Anteprima saggio di Loretta Napoleoni su Kim Jong-un
Immagini articolo
L'ultima roccaforte
dell'impero del male
LORETTA NAPOLEONI


Molti considerano la Corea del Nord un’aberrazione, l’antitesi della democrazia. Un regime totalitario, guidato da una dinastia di dittatori, che ha reinventato il feudalesimo. La Corea del Nord è un caso unico. È sopravvissuta all’implosione dell’Unione Sovietica e alla modernizzazione del comunismo in Cina senza nemmeno provare ad aprirsi all’Occidente. Ma sono ancora troppi i luoghi comuni sull’ultima "roccaforte del male", per cogliere appieno la vera natura di questo Paese. Una sfida raccolta dall’economista ed esperta di terrorismo Loretta Napoleoni, autrice del libro "Kim Jong-un, il nemico necessario" (Rizzoli), di cui il Caffè pubblica un’anteprima.

Nel dicembre del 1975 A.Q. Khan, un giovane scienziato pakistano al servizio di Urenco, una società che gestisce un impianto top secret per l’arricchimento dell’uranio nei Paesi Bassi, prese un aereo con la moglie sudafricana e volò in Pakistan per le vacanze di Natale. Non fece più ritorno.
Nella valigetta che portava con sé teneva i progetti segretissimi di una nuova tecnologia per armare le bombe nucleari, documenti che aveva rubato al suo datore di lavoro e che avrebbe usato per realizzare il proprio sogno: dare al Pakistan un dispositivo nucleare per contrastare la nuova arma atomica dell’India. Tuttavia, con il tempo, le sue motivazioni diventarono meno patriottiche. Cominciò a vendere tecnologia nucleare ad altri Paesi in cambio di grosse somme di denaro.
Per più di venticinque anni, A.Q. Khan costruì e gestì la più grande rete clandestina mondiale di segreti nucleari, un bazar atomico, con il sostegno di vari governi e generali pakistani. Nel loro saggio Deception, i giornalisti investigativi Adrian Levy e Catherine Scott-Clark rivelano che i servizi d’intelligence americani, britannici e di altri Paesi sapevano molte cose di lui e delle sue attività. Avrebbero potuto fermare Khan molto prima che fornisse la tecnologia nucleare all’Iran, alla Libia, alla Corea del Nord e forse ad altri attori, statali o meno. Ma non lo fecero. Da Jimmy Carter a George W. Bush, un’amministrazione americana dopo l’altra chiuse un occhio sulla rete di Khan in cambio di favori da parte del Pakistan, prima per spedire armi ai mujaheddin durante la jihad antisovietica in Afghanistan e, dopo l’11 settembre, per ottenerne l’appoggio nella guerra globale contro il terrorismo.
Ironicamente, la decisione di non agire contro Khan e i suoi sostenitori pakistani facilitò la diffusione delle stesse armi di distruzione di massa intorno alle quali, secondo Bush, aveva preso forma l’"Asse del male".

