L'analisi del pedagogo Giorgio Comi sulle molestie sessuali
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"Rispetto per le donne
Lo si impara a scuola'
CLEMENTE MAZZETTA


Contro la violenza di genere,  contro le molestie verso le donne, contro i pregiudizi socio-culturali verso il genere femminile, la scuola può fare molto. "Ma non tutto", osserva Giorgio Comi, pedagogo e formatore professionale. "Insegnare il rispetto dell’altro - spiega - non può essere solo compito della scuola, ma deve essere impegno della famiglia, della politica, della società".  
Nella scuola questo problema educativo si affronta già dalle prime classi, pensiamo all’azione dell’Aspi, la fondazione di aiuto per l’infanzia. "Iniziative che educano a riconoscere le situazioni di rischio - riprende Comi -. Progetti educativi che fanno prendere coscienza agli alunni la differenza tra comportamenti accettabili e non. Così che, diventati grandi, potranno capire quali sono i limiti da non superare".
Certo si potrebbe fare di più. Si può sempre fare di più. "Ma oggi quel qualcosa di più non si fa perché non sono date le condizioni, perché i programmi scolastici sono già troppo carichi, perché i docenti non sono sempre formati adeguatamente, perché la volontà politica non va in questa direzione, perché altre sono le priorità", sottolinea l’esperto. Forse ci sarebbe bisogno di un grande piano di educazione al rispetto degli altri dal primo anno delle elementari all’ultimo anno delle scuole dell’obbligo. Un’ora di "gentilezza obbligatoria" per contrastare ogni forma di discriminazione verso le donne e favorire il superamento delle disuguaglianze che si perpetuano anche nella realtà professionale. "Si può fare di più, non solo a scuola - aggiunge Comi -. Si può intervenire nella formazione dei genitori. La Conferenza cantonale dei genitori, ad esempio, porta avanti delle iniziative in questo senso".
È però indispensabile che le varie agenzie educative, scuola, famiglia educhino i ragazzi, i "nuovi uomini", ad un rispetto della donna maggiore. "Occorre rendersi conto, nella scuola come in famiglia, che l’educazione si trasmette con i comportamenti più che con le parole, con l’esempio quindi". Si contrasta ogni forma di pregiudizio con l’esempio che deve essere collettivo. "Il cambiamento non può che essere sociale - insiste Comi -, perché certi atteggiamenti discriminatori verso le donne sono dovuti ad una concezione culturale storico.  Una concezione che vede il genere femminile come un soggetto con meno diritti. Basta pensare  a come la società considera la donna nel mondo del lavoro: pagata meno, adatta solo ad alcuni compiti". Tanto che  quando le professioni diventano meno interessanti, si dice che si ‘femminilizzano’. "A questo - conclude Comi - si aggiunge un aspetto individuale che vede ancora molti uomini considerare la donna come un oggetto a proprio disposizione e non come un soggetto di pari dignità e volontà. È su tutto questo che bisogna lavorare".

c.m.
17.12.2017


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