Il dibattito dopo le pllemiche a Bellinzona e a Mendrisio
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Così sono cambiati
i metodi educativi
PATRIZIA GUENZI


D  ietro la lavagna oggi non ci finisce più nessuno. Gli allievi indisciplinati, incapaci o maleducati non vengono più puniti. Altri metodi educativi hanno sostituito pure il cerotto sulla bocca, il cappello con le orecchie d’asino, i colpi di righello sulle dita e le bacchettate sulla testa con la canna per indicare sulla carta geografica. Misure umilianti e corporali che sino a cinquant’anni fa nelle aule erano la regola. Nessuno si chiedeva se fossero giuste o sbagliate. Né la scuola, né gli alunni né tantomeno le famiglie. Guai tornare a casa e raccontare che il maestro si era arrabbiato. La pena veniva raddoppiata. Oggi invece... Beh, oggi (fortunatamente) non è più così, anche se la figura dell’insegnante è costantemente presa di mira. Basti ricordare i due recentisimi episodi: il docente del liceo di Bellinzona dalla battuta pronta e (forse) il linguaggio troppo libertino e la maestra delle elementari di Mendrisio che avrebbe legato alla sedia una bimba per spiegarle la postura, finiti sotto inchiesta amministrativa.
Che il compito di un docente oggi sia molto più difficile di un tempo nessuno lo nega. Non sempre bastano passione ed empatia, anche se contano molto, come afferma il pedagogista Davide Antognazza (vedi a lato). E non è tanto la fatica dell’insegnamento in sé a sfiancare, quanto la gestione del gruppo. "Soprattutto perché il contesto generale ha abbattuto il rispetto nei confronti di chi svolge attività educative", osserva Diego Erba, ex direttore della Divisione della scuola. Una mancanza di rispetto verso un corpo insegnante vieppiù sotto pressione. "I quadri scolastici e la politica dovrebbero riflettere sul modo di funzionare attuale - aggiunge Ariano Belli, 32 anni, direttore delle scuole comunali della valle di Blenio - e trovare strategie e strumenti affinché il docente sia nelle condizioni di avere la giusta autorevolezza. Nei confronti degli allievi ma anche delle famiglie". Detto altrimenti, l’insegnante deve sentirsi tutelato, sapere che se non ce la fa a gestire potenziali situazioni a rischio avrà comunque il supporto della direzione.
Insomma, è lecito pensare che se un maestro con esperienza arriva a legare alla sedia un’alunna (tutto da provare, s’intende), ci sarà forse anche un motivo. "Prima di aprire un’inchiesta amministrativa - nota Erba -, direzione e istituzione dovrebbero parlare con l’insegnante in questione, chiarire la reale dinamica dei fatti. Ne va della professionalità del docente". Detto ciò, per Erba è evidente che compito del docente è rafforzare il proprio autocontrollo, non cedere alle provocazioni. "Altrimenti - aggiunge -, si entra in una logica perversa, con atteggiamenti esasperati da ambo le parti".
Atteggiamenti che minano lo scopo principale della scuola, quello di far crescere individui responsabili e autonomi. Per cui troppo rigore e severità creano un muro di incomunicabilità. L’ideale, dunque, sarebbe che il docente avesse reazioni adeguate alle necessità dei bambini. "Ecco perché il sostegno della direzione e la comprensione dei genitori è fondamentale per noi - osserva Danilo Fontana, 53 anni, delle elementari di Taverne -. C’è una sorta di caccia alle streghe nei nostri confronti, oltre a molta arroganza attorno alla scuola, da parte delle famiglie e dei bambini".
Famiglie che spesso dettano legge, genitori agguerriti che vedono in un brutto voto o in un richiamo un’eccessiva colpevolizzazione del figlio. "Esasperazione e senso di impotenza non aiutano ad affrontare l’impegno quotidiano", conclude Belli.

pguenzi@caffe.ch
28.01.2018


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