Lo psicologo sull'esigenza di quanti sono nati in provetta
"Tutti vogliamo sapere
chi ci ha generati"
PATRIZIA GUENZI


È più che comprensibile per un figlio nato da un donatore di sperma voler sapere chi è il padre biologico che l’ha generato, conoscere l’altro genitore. Un’esigenza che permette di avviare il processo di individualizzazione". È la premessa di Ivan Battista, psicologo e psicoterapeuta, autore di numerosi libri, l’ultimo "Assalto all’amore, contro il più antico e nobile dei sentimenti". Sapere da dove veniamo, chi ci ha generati, insomma, è un reale bisogno. Anche se, avverte Battista "il rischio è che il figlio prenda coscienza che nel donatore non v’era alcuna specifica volontà di far nascere proprio lui. In sostanza, di non essere stato generato da un atto d’amore. E questo può provocare un’enorme ferita".
Una ferita che difficilmente si rimarginerà. Crescere senza conoscere le proprie origini paterne è un pezzo che manca. "È come se ci fosse un vuoto - spiega l’esperto -. Un vuoto purtroppo incolmabile e che fa star male. Un difetto fondamentale che potrebbe anche ripercuotersi psicologicamente e condizionare la crescita di una persona". Sapere la propria origine, è evidente, dà fondamento, sicurezza, anche se può essere fonte di dolore. Non sapere nulla, invece, destabilizza. Da qui l’esigenza di voler cercare a tutti i costi chi ci ha messi al mondo.
Un’esigenza molto forte in Arthur Kermalvezen (vedi articolo principale), che ha smosso mari e monti e alla fine c’è riuscito. "La potremmo definire la rivolta di un figlio della provetta, una forza quasi compulsiva per risalire al proprio padre - riprende Battista -. Ma ripeto. Chi dona il proprio sperma non è spinto da un gesto di affetto per il potenziale nascituro. Il suo è un gesto asettico, privo di emozione, che una volta compiuto termina lì. Non va oltre".
Comunque sia, sono numerosi i figli di donatori di seme che non si arrendono, che continuano a cercano nella rete la risposta al vuoto delle loro origini genetiche, ma anche eventuali fratelli a metà disseminati per il mondo. "È come se si sentissero la metà di una mela e provino a battere ogni strada pur di ritrovare l’altra parte", sottolinea Ivan Battista.
C’è poi la madre. Il suo sì che è stato un gesto d’amore. "Certo, in qualche modo può essere una consolazione - conclude lo psicologo -. Una mamma che ha voluto così tanto questo figlio da ricorrere ad un donatore di seme. Ma resta comunque e sempre una consolazione a metà".

p.g.
28.01.2018


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