L’Asse del male
Il 29 gennaio 2002, durante il discorso sullo stato dell’Unione, George W. Bush descrisse l’Iraq, l’Iran e la Corea del Nord come l’"Asse del male", un gruppo di nazioni che metteva a rischio la pace mondiale. Questi Paesi, affermò, avevano violato il diritto internazionale.
Si erano procurati armi di distruzione di massa e avevano impedito l’ingresso agli ispettori Onu, incaricati di verificare che i programmi nucleari civili non fossero destinati a scopi militari. Inoltre erano tutti governati da regimi dittatoriali che si opponevano all’Occidente, e che non avrebbero esitato ad allearsi con i suoi nemici, compresi i terroristi.
All’indomani dell’11 settembre, fu facile per il presidente Bush dipingere uno scenario nucleare apocalittico, per convincere la popolazione che i membri dell’Asse del male non si sarebbero fatti scrupoli ad aiutare un’organizzazione terroristica che avesse voluto dotarsi di testate nucleari. Le sue parole terrorizzarono l’America e il resto del mondo. In quel momento, l’immagine di una nube a forma di fungo che si alzava sopra lo skyline di New York non sembrava così surreale.
Nel 2002, con la tensione alle stelle, nessuno mise in dubbio il pericolo presentato dall’incubo prospettato da Bush. Tuttavia, non fu mai prodotta alcuna prova che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa o che ci fossero legami tra Saddam Hussein e Osama bin Laden. Oggi sappiamo che le amministrazioni Bush e Blair fabbricarono prove false per indurre il mondo a sferrare un attacco preventivo in Iraq. L’opinione pubblica e i media non sembrarono nemmeno accorgersi che dall’Asse del male mancava il Pakistan, un Paese che finanziava i talebani, alleati con al-Qaeda, e che vendeva segreti nucleari da più di vent’anni.
I vertici statunitensi mantennero il massimo riserbo sul ruolo del Pakistan nello sviluppo dei programmi nucleari nei Paesi dell’Asse del male. Non rivelò mai nemmeno che l’intelligence americana aveva le prove di varie visite di A.Q. Khan nella Corea del Nord.
Dall’11 settembre il Pakistan non era più una delle nazioni canaglia che sviluppavano segretamente l’atomica, bensì un alleato prezioso nella guerra contro il terrorismo. Solo due settimane dopo l’11 settembre, cercando sostegno per l’invasione dell’Afghanistan, Bush aveva tolto le sanzioni che gli Usa avevano imposto al Pakistan dopo aver completato il suo programma nucleare.
Chi conosceva le intenzioni dell’amministrazione Bush - usare la guerra contro il terrorismo per colpire l’Iraq e produrvi un cambio di regime - pensò che l’inclusione della Corea del Nord nell’Asse del male fosse una copertura. John Feffer, autore di North Korea, South Korea: US Policy at a Time of Crisis, aggiunge che questa scelta fece sembrare la guerra contro il terrorismo non tanto una crociata contro i musulmani quanto uno scontro tra il bene e il male, una sorta di rivisitazione della dicotomia della Guerra Fredda, quando gli americani erano i buoni e i sovietici i cattivi.
Come l’Iraq, la Corea del Nord era governata da un regime dittatoriale e Bush voleva sottolineare l’esigenza di destituire Saddam Hussein, in quanto dittatore.
La Corea del Nord  era anche un Paese dotato di un programma nucleare e abbastanza sconosciuto per poter essere etichettato come una roccaforte del male. La parola "male" era della massima importanza. Era stata scelta appositamente per precludere qualunque sforzo diplomatico, una posizione riassunta dalle famose parole di Dick Cheney: "Con il male non si negozia. Lo si distrugge".
Dato che l’Asse del male era un concetto ideato per arrivare a un cambio di regime in Iraq, Washington non aveva nessuna intenzione di invadere la Corea del Nord né di destituire Kim Jong-il, e infatti per altri dieci anni Kim continuò a fare affari "nucleari" con il Pakistan.

