterrata e sabbiosa, che scende in picchiata e dove vige appunto la proibizione assoluta per veicoli non 4wd: la speranza è che non si metta a diluviare prima del rientro... poiché qui è difficile risalire. Parcheggio!
Spiaggia? Sì, ma dopo 40-45 minuti lungo un sentiero zeppo di granchietti a destra e sinistra: quelli rossi, ma anche blu e gialli, una rarità mondiale che si incontra soltanto qui. Raggiungiamo Dolly Beach, la spiaggia più bella dell’isola. Non c’è nessuno, neanche Robinson Crusoe. Solo noi - per ore - a goderci la sabbia e a sguazzare sulle onde dell’Oceano Indiano. Raramente è valsa la pena di camminare un’ora e mezza.
17.12.2017


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