L’Asse Islamabad-Pyongyang
Nel febbraio del 2004, sotto le pressioni sempre più insistenti del presidente Musharraf, A.Q. Khan confessò pubblicamente di aver fornito tecnologia e componenti nucleari alla Corea del Nord, all’Iran e alla Libia. Durante la diretta televisiva negò che il governo o l’esercito pakistani fossero stati coinvolti in queste attività. Naturalmente, era una menzogna.
A quanto sostiene Benazir Bhutto, il generale capo dell’esercito Mirza Aslam Beg era la mente dietro l’idea di sfruttare la proliferazione nucleare per far arricchire l’élite militare pakistana. Secondo quanto riferito dal "Washington Post" nel 2011, nel 1998 la Corea del Nord aveva trasferito 3 milioni di dollari all’ex capo dell’esercito pakistano Jehangir Karamat, nonché mezzo milione e alcuni gioielli a un altro ufficiale militare. Chiaramente, se Khan era il venditore del bazar atomico, il Pakistan ne era il proprietario. Alcuni funzionari dell’intelligence dichiararono che Khan aveva "venduto alla Corea del Nord gran parte del materiale necessario per costruire una bomba, comprese le centrifughe ad alta velocità usate per arricchire l’uranio e le apparecchiature indispensabili per fabbricarne altre". Gli scambi commerciali nucleari tra Islamabad e Pyong yang iniziarono durante la visita del primo ministro pakistano Zulfiqar Ali Bhutto, padre di Benazir, nella Corea del Nord nel 1976. Il Paese aveva intrapreso l’avventura atomica alla fine degli anni Cinquanta, come reazione al potenziamento nucleare americano nella Corea del Sud. L’Urss aveva acconsentito a creare il suo primo reattore al plutonio a Yongbyon per l’uso pacifico della tecnologia nucleare.
Tuttavia, alla metà degli anni Settanta Kim Il-sung aveva bisogno di un fornitore affidabile che, senza porre condizioni, scambiasse prodotti con contanti. Il Pakistan si prestò, con reciproca soddisfazione.
Dal 1976, i rapporti tra il Pakistan e la Corea del Nord si sono trasformati in una partnership, come ha confermato la stessa Benazir Bhutto. Nel 1993, mentre era in carica come primo ministro del Pakistan, rivelò che A.Q. Khan l’aveva pregata di andare a Pyong yang per chiedere ai nordcoreani una fornitura di Ro-dong, missili balistici a medio raggio che la Corea del Nord aveva sviluppato alla metà degli anni Ottanta. Il Pakistan aveva la bomba, aveva detto Khan, ma non un vettore adatto per trasportarla fino al cuore dell’India. Bhutto lo accontentò e ottenne i missili, in cambio il Pakistan inviò altra tecnologia nucleare.
La Corea del Nord si è dimostrata nel tempo molto più di un cliente nucleare per il Pakistan, grazie ai suoi successi nel campo degli armamenti. Ha infatti messo insieme una gigantesca macchina militare e, data la sua abilità nel reverse engineering, produce da sola le proprie armi e missili. Si ritiene che abbia il quarto esercito più grande del mondo, anche se, come sostengono alcuni diplomatici occidentali, una parte dei coscritti non ha mai tenuto in mano un fucile e viene usata come forza lavoro a costo zero. In ogni caso, più di un presidente americano ha escluso l’ipotesi di un intervento nel Paese a causa delle gravi conseguenze, e cioè un lungo conflitto armato con notevoli perdite umane. Nel 1994 il presidente Bill Clinton considerò un attacco preventivo contro il reattore nucleare di Yongbyon ma, secondo il Pentagono, l’aggressione avrebbe scatenato un confronto fuori misura. La previsione era di quattro mesi di combattimenti ad alta intensità, con oltre 600.000 soldati sud coreani e mezzo milione di rinforzi americani coinvolti, oltre ai militari già di stanza nella Corea del Sud. Secondo Don Oberdorfer, un ex reporter del "Washington Post", i consiglieri di Bill Clinton previdero 52.000 vittime statunitensi solo nei primi novanta giorni di scontri (durante l’intera Guerra del Vietnam erano morti 58.000 soldati americani).
Alcune stime arrivarono persino a calcolare un totale di un milione di caduti durante l’eventuale conflitto, per non parlare dei danni economici e dei costi bellici, che avrebbero potuto ammontare a migliaia di miliardi di dollari. Anche il presidente Obama prese in considerazione l’idea di attacchi chirurgici ma, come riferirono David E. Sanger e William Broad del "New York Times", ottenere informazioni tempestive era pressoché impossibile e "i rischi di fallimento enormi, inclusa la ripresa della guerra nella penisola coreana".
Donald Trump ha rimproverato ai suoi predecessori di non essersi occupati della Corea del Nord nell’ultimo quarto di secolo. Ma ha assicurato al mondo che risolverà il problema. La sfida è più difficile che mai: Trump si trova di fronte un regime che - ora lo sappiamo - ha un dispositivo nucleare probabilmente in grado di raggiungere gli Usa. Nel settembre del 2017, gli scienziati nucleari di Kim Jongun hanno testato una bomba all’idrogeno che si ritiene sia dieci volte più distruttiva di quella di Hiroshima. Secondo la propaganda nord coreana, è abbastanza piccola da venire montata su un missile a lungo raggio. Un tipo di vettore che la Corea del Nord possiede.
Il 4 luglio 2017, giorno della festa dell’indipendenza americana, la Corea del Nord ha testato il missile Hwasong-14, un vettore balistico intercontinentale mobile sviluppato e utilizzato in esclusiva dal Paese.
Ha una gittata di 10.000 chilometri, perciò può arrivare a toccare gran parte del suolo americano (Seattle è a soli 5000 chilometri). Con il senno di poi, sembra che l’amministrazione Bush abbia rovesciato il dittatore sbagliato dell’Asse del male.
28.01.2018


Articoli Correlati
IL DOSSIER


I fatti e le opinioni
sulle vicende S.Anna
IL DOSSIER

Economia
in ostaggio
di "Prima i nostri"
GRANDANGOLO

Troppa canapa light
e il mercato è saturo
L'INCHIESTA

Se lavori oltre i 65
rendite più ricche
L'IMMAGINE

Una settimana
un'immagine
LE PAROLE

di Franco Zantonelli

Dagli esodati
ai pensionati d'oro
LE FIRME DEL CAFFÈ
Loretta Napoleoni
Loretta Napoleoni
Una tregua "olimpica"
riunisce le due Coree
Lorenzo Cremonesi
Lorenzo Cremonesi
Nella base americana
"Pronti, qui in Corea"
Guido Olimpio
Guido Olimpio
La folle corsa nucleare
non è solo propaganda
Luigi Bonanate
Luigi Bonanate
La razza è un concetto
inventato della politica
Mariarosa Mancuso
Mariarosa Mancuso
Premiata a Locarno
la parodia del cinema
Chiara Saraceno
Chiara Saraceno
Per le famiglie servono
sostegni continuativi
Elisabetta Moro
Elisabetta Moro
La tendenza a esagere
...ereditata dai greci
Luca Mercalli
Luca Mercalli
Resta solamente
una sottile speranza
LE INTERVISTE

I protagonisti
della cronaca

ULTIM'ORA
Dall'
Amministrazione
Dalla
Polizia
Ultim'ora
15.02.2018
Notiziario statistico Ustat: Meteorologia, Svizzera e Ticino, gennaio 2018
12.02.2018
Notiziario statistico Ustat: Idrologia, Ticino, quarto trimestre 2017
12.02.2018
Documentazione regionale ticinese (DRT) - È in linea il nuovo dossier concernente la protezione dell'ambiente in Ticino
08.02.2018
La Segreteria del Gran Consiglio ha pubblicato la lista delle presenze dei Deputati alle sedute della legislatura in corso
07.02.2018
I Servizi del Gran Consiglio hanno provveduto a pubblicare l'Ordine del Giorno della seduta plenaria del 19 febbraio prossimo
01.02.2018
Aggiornato il formulario della domanda di costruzione (versione 01.2018) [www.ti.ch/edilizia]
31.01.2018
Lingue e stage all'estero - 20 anni di scambi linguistici. Partecipa al concorso.
22.01.2018
Notiziario statistico Ustat: Meteorologia, Svizzera e Ticino, dicembre 2017
11.01.2018
Prova delle Sirene 2018
10.01.2018
I Servizi del Gran Consiglio hanno proceduto alla pubblicazione dell'Ordine del Giorno della seduta del 22 gennaio 2018.

Sfoglia qui il Caffè

E-PAPER aggiornato
dalla domenica pomeriggio


I video della settimana
Inviate i vostri video a caffe@caffe.ch

Kosovo:
si festeggiano
i 10 anni
d'indipendenza

Messico:
la terra trema
e le paure
riaffiorano